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Messi al Psg è l'emblema di un calcio faraonico, fuori dalla realtà. L'opposto dell'Atalanta - BergamoNews
In barba ai bilanci

Messi al Psg è l’emblema di un calcio faraonico, fuori dalla realtà. L’opposto dell’Atalanta

L'argentino, che guadagnerà 35 milioni di euro netti l'anno, è l'ultimo nome della campagna acquisti dei francesi. Che per l'ennesima volta hanno aggirato regole e divieti

Parliamoci chiaro: il Psg che ha costruito Leonardo in questa sessione di calciomercato è probabilmente la squadra sportiva più forte di tutti i tempi. Poi d’accordo, possiamo dire che il calcio non è fatto solo di figurine, che il campo è un’altra cosa, il pallone è rotondo e tante altre banalità che calzerebbero a pennello in un discorso così.

Donnarumma, Sergio Ramos, Hakimi, Wijnaldum e Messi rappresentano senza ombra di dubbio la campagna acquisti più faraonica mai compiuta da un club: cinque campioni assoluti che vanno ad aggiungersi a una squadra che già di per sé era parecchio competitiva, con nomi altisonanti come Neymar, Mbappè, Verratti, Marquinhos. E non solo. Per rendere meglio l’idea non dimentichiamoci delle riserve, che sarebbero titolari da scudetto in qualunque altra squadra: Kimpembe, Gueye, Herrera, Di Maria, Draxler, Sarabia e Icardi.

Messi è stato solo l’ultimo grandissimo colpo dell’estate parigina: il fuoriclasse argentino, dopo aver salutato piangendo il suo Barcellona, ha detto ‘sì’ ha una proposta da 35 milioni di euro (netti) l’anno per due stagioni con opzione per la terza, oltre a un bonus alla firma di 25 milioni.

Prima di lui Leonardo, coi soldi dell’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, si era assicurato Donnarumma per 12 milioni l’anno, Sergio Ramos per 15 a stagione, Wijnaldum per 10 milioni netti l’anno e Hakimi, pagato 80 milioni di euro all’Inter con un contratto da 8 milioni a stagione.

Non è la prima volta che il PSG prova a dare una spallata al calcio mondiale muovendo ingenti somme di denaro: come dimenticare l’acquisto di Neymar e di Mbappé appena qualche anno fa per la somma complessiva di oltre 400 milioni di euro.

E il fair-play finanziario? si chiederanno i più informati. Aggirato. Come spesso accade nel mondo del calcio.

Le spese pazze del Psg di fatto rappresentano l’ennesima umiliazione a chi il calcio lo fa come si deve. Come l’Atalanta, che – per fare un esempio concreto -, nonostante l’anno di crisi che ha colpito il mondo del pallone a causa della pandemia mondiale e i consistenti lavori in corso al Gewiss Stadium, è comunque riuscita a chiudere per la quinta volta consecutiva il bilancio (quello relativo al 2020) in maniera più che positiva, registrando un +51,7 milioni di euro.

La gestione dell’Atalanta non ha eguali in Europa ai livelli di un club che si è piazzato terzo in campionato nelle ultime due stagioni, che ha raggiunto i quarti e gli ottavi di Champions e che ha conquistato l’accesso alla Coppa più prestigiosa per la terza stagione consecutiva.

Percassi
Antonio Percassi, guida l'Atalanta dall'estate del 2010

Il bilancio al 31 dicembre 2020, licenziato nel marzo scorso, è stato uno schiaffo alle Big e all’emergenza Covid: 51,7 milioni di utili quando parecchie altre squadre sono in sofferenza economico-finanziaria. Maxi profitti che i Percassi sono riusciti ad ottenere nonostante il periodo critico che ha dovuto affrontare e sta affrontando tuttora il settore sportivo. Gli unici debiti contratti dall’Atalanta sono ascrivibili alla voce “debiti buoni”, cioè quelli legati agli investimenti infrastrutturali, circa 23 milioni a fronte di una liquidità di 52 milioni.

Per l’Atalanta quello del 2020 il quinto bilancio di fila in attivo per un risultato positivo aggregato di 129 milioni. Grazie a questo regime di autosufficienza la società di anno in anno riesce ad alzare l’asticella sul fronte degli investimenti. La capacità di spesa è aumentata grazie al ciclo Gasperini e le abilità nello scouting fanno il resto.

A fronte di tutto ciò è impossibile non vedere come le spese senza senso del Psg (ma potremmo parlare anche del Manchester City, se volessimo) siano un’offesa a una realtà, come quella bergamasca, che vive di programmazione e fa calcio con competenza e intelligenza.

L’impressione è che (anche) questo mondo sia sempre più in mano ai furbi e ai potenti. Non chiamatelo, però, calcio della gente.

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