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"Io e la tv": le ultime storie di civiltà contadina nei documentari di Bruno Bergomi - BergamoNews
L'intervista

“Io e la tv”: le ultime storie di civiltà contadina nei documentari di Bruno Bergomi

La famiglia originaria di Adrara San Martino, lui fa il regista alla tv svizzera e si racconta a Giuseppe Zois

Bruno Bergomi, regista bergamasco alla TV svizzera. La sua famiglia è originaria di Adrara San Martino: all’inizio del Novecento la decisione di far le valigie con l’inizio di una lunga storia. Bruno ha realizzato tra i suoi molti lavori, un documentario di grande forza espressiva, “Fa mia ul bergum”, che si ispira ai testi di un altro bergamasco della Valle Calepio, Claudio Origoni, mancato qualche anno fa. Il collega Giuseppe Zois lo ha intervistato.

Bruno, com’è maturata la tua passione per l’immagine e quale il percorso verso la regia?

Sognavo di fare il contadino. Con mio fratello volevamo formare un’azienda. Dopo la terza ginnasio, decisi: andai a Mezzana e conseguii il diploma della Scuola agraria. Correva il 1969. La Consulenza Agricola invece di incoraggiarmi nella scelta, mi frappose difficoltà e ostacoli: “Non è il caso, devi investire troppi soldi, i terreni saranno divorati dall’industria”… Mio padre non vedeva di buon occhio la mia scelta, per cui decisi di riprendere gli studi con laurea in Scienze politiche.

C’era già la Televisione Svizzera nel tuo mirino. Una intensa stagione e un lungo percorso di produzione…

E infatti vi ho lavorato per 20 anni con Michele Fazioli ed Eugenio Jelmini al Quotidiano, con spazio per approfondimenti a TTT, poi 999, FAX, antesignano di Falò. Ho sempre contemperato il giornalismo con la documentaristica. Il risultato finale è una somma di tremila servizi e duecento tra documentari e inchieste di mezzora e 50 documentari di 50 minuti. Dalla civiltà contadina ho imparato il senso e il valore della misura e se per un servizio potevano bastare 4 giorni, non ne chiedevo il doppio per la squadra come valvola di sicurezza. L’agricoltore sa che se qualcosa non va, è lui a perderci. A questo criterio mi sono sempre attenuto.

Se ti guardi indietro, che valutazione fai del tuo giornalismo in Televisione?

Ho fatto il giornalista, il documentarista e negli ultimi 6-7 anni ho viaggiato per il mondo a visionare documentari da scegliere e poi acquistare. Ne ho visti a centinaia ogni anno, fino a farmi male gli occhi.

Il miglior documentario
è ancora nel cassetto

Qual è stato – fra gli innumerevoli lavori – quello dove l’esperienza professionale e la dimensione umana si sono sublimate nel tuo personale giudizio?

In realtà è quello che non ho ancora fatto. È un sogno che mi porto dietro da tempo e che ha radici nella mia infanzia. Io spero di poter fare un lavoro su quelle che oggi sono le cliniche psichiatriche e che in passato si chiamavano manicomi. Io sono venuto grande attorno al manicomio di Mendrisio. L’azienda agricola di mio padre confinava con l’ONC dei tempi: prima con la Valletta poi in Campagnadorna. Ho servito Messa per dieci anni, ho respirato quella dimensione, quel turbinio di umanità, dolore, sofferenza. Tra l’altro quell’ospedale nel 1959 era ancora blindato.

E dunque stai lavorando al copione di questa impegnativa immersione in un vortice di umanità sofferente, ieri come oggi?

Sì, mi piacerebbe oggi ripercorrere quel mondo, vedere anche l’evoluzione clinica che c’è stata. Ho in mente un progetto che sto considerando con alcuni amici infermieri. Ecco, questo potrebbe essere il lavoro che mi piacerà di più.

“Fa mia ul bergum” nella scia
di Claudio Origoni

Ma tra i molti lavori fatti, ce ne sarà uno cui sei legato per qualche ragione…

Sono molto affezionato al documentario “Fa mia ul bergum”, che è stato un ampliamento dei racconti di vita, contenuti nei due libretti di Claudio Origoni, egli pure bergamasco di Adrara: “Ninì, storia di un’infanzia” e “La fedeltà delle stagioni”. Conoscevo abbastanza bene l’umanità di queste persone che sfilano nel filmato. Ho avuto la fortuna di cogliere gli ultimi bagliori della civiltà contadina. Ricordo i viaggi con il commerciante di bestiame Felice Ugo Pusterla: andavamo su per le valli, ai mercati. Magari si stava in giro tutto il giorno per negoziare un coniglio, come sbottava sua moglie al rientro. Si mangiava, si cantava, si giocava alle bocce. È stata una scuola di vita. Nella piana di San Martino a Mendrisio c’erano tre aziende agricole: era tutta una distesa di verde.

Una tua diagnosi sull’informazione…

Il giornalista è un mediatore tra il fatto e il destinatario della notizia, cioè l’opinione pubblica. Io ho fatto il capoedizione del Quotidiano fino al 2005. Lì c’era la scuola di pensiero di chi sosteneva che i giornalisti sarebbero dovuti stare lì, a Comano, a pendere dallo schermo per apprendere l’arte. Io ero per la scuola dello stare tra la gente. La prolunga del cervello pare essere diventato il computer. Io mi sento sempre in soggezione di fronte al significato di un titolo come regista.

E l’immagine ha tratto vantaggi dall’evoluzione in atto?

Il lavoro in televisione è sempre stato di squadra. Il cameramen, il fonico e il montatore restano indispensabili, specialmente per un documentario. Oggi con un telefonino si pensa di poter fare tutto. Io apprezzo anche cose moderne, magari non è il mio passo, decisivo però è che un lavoro sia fatto bene, confezionato in modo professionale.

Che cosa ti preoccupa maggiormente davanti al futuro?

Siamo in una pandemia che di colpo ha messo in ginocchio il mondo intero. Dalla glorificazione della scienza e della tecnologia, alle quali riconoscevamo il potere di risolverci ogni problema, ci ritroviamo ora in una fase di incertezza, confusione e dubbio. Forse si è esagerato, ma è ancora la scienza che ci deve portar fuori dall’antro. Negli Stati Uniti sei casi di trombosi su 6,8 milioni di vaccinati (un caso ogni milione di persone) hanno determinato una sospensione del vaccino Johnson & Johnson. Noi in Svizzera abbiamo dormito con i vaccini. L’Europa, l’Italia, possono aver fatto degli errori, ma noi siamo 8 milioni, siamo la nazione della Big Pharma… La Lonza aveva detto al Consiglio Federale nel maggio dell’anno scorso di essere pronta a produrre il vaccino. Potevamo essere davanti a tutti, abbiamo temporeggiato con i risultati visti. L’unica uscita di sicurezza è comunque il vaccino. Se dovremo ripetere le vaccinazioni pazienza, lo facciamo anche con l’anti-influenza.

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