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La farmacista e il Green pass obbligatorio: “Troppi tamponi e troppe richieste: non c’è solo il Covid” - BergamoNews
La riflessione

La farmacista e il Green pass obbligatorio: “Troppi tamponi e troppe richieste: non c’è solo il Covid”

Oriana Ruzzini, farmacista a Bergamo e consigliera comunale, fa alcune considerazioni dopo il primo giorno di green pass obbligatorio al lavoro, che impone a chi non è vaccinato di fare il tampone.

Oriana Ruzzini, farmacista a Bergamo e consigliera comunale, fa alcune considerazioni dopo il primo giorno di green pass obbligatorio al lavoro, che impone a chi non è vaccinato di fare il tampone.

Il green pass day in farmacia è trascorso tra mille telefonate, code sulla porta, stampa delle certificazioni e tamponi, tamponi e ancora tamponi.

Senza considerare le richieste di chi, pur avendo fatto il vaccino, non riesce a scaricare il green pass, di chi si è vaccinato all’estero o ha fatto la prima dose e auspicava di avere subito la certificazione come stava scritto sui giornali.

E invece nulla, tutti in farmacia a chiedere una mano.

Ci si destreggia tra link, piattaforme regionali che saltano, siti ministeriali, numeri verdi, interni dell’ats che squillano a vuoto. Si fa tutto il possibile per essere d’aiuto a persone seriamente in difficoltà, cercando nel frattempo di essere efficienti ed esaudire la richiesta abnorme di tamponi.

Nonché di rispondere alle domande. Fate anche i salivari? Perché non sono gratuiti? E ancora: come è possibile che non ci sia più posto nemmeno per la settimana prossima?

Se non c’è posto è perché abbiamo un limite, fisico. Siamo umani. E probabilmente chi ha pensato di riversare questo lavoro sulle farmacie non ha valutato le conseguenze.

Perché finché si tratta di fare tamponi a chi viaggia o va ai matrimoni e ai concorsi è più che fattibile. Se invece bisogna concordare tabelle di marcia ogni 48 ore con il telefono che squilla all’impazzata, la merce che si accumula e code all’entrata, la quotidianità si stravolge.

E garantire un servizio efficiente, prestare l’ascolto che ognuno merita, dare il giusto consiglio, una parola di conforto, un sorriso, diventa più complicato.

Viviamo un periodo folle, in cui non possiamo accompagnare i nostri cari al pronto soccorso o alle visite, non possiamo andare a trovare i nostri anziani in ospedale o nelle RSA. Una sanità disumanizzata in cui la persona da curare sembra essere considerata sempre più un organismo privo di relazioni.

La caratteristica della farmacia è invece quella di essere finestra sul mondo: si accede senza appuntamento, da soli o in compagnia, si parla, ci si confronta, si torna per raccontare un esito, per ringraziare.

Per salvaguardare questa dimensione e la qualità del nostro servizio pare chiaro che se il governo ritiene che per i prossimi mesi si debbano fare tamponi ogni 48 ore per lavorare, si debbano anche costruire strutture apposite dove convogliare questa richiesta.

Richiesta che viene da più parti: persone guarite che hanno ancora quote anticorpali alte, esonerati dal vaccino a causa di altre patologie, persone che hanno paura o che purtroppo non riconoscono l’utilità e l’efficacia della vaccinazione.

La farmacia può e deve essere di supporto in questa fase storica tanto complessa, ma non può trascurare le esigenze di chi si reca in farmacia perché ha problemi di salute o perché vuole prevenirli. Non esiste solo il Covid.

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