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Il sindaco di Corna Imagna: "Un reddito di contadinanza per aiutare il nostro territorio" - BergamoNews
La proposta

Il sindaco di Corna Imagna: “Un reddito di contadinanza per aiutare il nostro territorio”

"Il reddito potrebbe generare un circolo virtuoso e dare vita a dinamiche sociali che creerebbero i presupposti per rendere un territorio socialmente più denso, più appetibile anche per chi lo vive”

Corna Imagna. Un reddito di contadinanza per aiutare le aziende agricole che hanno un impatto sul territorio, ad esempio, in termini di manutenzione e gestione dei boschi. Questa la proposta-provocazione del sindaco di Corna Imagna, Giacomo Invernizzi, a margine della presentazione della ricerca condotta dagli agronomi Stefano d’Adda e Stefano Invernizzi sulla sostenibilità delle aziende agricole nella montagna bergamasca presentata a Cà Berizzi, Corna Imagna, a chiusura della 7a Sagra della Castagna.

La ricerca “Sostenibilità delle aziende agricole di montagna” è il risultato di una serie di attività – come i corsi di accompagnamento ai giovani agricoltori – promosse anni fa dai Comuni di Corna Imagna, Brumano, Locatello, Fuipiano Imagna e Rota d’Imagna (riunitisi ne La Valle dei 5 Campi) e “vuole rispondere – spiega D’Adda – a un quesito che spesso ci ponevano i giovani agricoltori: di che numeri ho bisogno per stare in piedi? Purtroppo dare una risposta era impossibile perché non avevamo riferimenti”. Riferimenti che ora, invece, ci sono grazie alla ricerca firmata D’Adda e Invernizzi, promossa dal Comune di Corna Imagna in collaborazione con Provincia di Bergamo e Comunità Montana Valle Imagna. Uno studio dal quale sono emerse alcune ipotesi per un nuovo paradigma di agricoltura e di abitabilità delle montagne, in special modo per quelle “di mezzo”.

I due agronomi hanno preso come campione 20 aziende agricole che provengono da Val San Martino, Val di Scalve, Colli di Bergamo, Valle Imagna, Valle Brembana e Valle Seriana. “Abbiamo costruito ex novo dei bilanci per valutare la sostenibilità economica e leggere la situazione all’attualità dell’impresa avviata”, spiega D’Adda. “Abbiamo utilizzato – aggiunge Invernizzi – una scheda di censimento che permettesse di raccogliere i dati in maniera uniforme visto che le aziende agricole prese in esame sono molto diverse fra loro: si va da quelle più tradizionali agli agriturismi, passando per aziende orticole o apicolture. Abbiamo anche fatto interviste ai titolari e ci siamo recati sul posto per effettuare analisi dirette”.

Il biologico non sembra aver attecchito ancora molto nelle nostre montagne bergamasche, come spiega Invernizzi: “Delle 20 aziende analizzate solo 5 sono biologiche. Gli agricoltori ci hanno spiegato che non ritengono necessario il certificato e preferiscono metterci direttamente la propria faccia per comunicare la genuinità dei loro prodotti ai clienti. Solo le aziende più strutturate sentono la necessità del certificato”.

Nemmeno il tema della fattoria didattica sembra scaldare particolarmente il cuore ai nostri agricoltori, la maggior parte dei quali – evidenzia Invernizzi – hanno abbandonato il progetto per via della troppa complessità e di una bassa reddittività. La voce più importante in termini economici per le aziende agricole della montagna bergamasca, secondo questa ricerca, è ancora rappresentata dalla produzione e poco dai servizi, eccezion fatta ovviamente per gli agriturismi, dove la ristorazione ricopre un ruolo importante.

E il rapporto fra ore di lavoro e reddito? “Quantificarlo è stato interessante – dice Invernizzi – e tendenzialmente emergono una quantità di ore di lavoro davvero notevoli se rapportate al mondo del lavoro non agricolo. Con retribuzioni decisamente diverse rispetto agli altri settori”.

“Dalle nostre rilevazioni – spiega D’Adda – si evidenzia un reddito netto orario modesto, con valori spesso anche inferiori a 5 euro e massimi da 10 euro all’ora. Dove ci sono valori bassi di reddittività la prosecuzione dell’attività è inoltre più difficile, se non impossibile. A volte si raggiungono le 4 mila ore di lavoro all’anno, e, in agricoltura, si considera lavoro a tempo pieno 1.800 ore all’anno. Stiamo evidentemente parlando di persone che lavorano 7 giorni su 7 per 10/11 ore al giorno. Gli orari diventano più accettabili per alcune tipologie di aziende, ma siamo comunque sopra le 1.800 ore l’anno.

Riescono ad avere un reddito orario maggiore gli agricoltori che hanno poca terra, chi fa coltivazioni altamente specializzate e un tipo di allevamento che non richiede grandi appezzamenti. Al contrario, le aziende che contribuiscono maggiormente alla gestione e manutenzione del territorio hanno una reddittività più bassa. Il messaggio che passa è quindi che le imprese piccole danno maggior reddittività: piccoli terreni, animali senza bisogno di terra, meno investimenti, meno macchinari e attrezzature. Di contro, si tratta però di realtà più isolate e che faticano a caratterizzare il territorio”.

IL REDDITO DI CONTADINANZA

“Questi dati – spiega il sindaco Invernizzi, al termine della presentazione – ci dicono che la rinascita delle montagne di mezzo passa per una dinamica di sviluppo territoriale. Per creare economia e socialità nei territori si deve passare attraverso la valorizzazione del valore ambientale e rurale. E l’unico modo per farlo è attraverso l’attività dell’agricoltura. Come anche questa ricerca ci ha dimostrato, non tutti i modelli però valorizzano il territorio. Le aziende agricole che hanno un impatto maggiore sul territorio sono però quelle che fanno più fatica. E ne servono molte, non sono sufficienti le cosiddette eccellenze”.

E qui entra in gioco il reddito di contadinanza – termine provocatorio che il sindaco ammette di aver preso in prestito dalla scrittrice Susanna Tamaro: “Ad ogni azienda viene riconosciuto un reddito di contadinanza per l’attività che svolge, un’attività imprenditoriale di manutenzione del territorio. Il tutto definito da un organismo. Ovviamente non è sicuro che tutte le aziende lo possano percepire. Ad esempio, in Valle Imagna 1 milione di contributo annuo potrebbe attivare 100 redditi, tra 600 e 1.000 euro in base al territorio che un’azienda mantiene. Ciò significa che, a livello regionale, potrebbe servire una cifra di circa 50 milioni per sostenere questo investimento. Il reddito potrebbe generare un circolo virtuoso e dare vita a dinamiche sociali che creerebbero i presupposti per rendere un territorio socialmente più denso, più appetibile anche per chi lo vive”.

Altri temi toccati dal primo cittadino Invernizzi, in quello che ha definito un “Manifesto per il sostegno dell’agricoltura di montagna”, sono: la presenza di professionisti che svolgano accompagnamento alle aziende; un aiuto nella commercializzazione e promozione dei prodotti agricoli e il problema dei boschi, che stanno avanzando in maniera incontrollata. Presenti alla tavola rotonda post convegno Alex Galizzi, consigliere di Regione Lombadia, il consigliere provinciale Demis Todeschini, Luca Personeni, vicepresidente del GAL Valle Brembana e Imagna, il direttore di Coldiretti Bergamo Carlo Loffreda e Matteo Rossi, presidente distretto Economia Sociale Solidale DESS.

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