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Dal barcone al marciapiedi fino al lavoro fisso: Mike rinasce grazie a due imprenditori bergamaschi - BergamoNews
La storia

Dal barcone al marciapiedi fino al lavoro fisso: Mike rinasce grazie a due imprenditori bergamaschi

Il 26enne ha lasciato la Nigeria 5 anni fa, ha passato un anno in una prigione libica poi è arrivato in Italia sulla rotta dei migranti del Mediterraneo. A Bergamo è stato aiutato da Daniele Formenti e Stefano Colleoni, che lo hanno assunto nella loro azienda

Bazzicava il marciapiedi davanti a un supermercato in cerca di aiuto, meglio se di un lavoro, dopo essersi lasciato alle spalle il tragitto infernale dei migranti: viaggio nel deserto, prigioni libiche, barconi sovraffollati in balia delle onde del Mediterraneo. Alla fine la sua costanza è stata premiata dalla sensibilità di due giovani imprenditori bergamaschi, che hanno intercettato la sua storia e gli hanno offerto una possibilità. E ora Mike John Ehi, 26 anni, originario del sud della Nigeria ha un lavoro e una casa, sogno coronato a cinque anni di distanza dal giorno in cui ha deciso di lasciare il suo Paese.

L’approdo in Italia non ha coinciso immediatamente con le sue aspettative, passando da un centro d’accoglienza a un lavoro precario per finire a cercare un impiego per strada, nella via della movida di Bergamo. È qui, dopo più di un anno in questo limbo, che ha incontrato Chiara Teani, direttrice del supermercato Carrefour di via Borgo Santa Caterina, di proprietà del compagno Daniele Formenti e del suo socio Stefano Colleoni. Mike si sedeva lì fuori diverse volte alla settimana, hanno iniziato a parlare, hanno fatto amicizia. Lui le ha raccontato da che cosa veniva, lei ha ascoltato e s’è presa a cuore la sua vicenda.

La donna ne ha parlato con Daniele, che è anche titolare, sempre insieme a Colleoni, della Formenti Machinery Relocation srl di Suisio, una ditta di montaggio e smontaggio di macchinari industriali. Un giorno i due soci erano impegnati ad allestire scaffali all’interno del loro supermercato e hanno proposto a Mike di entrare e dare loro una mano. “Avevamo bisogno di personale, gli abbiamo chiesto se voleva provare a lavorare per noi e lui ha accettato”, spiega Formenti.

Da quel giorno la vita di Mike è cambiata radicalmente: ha un’occupazione a tempo indeterminato, un’abitazione tutta sua, degli amici, ogni domenica canta nella chiesa evangelica di Treviolo e sta imparando ad andare in bicicletta.

Perché ha deciso di andarsene dalla Nigeria?

Per problemi legati alla mia religione. Sono cristiano e a Benin, la mia città, non siamo ben visti. C’era un gruppo di persone che voleva farmi male, così ho chiesto aiuto a mia mamma, che mi ha dato duemila euro per scappare.

Com’è arrivato in Italia?

Ho dato tutti i soldi ad un ragazzo e mi hanno caricato su un mezzo insieme ad altre persone. Il viaggio è durato dieci giorni, per tre non abbiamo mangiato nulla, abbiamo attraversato il deserto del Niger e siamo arrivati a Brach, in Libia.

E lì cos’è successo?

Il ragazzo che avevo pagato è scappato e io sono stato preso da un gruppo che vende la gente per soldi. Mi hanno portato in una prigione, un capannone dove c’erano circa mille persone, tutte straniere. Sono stato lì un anno.

Le hanno fatto del male?

Sì, mi picchiavano con i manganelli, volevano i soldi. Ti davano un telefono e ti dicevano di chiamare i parenti per farti dare del denaro. Se i tuoi non riuscivano ad aiutarti o se non rispondeva nessuno ti massacravano di botte. Ho visto gente morire per le bastonate ricevute.

Cosa le davano da mangiare?

Niente, nemmeno da bere. Ogni tanto un po’ di riso o di pasta bianca e l’acqua non era potabile. Se la bevevi stavi male, così bisognava berne poca, stando molto attenti.

Sua madre ha risposto al telefono.

Sì, piangeva, è riuscita a mandarmi 800 euro e così sono stato liberato. Mi hanno portato a Tripoli e mi hanno messo su una specie di barca. Si chiamava Lampedusa. Con me c’erano altre 200 persone, alcune sono morte subito perché non respiravano. Dopo meno di un’ora la barca si è fermata, tanti sono caduti in acqua e sono annegati. Abbiamo aspettato che qualcuno ci salvasse ed è arrivata una nave tedesca, una Ong. Siamo sbarcati in Italia in 76, non so dove, gli altri sono morti tutti.

Quando è arrivato a Bergamo?

Sono stato un po’ in un centro di prima accoglienza a Reggio Calabria, poi mi hanno mandato a Zogno in un appartamento della cooperativa Ruah, vivevo con altre sei persone. Ho lavorato in un’impresa di pulizie, poi mi hanno mandato via e non avevo nulla da fare. Ho studiato, ho preso la licenza media, ho fatto il corso di italiano e quello per imparare a fare il panettiere, ma non trovavo lavoro.

Come ha conosciuto Chiara?

Per quasi un anno mi sono seduto fuori dal Carrefour, cercavo aiuto e qualcuno che potesse darmi qualcosa da fare. Abbiamo parlato, lei era gentile. Poi un giorno Daniele e Stefano mi hanno chiesto di aiutarli, io l’ho fatto, gli ho raccontato la mia storia, mi hanno dato una possibilità.

Quale è il suo compito all’interno dell’azienda?

Mi occupo un po’ di tutto, do una mano dove serve perché sto ancora imparando, facciamo carpenteria, scaffalature, traslochi aziendali. Loro mi insegnano tutto, anche gli altri colleghi e mi aiutano molto.

Oltre al lavoro ha trovato anche una casa, vero?

Sì, grazie ai miei titolari che mi hanno fatto da garanti con la persona che mi ha affittato l’appartamento. Mi trasferisco tra qualche giorno, è dietro alla ditta, posso andare a lavorare a piedi. Adesso devo andare con loro a comprare qualche mobile, faccio un finanziamento per acquistarli e pago poco a poco. Ora ho la busta paga e posso farlo.

La bontà d’animo di Formenti e Colleoni è stata ripagata: “Mike ha una grande forza di volontà, non è mai stato a casa un giorno, è molto disponibile. Anche se bisogna insegnargli tutto. Capiamo le sue difficoltà, è entrato in una realtà completamente differente dalla sua, non è facile inserirsi”, dichiarano.
Gli altri quindici dipendenti della Formenti Machinery, tutti italiani, lo hanno accolto bene. “Abbiamo raccontato a tutti cosa ha passato Mike e loro lo hanno accettato – spiega Colleoni -. Diciamo che ha prevalso l’aspetto umano rispetto a quello professionale, ed anche loro lo seguono con pazienza”.

A chi vi dice “prima gli italiani” cosa rispondete?

Che siamo in forte espansione, stiamo cercando personale ma non lo troviamo. Si presentano soprattutto stranieri che vengono e suonano il campanello chiedendo se abbiamo bisogno. Il nostro è un lavoro pesante, siamo spesso in trasferta, ma è sicuro e il gruppo è affiatato. Assumiamo volentieri persone con voglia di fare, basta chiamare e chiedere un colloquio.

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