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Le testimonianze dei pazienti

“Alla Fiera di Bergamo mi hanno salvato dal Covid, ma sul vaccino ho ancora dubbi” fotogallery

I racconti dei sopravvissuti che hanno scoperto la targa commemorativa alla Fiera, luogo simbolo della lotta alla pandemia: "Non potremo mai ringraziare abbastanza i medici". In via Lunga oltre 206mila vaccinazioni, ma anche tra i reduci del virus c'è chi mostra ancora scetticismo sulla campagna

Bergamo. Alberto Maurizio Pedroni, 59 anni, di Treviglio, non riesce a trattenere l’emozione. Non può far altro che ringraziare i medici dell’ospedale in Fiera. Non perché non sappia cos’altro dire, “ma perché di quel periodo – ammette lasciandosi scappare una lacrime – non ricordo nulla. Ero completamente privo di conoscenza”. Intubato, in balia del Covid-19 come Gian Carlo Roncalli, 63 anni, di Carvico. Due testimoni. Due ex pazienti che martedì mattina hanno scoperto la targa commemorativa posizionata all’ingresso della Fiera di Bergamo, “a perenne memoria del ruolo che questo luogo ha avuto nella lotta alla pandemia”.

Alberto e Giancarlo fanno parte delle 245 persone curate negli spazi della Fiera tra la prima e la seconda ondata. Il primo è stato ricoverato il 30 dicembre 2020. “Eravamo sotto Natale – racconta -. Ero sceso in strada a spalare la neve, quando ho sentito il fiato mancare e perso lucidità. Soffro di bronchite cronica e nei giorni precedenti avevo scambiato i sintomi del Covid per quei soliti fastidi”. Invece… “Invece dopo il tampone sono stato ricoverato a Treviglio e mi sono risvegliato cinque giorni dopo in Fiera”. È stato dimesso il 7 gennaio 2021, prima di essere trasferito all’ospedale di Romano per altre cure. “Un incubo”, lo definisce.

Il secondo, reduce della prima ondata, se l’è vista pure peggio. È stato in Fiera per 40 giorni, dal 21 novembre al 30 dicembre 2020, prima di essere trasferito al Papa Giovanni, dove è rimasto fino alle dimissioni, in aprile. Cinque mesi e mezzo di calvario. “Quando è venuta a prendermi l’ambulanza mi mancava il fiato. Non riuscivo a connettere, a ragionare, a finire le frasi”. Anche lui non ricorda nulla, a parte il primo giorno di ricovero: “Mi hanno messo il casco per respirare, poi ho fatto un mese e mezzo di coma”. Buio. O quasi. “Sotto sedazione ho sognato tantissimo – confida -, ma erano tutti sogni sconclusionati, senza né capo né coda”, al quale non riesce a dare una spiegazione. “A volte ero sveglio, ma straparlavo. A differenza di tanti altri – sottolinea – ho avuto la fortuna di risvegliarmi definitivamente”. Ma porta ancora le cicatrici di quel periodo. “Spondilodiscite, vertebre saldate all’altezza del collo e una fistola faringea – elenca Roncalli -, poi la riabilitazione a casa con l’infermiera. Ho ricominciato a mangiare da solo un mese fa”.

Da marzo ad agosto alla Fiera sono state eseguite anche le vaccinazioni anti-Covid: 206.072 in totale. “È evidente, è l’unico modo per uscire da quest’incubo – taglia corto Roncalli -, non esiste sulla faccia della terra che la gente non si vaccini”. Nonostante la terribile esperienza della malattia, la pensa diversamente Pedroni: “Adesso stanno cercando di obbligare la gente in tutti i modi. Io che indosso sempre la mascherina, sono molto più prudente di chi ha il green pass e può andarsene in giro come se nulla fosse. Ero intenzionato a fare il vaccino, ma ci sono troppe cose che ancora non mi convincono. Sul tema – dice – ho sentito dire tutto e il contrario di tutto. In futuro vedrò, ma a livello di comunicazione non c’è mai stata grande chiarezza”.

Su una cosa, però, alla fine, entrambi concordano: “Con le persone che ci hanno salvato la vita, non potremo mai sdebitarci abbastanza”. Poco, ma sicuro.

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