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La via crucis dell'anima nella “Passio Continua” di Viveka Assembergs - BergamoNews

Arte

L'intervista

La via crucis dell’anima nella “Passio Continua” di Viveka Assembergs fotogallery

La Sala delle Capriate, al palazzo della Ragione di Bergamoa, accoglie il visitatore in un percorso a spirale e lo conduce verso il centro spingendolo a guardare sempre in alto. Già di per sé questo è un invito a cambiare prospettiva...

Bergamo. Visitare la mostra “Passio continua” di Viveka Assembergs in Palazzo della Ragione è un’esperienza immersiva in un ambiente di luce, di ombre, di spiritualità vibrante e coinvolgente.

La Sala delle Capriate, nell’allestimento dell’artista, accoglie il visitatore in un percorso a spirale e lo conduce verso il centro spingendolo a guardare sempre in alto. Già di per sé questo è un invito a cambiare prospettiva per il viandante del 21esimo secolo, abituato a tenere la testa china sui propri labirinti digitali. Provenendo dalla luce della piazza, bisogna chiudere gli occhi per qualche secondo e trovarsi così in una dimensione in cui il mondo non è più lo stesso.

Passo dopo passo, di stazione in stazione, quella che siamo invitati a percorrere non è solo la Via Crucis di cristiana memoria, ma è una vera e propria via dell’anima, che si sostanzia di materia e di energia.

Quindici piccoli gruppi scultorei, pezzi unici realizzati a cera persa, scandiscono un viaggio dall’esterno verso l’interno e ritorno. Non c’è enfasi retorica, c’è piuttosto levità di sintesi pur nella drammaticità dei gesti. Il racconto della passione di Viveka Asembergs procede più volentieri per sottrazione, a volte suggerendo le presenze in absentia. Le figure, sbozzate e innalzate a un metro e ottanta da terra, ispirano un pensiero che, nella sua umanissima misura, va comunque oltre la fisicità contingente della materia, ed entra in contatto con una dimensione trascendente.

Su una parete della sala, il video del giovane video artista Vladimir Motroi, che interpreta con libertà e intensità le suggestioni delle sculture collocate in open-air.

Quando giungeranno nel sito di destinazione a Sotto Il Monte, lungo il Sentiero di papa Giovanni, le stazioni saranno posizionate su putrelle in ferro arrugginito e si staglieranno ognuna su una quinta in ferro corten, con effetto scenografico di equilibrato impatto.

Ma intanto ci lasciamo guidare in mostra dalla voce dell’artista.

La Via Crucis è nella storia dell’arte uno dei soggetti più praticati dell’ultimo millennio. In che cosa ha voluto omaggiare la tradizione iconografica e in che cosa è intervenuta in modo innovativo?

Ho omaggiato la tradizione riproponendo le stazioni canoniche, mantenendo un linguaggio figurativo immediatamente riconoscibile. L’originalità può essere colta piuttosto nell’interpretazione di alcune stazioni: alcune infatti precedono l’attimo o, a volte, contengono nel medesimo nucleo uno spazio temporale più dilatato. Si aggiunge, poi, la quindicesima stazione contenente due momenti importanti: il primo, La Resurrezione di Gesù, qui raffigurata con la pietra del Sepolcro spostata, in presenza delle Pie Donne e il Sepolcro è vuoto; il secondo, a chiusura, con il momento del “Noli me tangere”, in cui la Maddalena è protesa nella ricerca del contatto con Gesù non visibile nella sua corporeità.
Nelle altre stazioni Gesù è solo, caricato della croce e raffigurato nell’atto del cadere: in questa fatica umana non possiamo non rivedere e riconoscere le nostre difficoltà terrene.

Come riesce l’iconografia a suscitare istanze spirituali nel mondo contemporaneo, dopo 100 anni di ribaltamento della figurazione?

La figurazione non è intuitiva, si palesa. Ci porta con immediatezza a riconoscere l’uomo, la carne, con segni direttamente riconoscibili. Ci scuote, ci costringe a una introspezione, a indagare oltre l’apparenza.

Che significato ha per lei lasciare il segno in un sito che è un luogo dell’anima dei bergamaschi?

Di solito non presento al pubblico i miei lavori, ma questo in particolare, per la sua valenza spirituale e per la sua incidenza nella vita di ciascuno, non poteva rimanere un lavoro privato. Normalmente entro in punta di piedi nel mondo. In questo luogo di storia millenaria sto accompagnando con discrezione un’opera che, seppure nata da una committenza della Parrocchia di Sotto il Monte Papa Giovanni XXIII, considero appartenente ad ognuno di noi per i contenuti umani universali che di cui è intrisa la Passione di Cristo.

Una mostra sulla Via Crucis ospitata nel Palazzo della Ragione di Bergamo credo possa rappresentare l’opportunità, per il vasto pubblico, di imbattersi in un incontro insolito e che spesso si pensa, invece, di rifuggire. In questi giorni, infatti, incontro persone che non sono necessariamente richiamate dalla fede, ma che possono riconoscersi nel Cristo uomo qui rappresentato.

Le era già capitato di lavorare su committenza per un’opera pubblica importante?

No, è la prima volta. La tematica è, del resto, estremamente coinvolgente perché familiare al vivere umano.
C’è stato un lavoro di proiezione nel tempo e nei luoghi dei fatti accaduti: è così che inizia la mia preparazione a quest’opera. Provando a immaginare gli odori, i colori di una terra tanto lontana e arida, con luce, suoni e atmosfera profondamente diversi dai nostri. E’ uno spazio temporale che ritroviamo nelle Sacre Scritture. C’è stata anche una lunga preparazione e un lavoro sulla mia persona, per poter giungere a dare una forma all’esperienza della passione. Un lavoro che ha comportato anche una sorta di isolamento.
Non nascondo che in questo itinerario sono stata particolarmente colpita e ferita dalle parole di Gesù morente: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?” Qui il figlio di Dio è un uomo a cui non è stata risparmiata la croce ed è più che mai vicino a noi, alla nostra vita reale spesso attraversata da un dolore intimo, bruciante, impregnato di solitudine.

In che modo questo biennio di pandemia ha inciso sul suo lavoro per Sotto il Monte? Che cosa ha ripensato ed eventualmente modificato?

In effetti ho riflettuto molto sulla attualità del tema rispetto a questi quasi due anni di pandemia. Forse l’inaspettata affluenza – si è arrivati anche a superare i 1500 ingressi giornalieri – è il segno dell’esperienza di grande dolore che abbiamo vissuto direttamente e indirettamente in questo periodo. Le 14 stazioni erano pronte per la collocazione pochi giorni prima della chiusura per Covid. Nonostante io sia rimasta a lungo nel mio studio, non ho ritenuto di intervenire ed approntare alcuna modifica a ciò che avevo fatto. Però l’influenza può esservi stata nella quindicesima stazione, che è stata aggiunta nell’anno in corso e la lavorazione si è conclusa in settembre. La Via Crucis si chiude, volutamente, con un anelito di speranza, che aiuterà me e chi ne verrà “ferito” a proseguire il proprio cammino terreno con maggior consapevolezza che la Resurrezione di Gesù è la vittoria definitiva sulla morte.

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