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Variante Delta, rallenta un po' la crescita dei contagi, ma non a Bergamo - BergamoNews
Report 27 luglio – 2 agosto

Variante Delta, rallenta un po’ la crescita dei contagi, ma non a Bergamo

I nuovi casi registrati nella provincia di Bergamo sono stati 275, in crescita del 68,7% sul periodo precedente quando erano stati 163: un dato alto, di molto superiore alla media nazionale (+22,6%) e lombarda (27,7%)

La variante Delta in Italia è al 95%. Una prevalenza che ha portato con sé l’esplosione della quarta ondata. L’incremento dei nuovi casi continua e sarà importantissimo capire quale sarà l’andamento delle ospedalizzazioni nei prossimi giorni. Ma partiamo dai numeri.

Per la quarta settimana consecutiva la crescita dei positivi è stata ancora elevata, sia pure con numeri migliori rispetto alla precedente per quanto riguarda i nuovi casi: dal 27 luglio al 2 agosto sono stati 38.032 (+22,6% dai 31.017 del periodo precedente, 20-26 luglio); media giornaliera 5.433 (da 4.431).

Il tasso medio di positività ai tamponi molecolari è salito al 2,68%, dal 2,30% di una settimana fa.

Cresce il rapporto positivi/casi testati: 10,2% (da 7,7%).

Aumentano i ricoverati in area medica: 2.070 (dai 1.512 del 26 luglio) e le terapie intensive, 249 (dalle 182 del 26 luglio, + 36,8%) con 137 nuovi ingressi nella settimana (90 la precedente, prosegue la tendenza al rialzo); in crescita, ma su livelli ancora bassi i tamponi totali: 1.478.482 (da 1.435.054); decessi settimanali 117 (da 97). Le persone in isolamento domiciliare sono 90.698, con un incremento del 36,3%.

Il valore di Rt a livello nazionale è a 1,6 contro 1,51 del 26 luglio. Il tempo di raddoppio dei casi sale da 6-7 giorni a 11-12 giorni. La curva dei contagi segna 0,13% rispetto allo 0,11% precedente.

In sintesi, pur trovandoci di fronte a numeri ancora molto importanti, alcuni indicatori segnalano, già nel corso della settimana appena conclusa, un rallentamento della crescita delle nuove infezioni a fronte di un moderato incremento dei test eseguiti. Sulla base dei dati attuali il picco epidemico potrebbe arrivare rapidamente, già tra la metà e la fine di agosto.

I dati a Bergamo e in Lombardia

In Lombardia i nuovi casi sono stati 4.325, erano 3.387, quindi l’incremento sulla settimana precedente è del 27,7%. Continua l’aumento dei pazienti ricoverati in Area Medica: 210 (erano 151), mentre crescono di 4 unità quelli in Terapia Intensiva: da 28 a 32. 10 sono stati i decessi, in aumento di 4 unità rispetto al dato precedente. Le persone attualmente positive sono 11.486. I contagi ogni 100.000 abitanti salgono a 44. L’indice dei posti occupati in Area Critica è al 3%; al 2% quello relativo alle Terapie Intensive.

I nuovi casi registrati nella provincia di Bergamo sono stati 275, in crescita del 68,7% sul periodo precedente quando erano stati 163: un dato alto, di molto superiore alla media nazionale (+22,6%) e lombarda (27,7%).

Crescono i pazienti ricoverati: sono 23, di cui uno in Terapia Intensiva. Anche questa settimana non si registrano decessi.

Aumentano le persone in isolamento domiciliare: oltre 500 quelle in regime di obbligo, una cinquantina di meno quelle in isolamento fiduciario. I contagi ogni 100.000 abitanti salgono a 25 (precedente 15).

Lo sviluppo dell’epidemia in Italia sta seguendo un andamento atipico: con una prima fase di fortissima espansione, seguita da un rallentamento della crescita altrettanto marcato e precoce. Per entrambi i fenomeni forniamo una possibile interpretazione: la “fiammata” iniziale dei casi, che ha prodotto un tempo di raddoppio dei nuovi contagi di soli 6-7 giorni nella parte centrale del mese di luglio, può essere ricondotta a un bacino di replicazione virale molto più ampio di quanto fosse espresso dai dati ufficiali. In termini più semplici, il basso numero di test (come abbiamo più volte stigmatizzato) ha generato un bacino importante di positivi asintomatici, che hanno diffuso indisturbati l’infezione e causato l’esplosione iniziale.

L’efficacia dei vaccini

Il rallentamento precoce e più rapido del previsto dell’epidemia trova la medesima spiegazione: il basso numero di tamponi. I positivi non individuati sono stati probabilmente molti più di quanto finora stimato, quindi ben oltre il livello comunemente accettato di un positivo “ignoto” per ogni positivo ufficiale. Gli italiani venuti a contatto con il virus e immunizzati per via naturale potrebbero essere circa 3 volte il dato ufficiale, quindi 13,5 milioni (il 22,5% della popolazione). A questi dobbiamo sommare i vaccinati: il 2 agosto il 55% della popolazione, o il 52% se escludiamo i soggetti che hanno contratto la malattia, ma poi hanno ricevuto una dose singola. Numeri che ci stanno avvicinando più rapidamente del previsto all’immunità di gregge o, più probabilmente, quantomeno alla soglia oltre la quale il virus è costretto ad arretrare. Il traguardo è a portata di mano e dobbiamo tagliarlo in fretta, sicuramente prima dell’autunno e della piena ripresa delle attività (scuole incluse).

Questi positivi “in più”, di cui abbiamo detto, ci portano sì effetti benefici, ma in realtà segnalano anche un grave problema che spesso sottolineiamo: se individuati correttamente, e non lasciati liberi di circolare, i moltissimi soggetti sfuggiti alla rilevazione avrebbero permesso di avere una circolazione virale più limitata e quindi un minor numero di infezioni, di ricoveri e di decessi.

Questa considerazione ci porta a un altro argomento, quello dell’efficacia dei vaccini: non si possono avere dubbi in proposito, vista l’ormai enorme mole di dati ormai disponibili.

Ma vivendo in un mondo dove c’è chi si ostina a negare la pandemia, forniamo qualche ulteriore dato a supporto della campagna vaccinale.

L’ultimo Report dell’Istituto superiore di Sanità, con dati riferiti al periodo 4 aprile -18 luglio 2021, riporta un’efficacia media e indipendente dalle fasce di età così distribuita: contro il rischio di infezione 70,2% dopo la dose singola e 88,2% dopo il ciclo completo; contro il rischio di ricovero in area medica 81% dopo la dose singola e 95% dopo il ciclo completo; contro il rischio di ricovero in terapia intensiva 89% dopo la dose singola e 97% dopo il ciclo completo; contro il rischio di morte 80% dopo la dose singola e 96% dopo il ciclo completo. Nelle ultime due settimane solo il 9,2% di nuovi casi ha un’età superiore ai 60 anni, dove la copertura vaccinale suddivisa per fascia di età varia dal 76,9% al 93,9%; mentre il 61,3% delle infezioni si è concentrato tra 20 e 59 anni, dove la copertura vaccinale varia dal 36,7% al 61,4%. Si conferma quindi non solo l’altissima efficacia dei vaccini, ma anche l’importanza di completare il ciclo con la seconda dose.

Il Regno Unito

Nel Regno Unito, Paese che per primo ha fatto i conti con la violenta crescita dei casi dovuti alla variante Delta, la curva del contagio è già in flessione da oltre dieci giorni. E per ora, l’impatto sugli ospedali britannici sembra essere stato scongiurato.

E proprio partendo dal caso britannico, sembra ormai chiaro che bisogna aggrapparsi con forza alla vaccinazione completa (cioè alla doppia dose). I dati internazionali di chi ha vaccinato più di noi fissano due obiettivi chiari: con il 55-60% circa della popolazione protetta con doppia dose l’epidemia inizia a rallentare.

Un ulteriore stimolo a vaccinarsi dovrebbe venire da questa notizia, divulgata dal Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), gruppo di scienziati d’eccellenza che supporta il Governo inglese nelle decisioni sulla gestione dell’emergenza: “Una nuova variante Covid più letale e potenzialmente in grado di uccidere un terzo dei contagiati è una possibilità realistica e che, sul lungo periodo, non sia da escludere l’emersione di un ceppo dalle caratteristiche simili al virus MERS e con un tasso di mortalità del 35%.

Il pericoloso virus Mers

Il virus MERS è stato scoperto per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012 e da allora si sono verificati focolai in Corea del Sud nel 2015 e in Arabia Saudita nel 2018. In totale sono stati identificati solo 2.500 contagi in tutto il mondo, ma a impressionare è il numero dei morti, ben 885, più di uno su tre. Ebbene, l’ipotesi che le mutazioni del Sars-Cov-2 possano portare a un ceppo più letale non sono da escludere e secondo gli scienziati inglesi sarà fondamentale cercare di contenere anche nei prossimi mesi l’aumento dei contagi iniettando richiami di vaccino, limitando gli arrivi dall’estero e considerando, come estrema ratio, l’abbattimento di animali come i visoni, che possono ospitare il virus per evitare che il ceppo mutante si propaghi.

Terza dose?

Ce lo stiamo chiedendo da tempo: faremo una terza dose? La discussione è entrata nel vivo. E addirittura c’è chi ha già iniziato a somministrarla. Proprio in questi giorni, infatti, in Israele è stata avviata la somministrazione della terza dose del vaccino Pfizer agli ultrasessantenni già vaccinati.

Una decisione che al momento non mette d’accordo tutti. Negli ultimi giorni, in realtà, è stato pubblicato uno studio di Pfizer dal quale è emerso che il vaccino prodotto dalla stessa azienda Usa e della tedesca Biontech perde efficacia nel giro di sei mesi: scende dal 96% all’84% secondo i dati pubblicati in preprint e non ancora sottoposti a peer-review.

Sono dati che andranno valutati con attenzione nelle prossime settimane. In Italia, registriamo le parole del direttore delle Prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza: “Nel giro di un mese bisognerà decidere chi vaccinare e in quali tempi con la terza dose: è una decisione che va meditata bene ma probabilmente le persone più fragili e immunodepresse avranno una terza dose, anche se non abbiamo ancora deciso quando. Sulla terza dose c’è indecisione perché non ci sono ancora evidenze forti per poter dire che la faremo a tutti piuttosto che ad alcuni”.

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