Quantcast
Bergamo, la ripresa passa dall'export: dati, motivi e prospettive - BergamoNews
A cura di

Focus Economia

Il focus

Bergamo, la ripresa passa dall’export: dati, motivi e prospettive

Approfondimento con esempi di aziende bergamasche, grafici e il commento del presidente camerale Carlo Mazzoleni

Nei primi sei mesi del 2021 Bergamo ha esportato più di quanto ha fatto nello stesso periodo del 2019, poco prima dell’anno nero del Covid-19. A dirlo sono i dati della Camera di Commercio, che segnalano non solo un recupero ma anche una crescita dell’export bergamasco, indirizzato soprattutto ai paesi dell’Unione Europea a 27 (dopo l’uscita del Regno Unito) e trainato dal settore dei macchinari.

È pari a 8 miliardi e 335 milioni di euro il valore delle esportazioni da gennaio a giugno 2021: rispetto allo stesso periodo del 2019 la crescita è del 4,6%. Se una parte di questa crescita potrebbe essere causata dall’incremento di alcuni prezzi, specialmente per alcune categorie di merce, la parentesi nera dell’emergenza pandemica, con le sue ripercussioni sull’economia, pare superata. Ma “se il Covid-19 torna mordere, ci sarà una battuta d’arresto”, come ci dice Carlo Mazzoleni, presidente della Camera di Commercio di Bergamo allungando lo sguardo dall’attualità alle prospettive.

Più 50,9% nel 2° trimestre: Bergamo meglio di Lombardia e Italia

A trainare sono i dati positivi in particolare del secondo trimestre 2021, durante il quale si è registrata una crescita dell’export pari al 50,9% rispetto allo stesso periodo del 2020, in piena pandemia, con un valore delle esportazioni che da aprile a giugno si è attestato a 4 miliardi e 609 milioni di euro. Il dato bergamasco è migliore anche di quello regionale e nazionale (+46,7% in Lombardia e + 49,1% in Italia).

Quanto alle destinazioni delle merci vendute lontano dalla bergamasca, sempre nel secondo trimestre 2021, è l’Unione Europea il mercato più attrattivo: le esportazioni verso i 27 paesi UE (nella sua nuova versione senza il Regno Unito) sono cresciute del 50,6% rispetto allo stesso periodo del 2020, anche se recupero importante si osserva anche nei mercati extra UE (+51,3%), in particolare nell’area dell’America Centrale e Meridionale, dell’Asia orientale e dell’Africa. Recuperano, ma non raggiungono ancora i valori del 2019, anche il Medio Oriente e l’Asia centrale.

Tra i primi dieci paesi del mondo per interscambio commerciale con Bergamo, particolarmente positivi sono i dati della ripresa delle esportazioni verso Cina (+108,7%), Spagna (+76,8%) e Polonia (+70,2%). Cina e Polonia registrano crescite positive importanti anche rispetto al 2019 (rispettivamente +36% e +29%).

Considerando anche il dato sulle importazioni (pari a 2 miliardi e 791 milioni di euro, +54,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), il saldo trimestrale della bilancia commerciale di Bergamo è positivo per 1 miliardo e 818 milioni di euro, superiore al saldo del trimestre corrispondente dell’anno scorso (1 miliardo e 245 milioni).

Trainano i macchinari: Germania primo mercato

Tornando ai dati semestrali, il settore trainante dell’export bergamasco si conferma quello della meccanica legata ai macchinari. Un comparto che non solo guida la ripresa, ma che è già in grado di andare oltre i livelli raggiunti nel 2019, confermando così la presenza a Bergamo di un tessuto manifatturiero particolarmente solido al quale guardano con sempre maggior interesse mercati importanti, tra tutti quello cinese.

Nel 2021 le esportazioni nel solo settore dei macchinari ha raggiunto infatti un valore di 2 miliardi e 167 milioni di euro, pari al 26% delle esportazioni manifatturiere totali: oltre un quinto dell’export provinciale si deve dunque soprattutto alla meccanica. Un dato particolarmente significativo perché il settore cresce non solo del 33,3% rispetto all’anno della pandemia, ma anche del 6,9 % rispetto al primo semestre del 2019.

Particolarmente positivi sono i dati che arrivano dalla meccanica applicata al settore primario: è infatti quella delle “macchine per l’agricoltura e la silvicoltura” (trattori, motozappe, falciatrici, aratri, mietitrici…) la categoria merceologica più dinamica e attrattiva, visto che le esportazioni crescono del 73,1 % rispetto al primo semestre 2020 e del 22,6 % rispetto al 2019. Seguono le “altre macchine per impieghi speciali”, che comprendono le macchine per la metallurgia, il cantiere (ruspe e movimento terra…), l’industria alimentare, tessile, della carta, delle materie plastiche e della gomma, quindi le “macchine di impiego generale”, ovvero la vasta gamma che va da motori e turbine (esclusi i motori per aeromobili e mezzi di trasporto su strada) ai vari tipi di ingranaggi e di organi di trasmissioni meccaniche, passando per le apparecchiature fluidodinamiche, le pompe e i compressori. Bene anche il recupero delle “macchine per la formatura dei metalli e altre macchine utensili” (utili alla tornitura, perforazione, fresatura, laminatura ma anche alla lavorazione di legno, pietra e altri materiali) sul 2020 (+24,2%), anche se non sono ancora tornate ai livelli pre-Covid (-12,2 per cento rispetto al 2019). L’incidenza percentuale maggiore (9,9%, un valore pari a 825 milioni di euro) sul totale delle esportazioni manifatturiere si osserva però nella categoria delle “altre macchine di impiego generale” (dai forni, bruciatori e sistemi di riscaldamento ad ascensori, montacarichi, scale mobili e gru, fino alle macchine automatiche per l’imballaggio).

Tra i paesi di destinazione dell’export di macchinari Germania e Cina si collocano entrambe pienamente al di sopra dei livelli pre-Covid. Il recupero verso la Cina sfiora addirittura le tre cifre: la crescita rispetto al primo semestre 2020 e del 98,3 %, ma è decisamente sostenuta anche prendendo a riferimento l’anno precedente la pandemia, con un +51,4% rispetto al primo semestre 2019. Bene anche l’Austria, con un +73,1% sul 2020 e un +30,2% rispetto al 2019.

Considerando i primi 10 mercati di destinazione è tuttavia la Germania a mantenere la quota principale di 305 milioni di euro (pari al 14,1% delle esportazioni di macchinari totali), ben al di sopra di Francia, Stati Uniti e Cina. L’export verso il mercato tedesco cresce del 27,9% rispetto al 2020, ed è più alto del 6,5% anche rispetto al 2019. In recupero, ma ancora sotto i livelli del 2019, le esportazioni verso Polonia, Stati Uniti, Spagna e Paesi Bassi.

infografiche export camera di commercio
infografiche export camera di commercio
infografiche export camera di commercio
infografiche export camera di commercio
export camera di commercio
infografiche export camera di commercio

Le prospettive: Carlo Mazzoleni

“L’epidemia sanitaria è tutt’altro che superata, come mostrano i dati di queste ultime settimane. Anche se con una minor incidenza in Italia – e nella bergamasca –, il Covid-19 sta rialzando la testa un po’ dovunque nel mondo. Questa non è una buona notizia per la nostra economia perché siamo un paese – e una provincia –  che trova nell’export la chiave del suo successo. Il nostro paese è ancora oggi in una posizione di vantaggio: ha ben gestito la fase della ripartenza, riuscendo a contenere i contagi e a spingere sull’acceleratore della crescita. Ma il colpo di coda della pandemia, sperando che di questo si tratti e non della ‘quarta fase’ dell’emergenza, inizia a farsi sentire sia nelle esportazioni che nelle importazioni. Importiamo diverse materie prime, a partire dall’energia e dal gas fino ad arrivare alla componentistica, non solo elettronica. I costi delle materie prime sono saliti alle stelle: anche la speculazione ha cavalcato la ripresa. Ora assistiamo però ad una contrazione della domanda; anche la Cina, per esempio, sta frenando gli acquisti e ciò si ripercuote su tutte le economie del mondo.

Siamo ripartiti dunque, sì, ma ora rischiamo di frenare bruscamente.

“Per certo – continua Mazzoleni – il ritmo della ripartenza è destinato a rallentare. I prossimi mesi saranno cruciali. Se il Cobiv-19 tornerà a mordere frenando produzioni e scambi sarà un problema”.

I pensieri corrono veloci. Cosa fare per affrontare la volatilità della situazione?

“In questi mesi le filiere lunghe, come è quella dell’automotive, per esempio, che per garantire il prodotto finito necessita di diversi componenti che arrivano da più parti del mondo, hanno dimostrato una certa fragilità. Le catene di fornitura lunghe sono più esposte a rotture. Pensare a filiere corte, in particolare per la componentistica, con meno soggetti e più concentrati geograficamente potrebbe proteggere la catena del valore sia da crisi pandemiche che geopolitiche”.

La voce delle aziende:  Scaglia Indeva e Automha

Scaglia Indeva, dopo il lockdown, l’onda d’urto della ripresa.

Durante quei terribili mesi del 2020, la Scaglia Indeva, leader mondiale nella progettazione e produzione di manipolatori industriali (Indeva deriva da “Intelligent Devices for Handling”), con quartier generale in Val Brembilla e sedi in Germania, Francia, Svezia, Stati Uniti, Cina, Inghilterra e Russia (240 dipendenti di cui 170 a Bergamo), registra un calo di ordini molto contenuto, nell’ordine del 12%, e una riduzione di fatturato pari al 30%. Il blocco interessa quegli impianti definiti “accessori”, ovvero non legati al funzionamento di una linea produttiva ma utili al suo miglioramento. Gli optional, potremmo dire.

La Scaglia Indeva è costretta a chiudere una settimana prima della chiusura ufficiale del 9 marzo 2020, perché molti dei dipendenti dell’azienda avevano contratto il Covid-19. “In smartworking abbiamo continuato a lavorare alla progettazione e alla gestione dei progetti. Le nostre commesse hanno un orizzonte temporale anche di un anno, un anno e mezzo. Inoltre, il mondo chiudeva a macchia di leopardo, in modo non sempre coincidente al nostro paese. Questo mix ha prodotto un picco di ordini tra marzo e aprile 2020 a fabbrica chiusa, cosa che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare”, racconta l’ingegner Riccardo Brivio, direttore commerciale Scaglia Indeva, che si occupa anche di project management, marketing, service e logistica.

L’azienda – una multinazionale tascabile da 35 milioni di fatturato realizzato per il 70% con l’esportazione in Europa (Germania, Francia, Gran Bretagna e Svezia), America, Cina e Russia – è parte del Gruppo Scaglia (170 milioni di fatturato consolidato e oltre 1200 collaboratori), guidato dal patron degli industriali orobici, Stefano Scaglia. Un nome che nell’ambiente automotive è un brand d’eccellenza.

La Scaglia Indeva da quando è nata – nel 2004 – è sempre cresciuta. Vuoi per la molteplicità dei mercati a cui si rivolge (dall’automotive alla logistica, dal food alla chimica), vuoi perché in Europa e nel mondo – Cina compresa – è aumentata la sensibilità verso la protezione della salute dei lavoratori in tema di ergonomia e sicurezza, aprendo la strada all’innovazione, cifra dell’azienda bergamasca. In poche parole, il mercato richiede le migliori soluzioni per ridurre lo sforzo dell’uomo applicato alle macchine.

Post crisi pandemica. Una fase di ebbrezza, che non lascia spazio alla capacità di previsione, soprattutto riguardo alla sostenibilità di questo picco. “Al momento siamo significativamente oltre il miglior risultato di sempre con un picco di quasi il doppio sul mercato italiano. In linea con i numeri registrati nel nostro settore di riferimento (macchine utensili, robot, automazione e prodotti ausiliari, ndr), che al 30 giugno 2021 ha fatto segnare all’Italia un +148% di vendite di impianti rispetto al 2020 (dati UCIMU – TAMU, ndr)”, continua Brivio. Un’impennata resa possibile anche dalle opportunità offerte dalla fabbrica digitale, “che sta assumendo sempre maggiore rilievo nella spinta all’innovazione. Il credito d’imposta arriva a finanziare gli investimenti fino al 50%. La modalità è facile, veloce, il beneficio tangibile”.

Un rimbalzo importante. “È un ritmo che non ha precedenti, ci si chiede quanto possa durare. Dobbiamo cavalcare l’onda, continuare a crescere, ma senza fare il passo più lungo della gamba: questa è la filosofia di Scaglia Indeva”.

Due le criticità che annebbiano l’orizzonte della crescita: il costo delle materie prime e della logistica. “Il costo di alcuni componenti – elettronici ma anche legno, plastica e acciaio – ha registrato aumenti fuori controllo con percentuali che superano in alcuni casi anche il 100% fino a dei picchi del 2000% per alcuni componenti elettronici. Non parliamo dell’energia, che ha triplicato il suo costo, così come i trasporti internazionali”.

Le sfide oltre confine: direzione Russia. “Dopo avere raggiunto quote di mercato molto soddisfacenti in Italia, il nostro obiettivo è ora la crescita sui mercati esteri, a partire dai paesi dove negli anni scorsi abbiamo costituito le nostre filiali. In parallelo abbiamo aumentato gli investimenti in ricerca e sviluppo e per il miglioramento dei processi, consci che la competizione sempre più si giocherà sul servizio al cliente”, dichiara Stefano Scaglia, amministratore delegato dell’azienda. La sede russa di Scaglia Indeva è stata aperta nel 2018, giusto prima dello scoppio della pandemia. Una sede che oggi è ancora in fase di organizzazione, “ma che rappresenta un bel progetto, che sta partendo col piede giusto e ha grandi potenzialità”. Siamo ancora lontani da quel 20% che rappresenta la Germania sul totale dell’export (la sede tedesca è la più grande di quelle estere), ma è una bella scommessa perché l’azienda bergamasca offre un prodotto tecnologicamente innovativo, non presente su quel mercato. “Portiamo un’innovazione che altri non hanno, l’elettronica rispetto alla tecnologia pneumatica. Siamo molto competitivi quindi. Diverse multinazionali italiane ed europee stanno aprendo fabbriche automotive e portano in Russia le soluzioni Indeva adottate in altri paesi europei. Per noi questo è molto importante, è un traino per crescere su questo mercato”.

scaglia indeva

Automha, con la pandemia la produzione per l’Italia è cresciuta del 100%

Automha progetta, produce e installa magazzini automatici e sistemi di automazione complessi per l’ottimizzazione della supply chain in fabbriche e centri distributivi in tutto il mondo.

Per l’azienda, con base ad Azzano San Paolo e sedi commerciali e di service internazionali in Messico, Canada, Spagna, India e Cina (con un sito dedicato esclusivamente alla produzione per il mercato asiatico) per complessivi 200 dipendenti, i giorni del lockdown non sono associati ad un calo di fatturato o ad una condizione di inattività. In parte questo è dovuto al tipo di produzione: “Abbiamo una visione a lungo termine, se così si può dire. I nostri sistemi richiedono un tempo di attraversamento molto lungo che può arrivare fino a 12 / 16 mesi, questo ci permette di pianificare con precisione le attività e le risorse”, spiega Gianni Togni, vicepresidente di Automha. A questo si aggiunge la forte vocazione internazionale dell’azienda, che prima della pandemia esportava per il 90% in India, nel Sud-Est asiatico, in Nord America (i tre mercati di punta), in Nuova Zelanda, Cina e Sudamerica, mentre l’Italia rappresentava un mercato solo secondario, pari al 10% della produzione.

Il blocco dei viaggi imposto dal lockdown spinge Automha a giocare in casa e a rivolgere lo sguardo al mercato italiano nei settori del Food&Beverage, degli alimentari e dei centri distributivi. “Questa strategia ci ha ripagati – ci racconta Togni. Ora la nostra produzione è per l’80% dedicata all’export e per il 20% all’Italia”, dunque con un aumento del 100% per il nostro Paese. Durante il lockdown abbiamo inaugurato la nuova sede aziendale (il 30 maggio 2021) e abbiamo investito nella digitalizzazione, puntando su software specifici a supporto dei magazzini e degli utenti, cercando nuove soluzioni nel tracciamento dei dati e della merce che consentissero analisi sempre aggiornate e simulazioni. Attraverso lo sviluppo di nuovi software siamo stati in grado di testare da remoto tutte le funzionalità e le macchine riducendo del 35% le attività e i tempi di installazione on-site”.

Grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, l’impossibilità di viaggiare durante il lockdown non ha rallentato l’azienda. “Siamo riusciti a portare a termine le installazioni sparse nel mondo e abbiamo continuato le attività di assistenza a supporto dei clienti, fornendo un servizio eccellente – specifica Togni”. “Abbiamo creato e orientato un team di 10 persone per lo studio e l’implementazione di soluzioni innovative e di manutenzione predittiva (con l’aiuto dell’intelligenza artificiale); abbiamo scritto e inserito algoritmi all’interno dei nostri prodotti che operano un controllo di qualità sui macchinari in funzione”.

Numeri alla mano, il 2021 per Automha si chiuderà con un fatturato e una marginalità in linea a quelli del 2019: si parla di 80 milioni di euro (fatturato 2020) contro i 75 milioni di euro dell’anno precedente. Il 2020 segna un aumento del 15% della produzione di macchinari rispetto al 2019 nei settori del Refrigerato (celle frigo), Food&Beverage e Logistica conto terzi.

autohma

L’eredità del Covid: materie prime, prezzi all’insù

L’aumento del costo delle materie prime è uno dei lasciti del post Covid-19, assieme alla difficoltà nell’approvvigionamento dei materiali. “Il ferro trasformato costa due volte e mezzo il prezzo che aveva prima della pandemia. Siamo passati da 0,6 €/kg (materia prima) ai 2 €/kg. Per noi rappresenta un aumento enorme dato che parte importante di un impianto è la scaffalatura. Questo ci costringe a fare offerte a 7 giorni contro i 60 di prima. Lo stesso si dica dell’elettronica: dai microchip alla componentistica”, continua Togni.

Anche i capitoli approvvigionamenti e logistica meritano una menzione per tratteggiare compiutamente il contesto in cui le nostre aziende operano quotidianamente: la crisi sanitaria ha portato un aumento di prezzi e possibili ritardi nell’organizzazione di trasporti verso la Cina con partenza dall’Unione Europea e da altri paesi (USA). L’impatto del Covid 19 ha generato un crescente sbilanciamento tra i volumi di merci diretti verso Ovest (Unione Europea e USA in primis) e quelli aventi come destinazione il paese asiatico a vantaggio di quest’ultimo.

“Tale sbilanciamento, che si osserva principalmente per contenitori 40 piedi – continua Togni – provoca la mancanza di merci di ritorno (e quindi container vuoti) dalla UE alla Cina. Tale situazione ha portato un aumento dei prezzi importante, passando da 1.900 € al container fino a 4.000 € per l’India e a € 8.000 per gli Stati Uniti. Se pensiamo che per un impianto arriviamo ad aver bisogno anche di 100 container, il calcolo dei costi è presto fatto”.

Variazioni che determinano un nuovo modo di fare organizzazione aziendale: se prima la competitività si giocava sui tempi di consegna, oggi, per massimizzare l’efficienza e ridurre i costi, bisogna “essere degli ‘orologi svizzeri’, cioè pianificare e organizzare, chiosa Togni”.

Il futuro per Automha è lo sviluppo del mercato sudamericano e una nuova strategia per il Nord America.

 

Vuoi leggere Bergamonews senza pubblicità?
Iscriviti a Friends! la nuova Community di Bergamonews punto d’incontro tra lettori, redazione e realtà culturali e commerciali del territorio.
L'abbonamento annuale offre numerose opportunità, convenzioni e sconti con più di 120 Partner e il 10% della quota di iscrizione sarà devoluta in beneficenza.
Scopri di più, diventiamo Amici!
Più informazioni
commenta

NEWSLETTER

Notizie e approfondimenti quotidiani sulla tua città.

ISCRIVITI