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Cura del Covid, Remuzzi: "Antinfiammatori e antivirali promettenti in fase precoce" - BergamoNews
L'intervista

Cura del Covid, Remuzzi: “Antinfiammatori e antivirali promettenti in fase precoce”

Il direttore dell’istituto Mario Negri illustra le novità nella ricerca di farmaci efficaci contro il Covid

“L’utilizzo di alcuni antivirali e di antinfiammatori in fase molto precoce sta dando risultati promettenti”. Così il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, si esprime in merito agli studi condotti in tutto il mondo per individuare terapie contro il Covid.

La ricerca è molto attiva per trovare cure efficaci ma anche per approfondire la correlazione fra la genetica e la malattia, quindi per accertare se la gravità dell’infezione sia determinata dai geni degli individui. Su questo argomento lo scienziato bergamasco, insieme ai suoi collaboratori, sta conducendo uno studio di cui ha parlato in occasione del nuovo appuntamento del festival “Sapiens”, che lo ha visto protagonista venerdì.  Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

A che punto siamo con la ricerca di cure domiciliari contro il Covid?

Innanzitutto va premesso che esistono due approcci diversi alle cure domiciliari. Il primo si riferisce ai medici che curano i pazienti a casa e sostengono di aver riscontrato benefici adoperando vari tipi di farmaci. Ad esempio c’è chi utilizza Idrossiclorochina e chi ricorre a Ivermectina, cortisone o altri medicinali. Non è un fenomeno solamente italiano, sta succedendo in tutto il mondo: questi medici affermano che le persone che hanno trattato non hanno sviluppato la malattia in forma grave, non necessitano di ricovero in ospedale e non sono morte. Il secondo approccio, invece, fa riferimento al tentativo che hanno fatto varie persone – inclusi noi ricercatori del Mario Negri – di curare dei pazienti, tutti allo stesso modo, confrontandoli con altri che non hanno ricevuto queste cure.

Questo fa la differenza?

Si, perché il vero problema delle cure domiciliari è che in questa malattia l’80% delle persone ha dei sintomi molto modesti che quasi sempre passano da soli mentre il 20% ha difficoltà respiratoria: in questo caso il virus si diffonde ai polmoni, i pazienti sviluppano una malattia grave, hanno una polmonite interstiziale bilaterale atipica e hanno bisogno di ossigeno, di essere ospedalizzati e un certo numero degli individui che vengono ricoverati può morire. Partendo dalla consapevolezza che l’80% dei pazienti ha forme lievi che guariscono da sole dopo 6-10 giorni possiamo facilmente capire che senza effettuare il confronto con un gruppo di controllo non si riesce ad avere un’idea sull’efficacia del trattamento eseguito.

Remuzzi


Insieme al dottor Fredy Suter, ex primario di malattie infettive all’ospedale di Bergamo, e con il contributo fondamentale di un gruppo di dottoresse di famiglia di Varese tra cui la dottoressa Elena Consolaro, ha condotto uno studio molto importante usando degli antinfiammatori. Come si è svolto?

Abbiamo trattato 90 pazienti con Nimesulide e Celecoxib in fase molto precoce, quando hanno manifestato i sintomi iniziali, prima ancora che ricevessero l’esito del tampone. Quando abbiamo eseguito questo lavoro, infatti, i tempi per avere il risultato del tampone erano più lenti di adesso e bisognava aspettare una decina di giorni. Abbiamo somministrato questi antinfiammatori per evitare l’insorgenza di una sindrome da iper-infiammazione che segue lo sviluppo dei primi sintomi e che in determinati casi può evolvere verso la compromissione della funzione polmonare e l’insufficienza respiratoria. Dopo 4-5 giorni abbiamo eseguito esami di laboratorio e qualora avessero evidenziato complicazioni, avremmo dato una bassa dose di eparina (se fosse aumentato un determinato marcatore di tendenza alla trombosi), ossigenoterapia anche a casa e, a un certo punto, saremmo arrivati al cortisone se fossero sopraggiunti problemi di respirazione.

E com’è proseguito lo studio?

Abbiamo confrontato questi pazienti con altrettanti uguali e identici i cui dati sono raccolti nello studio Origin che presenteremo venerdì 24 settembre al Festival “Sapiens” e che riguarda la correlazione tra la genetica e la malattia da Covid. Il risultato è che tra le persone che hanno cominciato la nostra terapia solamente 2 sono state ricoverate in ospedale mentre fra quelle trattate con paracetamolo e vigile attesa, cioè quello che viene solitamente raccomandato, 13. La differenza è altamente significativa: equivale a una riduzione del 90% della necessità di ospedalizzazione. Uno dei revisori di questo lavoro ha suggerito di adottare un gruppo di controllo più grande e allora abbiamo confrontato i 90 pazienti con ulteriori 1.779 che avevano caratteristiche simili a loro pur non essendo completamente identici e abbiamo riscontrato lo stesso divario. Va precisato, però, che non si tratta di uno studio perfetto.

Come mai?

È retrospettivo, cioè i dati sono stati raccolti dopo aver curato i pazienti e i due gruppi di confronto appartengono a due periodi diversi: quelli che hanno ricevuto gli antinfiammatori sono stati trattati da ottobre 2020 a gennaio 2021 mentre quelli che hanno rappresentato il gruppo di controllo (avevano assunto paracetamolo e osservato vigile attesa) da marzo a maggio 2021. Il lavoro, comunque, è stato pubblicato, quindi non si tratta dell’impressione di un medico scaturita dal trattamento di alcuni casi ma è una documentazione accertata con i necessari controlli. Inoltre sono stati pubblicati altri studi sull’uso degli antinfiammatori.

Ci spieghi

Sulla rivista The Lancet è uscito un lavoro perfetto: è controllato e prospettico, cioè i pazienti sono stati assegnati prospetticamente a un trattamento o all’altro e sono stati controllati i risultati. I ricercatori in questo caso hanno adoperato un inalatore per l’asma che contiene una piccola quantità di cortisone (Budesonide) ottenendo una riduzione come la nostra dell’evoluzione verso la malattia severa e l’ospedalizzazione. Un terzo studio controllato, poi, è stato realizzato in India: 102 pazienti hanno ricevuto Indometacina e 108 paracetamolo. Tra i primi nessuno ha avuto bisogno di ossigeno mentre negli altri il 20% ne ha avuto la necessità. Tre studi diversi, quindi, vanno sostanzialmente nella stessa direzione: usano antinfiammatori in momenti molto precoci della malattia, all’esordio dei primissimi sintomi, ottenendo risultati promettenti.

Il problema è capire quale sia l’antinfiammatorio migliore?

Non si può affermare che ci sia un antinfiammatorio migliore degli altri, ma è possibile sostenere che probabilmente la terapia antinfiammatoria all’esordio dei sintomi riduce molto la necessità di ospedalizzazione. Dico probabilmente perché non ci sono ancora evidenze così forti per ritenere di esserne sicuri. Ma non è tutto: insieme ai colleghi del Mario Negri, abbiamo realizzato un altro studio: i controlli si riferiscono sempre a pazienti dell’Origin ma la parte attiva è prospettica. Tra pochissimi giorni avremo i risultati e se fossero simili al primo lavoro l’evidenza sull’utilizzo degli antinfiammatori sarebbe più forte. E c’è da precisare una cosa.

Quale?

I medici che stanno protestando in piazza sostenendo che è assurdo che l’Aifa e il ministero non diano agli altri medici indicazioni per le cure domiciliari in questo momento non tengono conto del fatto che le autorità regolatorie non possono basarsi su ciò che il singolo medico ritiene che funzioni. La sua sensazione, che potrebbe essere anche giusta, di per sé non costituisce un’evidenza, quindi non basta per fornire un’indicazione generica. D’altro canto, pure le nostre considerazioni per ora sono insufficienti perché si tratta di studi imperfetti per il gruppo di controllo e perché una parte è retrospettiva, e anche gli altri due studi hanno bisogno di ulteriori conferme. Altri sono stati condotti in Israele e negli Stati Uniti adoperando protocolli simili ma non sono ancora stati pubblicati.

E cosa pensa della prudenza dell’Aifa e del ministero della sanità sulle cure domiciliari?

Ritengo che per ora facciano bene a non considerarli sufficienti per una raccomandazione generale. Il singolo medico, comunque, può consultare la letteratura, visionare i lavori pubblicati, i pregi e i difetti di ognuno e valutare quale lo convinca di più per i propri pazienti, al di là delle raccomandazioni dell’Aifa e del ministero. Non può pretendere, però, che le sue esperienze diventino raccomandazioni delle autorità regolatorie per queste ultime devono basarsi su studi su grandi numeri, prospettici e realizzati con determinati criteri.

Ci sono cure utilizzabili quando non si è riusciti a intervenire in fase precoce?

Probabilmente Anakinra, farmaco usato contro l’artrite reumatoide, funziona. Un lavoro redatto da ricercatori greci, che ha coinvolto molti autori ed è stato pubblicato sulla rivista Nature, mostra che è stato in grado di ridurre del 70% la progressione della malattia respiratoria severa e del 28% la mortalità. La somministrazione ha riguardato pazienti agli inizi dell’ospedalizzazione con Covid severo o moderato e rischio di progressione verso la patologia respiratoria seria. Anakinra rientra nella categoria degli antinfiammatori, ma oltre a questi farmaci sono arrivati risultati promettenti da alcuni antivirali. Inizialmente si è provato a utilizzare quelli contro Ebola e l’Aids ma non hanno funzionato, mentre ora altri stanno dando buoni risultati, come quello nuovo della Pfizer e della Roche.

Ma come mai alcune persone si ammalano più gravemente di altre?

Ancora non lo sappiamo, ma lo studio Origin risponderà a questa domanda. Raccoglie 9.735 cittadini soprattutto di Albino, Alzano Lombardo e Nembro, ma anche di tutta la provincia di Bergamo compresa la città. Sono accomunati da caratteristiche simili: sono paragonabili per età, sesso, fattori di rischio e patologie concomitanti. Fra loro 400 hanno avuto il Covid in forma severa, quasi 400 lo hanno contratto ma non si sono ammalati o hanno avuto sintomi lievi e 300 non si sono infettati, anche se vivevano con chi si è ammalato. Abbiamo prelevato analisi genetiche di 1.050 pazienti, a fine settembre arriveremo a 1.200 e nell’incontro di venerdì sera ne parleremo.

Per concludere, potrebbero arrivare nuovi farmaci efficaci specifici contro il Covid?

Senz’altro, anche se è difficile fare previsioni sulla tempistica perché questi farmaci in un certo senso devono rincorrere le modificazioni che il virus compie man mano che si diffonde e per questo è fondamentale vaccinare tutti. Più in fretta vacciniamo il mondo meno diamo possibilità al virus di modificarsi. La ricerca, comunque, va avanti: basta pensare che all’inizio non sembravano esserci antivirali efficaci mentre ora sì. E dopo gli antivirali vanno usati gli antinfiammatori.

Cosa intende?

In teoria gli antivirali andrebbero usati quando l’infiammazione non si è ancora sviluppata: quando si manifestano i sintomi vuol dire che è cominciata l’infiammazione e in questa fase sono utilizzabili gli approcci che abbiamo proposto. Resta fondamentale, però, la vaccinazione perché se tutti si vaccinassero la probabilità che le persone si ammalino diventerebbe sempre meno. Poi c’è il problema di quanto duri l’effetto del vaccino: sappiamo che certe categorie come i trapiantati, i pazienti oncologici che effettuano terapie immunosoppressive o gli anziani affetti da diverse malattie hanno una risposta immune che dura solo 6 mesi, bisognerà ricorrere alla terza dose e poi osservare come si evolverà la situazione.

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