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L'intervento

Afghanistan: la tomba degli imperi

Conviene forse cercare di fare qualche passo oltre l'emozione e porsi alcune domande perturbanti per tentare di inquadrare quanto accade in questi giorni in Afghanistan.

La via più rapida è quella emotiva. È una via lastricata di cartoline degli anni Settanta con le ragazze in minigonna (anche se queste immagini raccontano solo una parte della storia e rischiano di creare la nostalgia di un’età dell’oro che non è mai esistita) oppure di infografiche molto instagrammabili con corpi femminili che sbiadiscono prima sotto un burqa e poi nel nero totale.

Conviene forse cercare di fare qualche passo ulteriore e porsi alcune domande perturbanti per tentare di inquadrare quanto accade in questi giorni in Afghanistan.

Una domanda meno ovvia di quanto sembra è per esempio chi siano e cosa vogliano oggi i Taliban (letteralmente, “gli studenti” delle scuole coraniche), al di là della caratterizzazione che li dipinge come montanari fondamentalisti usciti dalle grotte del Medioevo.

Il recente libro di Elisa Giunchi (Mondadori Università 2021) utilizza l’immagine del “pashtun armato” per descrivere l’intreccio di legami tribali e interessi internazionali nell’Afghanistan alla fine dell’Ottocento, quando il paese è la prima linea della contrapposizione strategica tra russi e britannici in Asia centrale, e il teatro di un’assai sventurata campagna militare britannica a tutela dell’impero coloniale in India.

La sovrapposizione tra legami clanici, argomentazioni religiose (virate in senso anticoloniale dalla corrente islamica deobandi) e difesa dei propri territori tribali dalle ingerenze esterne (coloniali e governative) non è una novità, così come non è nuova la capacità dei gruppi armati locali di inserirsi nelle pieghe dei grandi giochi e della contrapposizione tra le potenze che si avventurano tra i monti afghani.

Semmai, come ha scritto Emanuele Giordana su “il manifesto, serve interrogarsi sulle trasformazioni che sono occorse negli ultimi vent’anni all’interno dell’esercito degli studenti armati: non perché essi siano divenuti più “moderati” o raccomandabili, ma perché hanno acquisito una maggiore consapevolezza dei margini di manovra di cui possono disporre nello scacchiere geopolitico centroasiatico.

Rispetto al 1996 i Taliban del 2021 sembrano meno dipendenti dal cordone ombelicale che li ha legati ai servizi segreti pakistani e maggiormente propensi a valutare cautamente le mosse possibili rispetto agli attori regionali (Russia, Cina, Iran, Turchia), senza dimenticare il ruolo che l’Afghanistan ha giocato negli ultimi anni all’interno della contrapposizione tra India e Pakistan né la posizione che il paese conserva nei grandi progetti per gli assi intermodali e i corridoi di transito delle risorse energetiche tra l’Asia centrale e l’Oceano Indiano. I Taliban non sono diventati meno brutali né meno minacciosi, come dimostrano le immagini e le testimonianze delle persone in fuga da Kabul e da altre aree del paese, ma si trovano a fare i conti con la politica internazionale e anche con un paese che, perlomeno nei grandi centri urbani, è comunque cambiato negli ultimi vent’anni.

Pur senza dipingerli come i rappresentanti del popolo afghano o di una maggioranza consistente, bisogna forse chiedersi (senza che questo costituisca una giustificazione) per quali motivi gli (ex-) studenti armati continuino a raccogliere consenso, e non solo paura, in una parte della popolazione.

Oltre ai motivi tribali e alle caratteristiche di un paese frammentato dal punto di vista etnico e geografico, oltre alla propaganda religiosa, pesano le conseguenze nefaste di anni di corruzione rampante che hanno contribuito a delegittimare la classe dirigente che ha retto l’Afghanistan fino a qualche giorno fa. Sullo sfondo rimane il peso di capi miliziani che si sono riciclati come esponenti politici e un’economia postbellica in cui ha continuato a prosperare il narcotraffico legato all’eroina, con misure di contenimento e contrasto addirittura controproducenti, come denunciato per anni da istituti di ricerca e dall’agenzia specializzata delle Nazioni Unite.

Di certo, senza un certo savoir faire diplomatico sulla via del Qatar, i Taliban non avrebbero potuto muovere i passi che li hanno portati a negoziare e infine siglare l’accordo del 29 febbraio 2020 con gli USA, rappresentati dall’inviato speciale ed ex ambasciatore Zalmay Khalilzad, già uomo di fiducia di George W. Bush e poi di Mike Pompeo e Donald J. Trump, riconfermato senza problemi dal nuovo segretario di stato Antony Blinken per l’amministrazione Biden. Sarebbe interessante capire, ma forse questo andrebbe chiesto ai diretti interessati, in cosa i Taliban degli ultimi giorni siano diversi da quelli che, a fine di febbraio del 2020, sono stati considerati interlocutori affidabili per concludere un documento intitolato “Accordo per portare la pace in Afghanistan”, scavalcando peraltro il governo di Kabul.

Quest’ultima domanda porta a chiedersi anche cosa volessero gli USA e se davvero, come ha scritto Lorenzo Forlani su “Esquire, si possa parlare di una “disfatta” o di un “fallimento” americano, al di là della potenza delle immagini che hanno rievocato la fuga da Saigon o le scene iniziali del film “Urla del silenzio”, ambientate a Phnom Penh subito dopo l’arrivo dei Khmer rossi.

Gli USA hanno perso, riconsegnando l’Afghanistan ai Taliban dopo vent’anni di guerra contro i Taliban, oppure gli obiettivi erano altri rispetto a quelli sbandierati dell’esportazione della “democrazia” e del rispetto dei diritti umani?

Anche senza lasciarsi travolgere dal cinismo, mettere in fila le dichiarazioni di Obama, Trump e Biden consegna un quadro sufficientemente fosco: gli Stati Uniti hanno raggiunto l’obiettivo di eliminare Osama bin Laden, vendicando gli attentati di New York e al Pentagono, e anche senza l’accelerazione degli avvenimenti degli ultimi giorni, la data simbolica dell’11 settembre 2021, ventesimo anniversario di quegli attacchi, avrebbe dovuto segnare il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan.

Vent’anni di permanenza militare hanno rappresentato una miniera d’oro per l’industria bellica e un teatro di collaudo per nuovi armamenti e tecniche di counterinsurgency (anti-guerriglia), il tutto beninteso con un altissimo costo economico e umano (come scrive Forlani, duemila miliardi di dollari per gli USA, nove miliardi di euro e una cinquantina di morti per l’Italia).

La sensazione è che la missione in Afghanistan sia stata pensata più per regolare i conti con al-Qa’ida e impedire la formazione di nuove basi del terrorismo jihadista transnazionale che per avviare una transizione politica sostenibile nel paese.

Con lo stile raffazzonato che gli è proprio, il primo ministro britannico Boris Johnson ha persino parlato, come riporta la BBC, di un successo sostanziale della “missione di fondo”. Quanto al rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e la sicurezza comune, una delle prime dichiarazioni è stata quella relativa alla necessità di negoziare con i Taliban per impedire la partenza di un’ondata di rifugiati. Ancora una volta, la massima preoccupazione politica dell’Europa sembra essere quella di bloccare i flussi migratori a prescindere dagli interlocutori, dagli strumenti e dai contesti in cui ciò avviene.

A monte di tutto, l’interrogativo più complesso appare quello della sostenibilità del modello di “stabilizzazione militarizzata” che ha caratterizzato gli interventi internazionali sin dagli anni Novanta. Anche guardando a contesti molto meno tragici e molto più vicini ai confini italiani, ossia la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, appare abbastanza evidente come le missioni (dette ora “di pace”, ora di “stabilizzazione”) si siano trasformate in protettorati militari internazionali a tempo indefinito, con una pioggia di aiuti che però spesso hanno alimentato la corruzione e le clientele delle milizie trasformate in partiti “rispettabili” più che la popolazione, e in particolare i suoi strati più vulnerabili.

Naturalmente sarebbe ingiusto bocciare tutto quanto è stato fatto nel corso degli ultimi vent’anni in Afghanistan: molte agenzie internazionali, governative e non governative hanno lavorato nei settori della produzione agricola, dell’educazione, della sanità, perlopiù segnalando gravi carenze e situazioni di rischio, così come le grandi disparità tra le diverse aree del paese.

Nel complesso, tuttavia, la missione militare non è riuscita (e a questo punto qualcuno può pensare che, in fondo, forse non ci teneva neanche così tanto) a creare una transizione sostenibile verso uno stato sufficientemente efficace e autorevole senza essere autoritario. Nel sostanziale disinteresse della comunità internazionale (e anche dell’opinione pubblica, magari concentrata su altri conflitti nel frattempo esplosi), ciò che si è costruito negli anni è stato un castello di carte fatto di notabili, capi tribali, ex signori della guerra; un cartello che difficilmente poteva suscitare una lealtà incrollabile e che infatti si è sciolto come neve al sole d’agosto.

Sono molti gli interrogativi che rimangono senza risposta, probabilmente troppo grandi per trovarla nei commenti emotivi di questi giorni. Un interrogativo a cui certamente potranno dare risposta solo i posteri è se l’Afghanistan, come scrive Frederick Starr nel suo monumentale libro sulla storia dell’Asia centrale e il suo “illuminismo perduto” (Einaudi 2017), oltre a essere terra di grandi civiltà del passato sia destinato a essere la tomba di tutti gli imperi che hanno cercato di invaderlo.

*Docente all’Università di Pavia, esperto di Medio Oriente

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