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Open days al Centro Salesiano "Don Bosco" di Treviglio - BergamoNews
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Centro Salesiano DON BOSCO

L'iniziativa

Open days al Centro Salesiano “Don Bosco” di Treviglio

Matteo, un allievo, ci presenta una delle tante attività proposte dalla scuola quest’estate

Il Centro Salesiano “Don Bosco” di Treviglio è un Polo Educativo in cui la presenza di diversi settori scolastici, interconnessi nella modalità di Campus, offre alle famiglie l’opportunità di scegliere un servizio che copra l’intero cammino didattico-formativo dei propri figli, una risposta alle sempre nuove esigenze educative, al passo coi tempi dal 1892.

In particolare l’educazione salesiana non pensa ai giovani solo come destinatari di interventi didattici: essi sono invece i protagonisti attivi del loro percorso di formazione attraverso numerose attività, nella convinzione che la scuola non può chiudere i propri orizzonti entro il solo orario scolastico ed entro la fisicità di un istituto.

Tali attività impegnano i ragazzi a vari livelli e vengono proposte agli studenti in modo rispettoso della libertà e del cammino di maturazione di ciascuno.

Per conoscere le nostre attività e la nostra offerta formativa, prendere visione dei curricoli e dei vari ambienti, vi aspettiamo ai prossimi Open Day, in agenda per sabato 27 novembre e sabato 4 dicembre.

Si tratta di un’opportunità in più per conoscere la nostra Scuola: maggiori informazioni al link https://openday.salesianitreviglio.it/open-day/

Ulteriori informazioni sullo stile che caratterizza il modo di fare scuola nella Casa di Don Bosco di Treviglio e sulle scelte comuni ai vari settori scolastici, della Scuola Primaria, della Scuola Secondaria di Primo e Secondo Grado, dell’Istruzione e Formazione Professionale, nella brochure consultabile on line al link https://openday.salesianitreviglio.it/brochure/

Ed ora lasciamo la parola a Matteo, che presenta una delle tante attività proposte dalla Scuola quest’estate.

Le comodità della vita di tutti i giorni, delle quali sentiamo ogni giorno di più un disperato bisogno, e la nostra tendenza a tornare, non appena possibile, ad una situazione di agio e benessere ci inducono a provare un sentimento di rifiuto, o quantomeno di vago disappunto, ogni qual volta ci sentiamo privati della nostra “comfort zone”.

Perché mai, dunque, un adolescente dovrebbe abbandonare la propria vita quotidiana per passare una settimana in un rifugio della Val Formazza a 2.500 m?

Questa stessa domanda se la sono posta anche coloro che, come me, l’estate scorsa hanno preso parte a quest’iniziativa. Probabilmente, per molti di noi la risposta a questo quesito non è stata immediata, ma abbiamo dovuto aspettare di vivere quest’esperienza in prima persona per poterla cogliere. Infatti, benché ciascuno di noi abbia rimpianto, di tanto in tanto, l’uso dello smartphone o la confortevolezza della propria camera, sono certo che tutti, col passare dei giorni, si sono sentiti a casa, pur non essendovi fisicamente. Inoltre, azioni come accendere la stufa, unico mezzo di riscaldamento a nostra disposizione, preparare il pasto e, dopo averlo consumato, lavare i piatti e spalare la neve nei pressi del rifugio sono state fondamentali per farci entrare nel clima di condivisione e aiuto reciproco che ha reso speciale la settimana. In altre parole, ciò che più mi ha colpito è stata la facilità con cui ciascuno ha saputo mettere a tacere il proprio egoismo e dare la precedenza al bene collettivo.

Sono certo che ciascuno di noi, in quei giorni, ha riscoperto il valore dell’umiltà, nel vero senso etimologico del termine: essa è l’attaccamento alla terra (humus), a ciò che di più indispensabile permea la nostra esistenza e sul quale, solo in un secondo momento, l’uomo ha edificato costruzioni accessorie che a confronto appaiono deboli ed illusorie. In quei giorni abbiamo avuto la fortuna di sperimentare il culto (cultum, cioè coltivazione, ma anche venerazione) della terra (humus), l’atto di amore più antico e sincero nella storia dell’umanità. In altri termini, abbiamo messo da parte la nostra arroganza (ad rogare, cioè chiedere insistentemente [per sé]) per metterci a disposizione degli altri, acquisendo una consapevolezza nuova, quella del valore dell’umiltà appunto. Solo divenuti padroni dei valori di umiltà e generosità sapremo migliorare la vita altrui e al contempo arricchire la nostra.

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