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Vaccini, la terza dose non è il richiamo, Roberta Villa: "Facciamo chiarezza" - BergamoNews
L'intervista

Vaccini, la terza dose non è il richiamo, Roberta Villa: “Facciamo chiarezza”

Per fare chiarezza abbiamo chiesto alla dottoressa Villa

“L’espressione ‘terza dose’ spesso viene usata in modo non corretto: bisogna fare chiarezza”. Così la giornalista e divulgatrice scientifica Roberta Villa, laureata in medicina e chirurgia, specifica la differenza tra dose aggiuntiva e richiamo del vaccino anti-Covid. Cosa si intende esattamente quando si utilizzano queste espressioni? E a quali fasce di popolazione si riferiscono? Quali tipologie di pazienti coinvolgono? Per saperne di più abbiamo intervistato la dottoressa Villa chiedendole di tracciare una panoramica completa e dettagliata.

Cosa s’intende per dose aggiuntiva di vaccino?

La dose aggiuntiva serve alle persone immunodepresse, ai soggetti che hanno gravi immunodepressioni come i trapiantati d’organo e i pazienti oncologici che assumono farmaci molto importanti. Nei mesi scorsi si è visto che, purtroppo, spesso questi individui rispondono poco alla vaccinazione: con la somministrazione di una dose aggiuntiva la protezione aumenta e diventa sufficiente a proteggerli. In questo caso viene eseguita una vera e propria terza dose, che fa parte del ciclo vaccinale originale per portare anche chi ha un sistema immunitario più fragile al livello di copertura di tutti gli altri… È quanto avviene anche per altri vaccini, per i quali le persone più fragili necessitano di una dose aggiuntiva rispetto alle altre.

Con che tempistica viene eseguita?

In questo momento la terza dose è consigliata dalla circolare ministeriale ed è prevista per queste categorie di persone almeno dopo 29 giorni dalla seconda. Inoltre, è stato specificato che viene eseguita adoperando un vaccino a base mRNA indipendentemente dal fatto che in precedenza si abbia ricevuto un altro vaccino a base mRNA o a vettore virale.

Cos’è, invece, il richiamo?

È la somministrazione del vaccino alle persone che hanno già effettuato il primo ciclo di vaccinazione e hanno già avuto una risposta nei confronti del virus. L’esecuzione della dose di richiamo (in inglese booster), al momento, in Italia è in stand-by anche se è probabile che verrà introdotta nei prossimi mesi perchè si è visto che la protezione anticorpale, cioè la quantità di anticorpi nel sangue, tende a scendere col tempo. Sembra calare dopo 6-8 mesi: non significa che dopo questo lasso di tempo necessariamente le persone non siano protette perché possono entrare in gioco la memoria immunologica e alcune cellule che reagiscono e ci proteggono, ma c’è il timore che le persone più fragili possano rimanere scoperte.

Ci spieghi.

La somministrazione della dose di richiamo è una precauzione che probabilmente verrà introdotta nei prossimi mesi per esempio per i grandi anziani, gli ospiti delle Rsa e gli ultraottantenni. Oltre alle persone di età maggiormente avanzata e ai più fragili, potrebbe essere indicata per chi è molto esposto come gli operatori sanitari. Per tutta la popolazione in questo momento a livello scientifico non c’è un’indicazione in merito all’esecuzione di un richiamo. Diversi fattori, infatti, possono incidere favorevolmente, come la possibilità di contare su un sistema sanitario sano, l’attenzione a evitare i rischi, l’utilizzo del green pass e un buon numero di persone vaccinate. Bisogna considerare, invece, il grandissimo rischio che deriva per tutta l’umanità dal fatto che il resto del mondo sia completamente senza vaccini. Per esempio in Africa solo l’1% delle persone è stata vaccinata: bisogna donare dosi o, comunque, cercare di potenziare la protezione degli altri Paesi sia per loro sia per noi.

In che senso?

C’è il rischio che si possano generare nuove varianti che potrebbero diventare un problema se resistessero ai vaccini. A quel punto dovremmo ricominciare tutto daccapo e sarebbe molto peggio.

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