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La preoccupazione di Papa Francesco per la popolazione Afghana - BergamoNews
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La preoccupazione di Papa Francesco per la popolazione Afghana

Papa Francesco: "Ringrazio chi si sta adoperando per aiutare quella popolazione così provata, in particolare donne e bambini".

Papa Francesco segue con preoccupazione la situazione in Afghanistan ed esprime dolore per le vittime degli attentati all’aeroporto di Kabul: “Partecipo alla sofferenza
di quanti piangono per le persone che hanno perso la vita negli attacchi suicidi e di coloro che cercano aiuto e protezione. Affido alla misericordia di Dio onnipotente i defunti. Ringrazio chi si sta adoperando per aiutare quella popolazione così provata, in particolare donne e bambini. Chiedo al mondo di continuare ad assistere i bisognosi e a pregare perché il dialogo e la solidarietà portino a stabilire una convivenza pacifica e fraterna e offrano la speranza per il futuro del Paese”. Non si può rimanere indifferenti: “La storia della Chiesa lo insegna, come cristiani questa situazione ci impegna. Rivolgo un appello a tutti, a intensificare la preghiera e a praticare digiuno e penitenza, chiedendo al Signore misericordia e perdono”.

IN AFGHANISTAN NON C’È PIÙ UN PRETE
Questo ha detto Francesco nell’Angelus di domenica 29 agosto 2021. Ma ha colpito il suo silenzio dopo il primo appello del 15 agosto. Un silenzio necessario perché qualunque informazione o parola poteva aggravare la posizione dei missionari cattolici. Il 25 agosto padre Giovanni Scalese, barnabita – che guida la “missione sui iuris” in Afghanistan istituita da Giovanni Paolo II nel 2002 – dopo vari tentativi si è imbarcato su uno degli aerei italiani. Con la sua partenza, non c’è più un sacerdote cattolico sul suolo afghano. Ha raggiunto Roma con quattro Missionarie della Carità e 14 bambini orfani e disabili da loro assistiti. La «missione sui iuris» non poteva battezzare, garantiva solo la cura pastorale degli stranieri. L’unica chiesa cattolica è nell’ambasciata italiana: Roma per prima riconobbe l’indipendenza afghana nel 1919. Ora la chiesa è chiusa.

ISLAM UNICA RELIGIONE AMMESSA
Il silenzio diplomatico è dovuto anche al fatto che è tra i pochissimi Paesi al mondo a non avere relazioni diplomatiche né contatti informali con la Santa Sede. L’Islam è la religione di Stato ed è l’unica ammessa. Padre Scalese dice che “nessuno si aspettava una conclusione così repentina. Tutti speravano in un epilogo più negoziato”. La speranza è che i talebani accettino l’aiuto delle Ong straniere, tra cui quelle cattoliche e delle congregazioni religiose. L’allarme attentati resta altissimo. La minaccia è credibile e Washington non esclude atti terroristici su suolo statunitense: l’11 settembre è il 20° anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington. I miliziani mostrano tutta la loro violenza, feroce e disumana, uccidendo senza ragione, bastonando i civili in coda ai bancomat per il ritiro di denaro, tagliando reti internet e telecomunicazione. L’Unicef parla d 300 mila bambini sfollati, 1 milione di bimbi sotto i 5 anni che soffre di malnutrizione, 4 milioni fuori dalla scuola.

NON CI SONO PIÙ CRISTIANI
La Santa Sede ha parlato della situazione umanitaria il 24 agosto alla 31ª sessione speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra dedicato “alle gravi preoccupazioni sui diritti umani e la situazione in Afghanistan”. Monsignor John Putzer, incaricato di affari, ribadisce che la Santa Sede chiede «a tutte le parti di riconoscere e sostenere il rispetto per la dignità umana e i diritti fondamentali di ciascuna persona, incluso il diritto alla vita, la libertà religiosa, il diritto alla libertà di movimento e il diritto a riunirsi pacificamente. È di vitale importanza supportare il successo e la sicurezza degli sforzi umanitari nella Nazione, in uno spirito di solidarietà internazionale, e per non perdere i progressi che sono stati fatti. La Santa Sede si augura una pacifica e veloce risoluzione delle tensioni in corso; resta convinta che il dialogo rappresenti il più potente mezzo per raggiungere la pace; chiede alla comunità internazionale di passare dalle dichiarazioni all’azione, accogliendo i rifugiati in spirito di fraternità umana”.

CORRIDORI SANITARI E UMANITARI UNICA SOLUZIONE
Il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea (Comece) lancia un appello: «L’unica cosa di cui stiamo discutendo è cosa fare per non avere un grande numero di profughi dall’Afghanistan piuttosto che andare in aiuto di queste persone. Questo mi provoca vergogna. Non si parla più di rifugiati né di richiedenti asilo in base agli accordi di Ginevra. Si parla di migranti illegali e questo fa paura. Il muro è l’espressione di
questa mentalità. Avevo sperato che il crollo del Muro di Berlino avesse segnato la fine del tempo dei muri. Non è così. Sono stati costruiti nuovi muri. A farlo non è il
mondo comunista ma la società europea, occidentale, liberale, permissiva». I corridoi sanitari e umanitari sono «l’unica risposta alle crisi e alle emergenze che funziona.
Abbiamo già campi in Libia per i migranti dall’Africa. E sappiamo benissimo in quali condizioni si vive in quei campi. Pensare ora di mettere le persone in fuga
dall’Afghanistan in un campo profughi è come condannarle alla disperazione».

PENSARE ANCHE AD HAITI
La presidenza della Conferenza episcopale italiana, in sessione straordinaria in rete il 17 agosto, «condivide l’angoscia per la gravissima crisi umanitaria dell’Afghanistan. In queste situazioni a pagare il prezzo più alto sono i più deboli: anziani, donne e bambini». Appoggia la proposta dei corridoi sanitari e umanitari rievocando le parole del Papa il 15 agosto: «Vi chiedo di pregare il Dio della pace affinché cessi il frastuono delle armi e le soluzioni possano essere trovate al tavolo del dialogo. Solo così la martoriata popolazione di quel Paese potrà ritornare alle proprie case, vivere in pace e sicurezza nel pieno rispetto reciproco». La Cei ha stanziato un milione di euro per i terremotati di Haiti dai fondi dell’otto per mille.

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