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"Dietelmo Pievani, un uomo morale con un temperamento rivoluzionario" - BergamoNews
Il ricordo

“Dietelmo Pievani, un uomo morale con un temperamento rivoluzionario”

L'articolo pubblicato su Bergamo Oggi il 23 ottobre 1983, a firma Attilio Pizzigoni

È scomparso venerdì 30 luglio nella sua casa-studio di Campagnola Dietelmo Pievani, tra le pareti tappezzate di frasi scritte a pennarello e di opere d’arte di compagni di viaggio, tra le carte di lavoro e i ritagli di studio di una vita.

Classe 1935, già da giovanissimo segnalato e pluripremiato ai tempi della scuola dell’Accademia Carrara diretta da Funi e poi da Longaretti, Pievani si è formato in un contesto vivace, dentro e fuori l’accademia, a contatto con le esperienze più aggiornate dell’ambiente milanese e le istanze della ricerca internazionale.

Lo ricordiamo con questo articolo pubblicato su Bergamo Oggi il 23 ottobre 1983, a firma Attilio Pizzigoni.

Dietelmo Pievani è un uomo morale. La natura di Pievani non permette di divagare, di fare un lungo giro per parlare di lui. Con lui bisogna compromettersi.
Pievani ha delle ragioni da far valere perché il suo istinto ha trovato un rigore logico, ha trovato modo di dare alle esigenze fondamentali della sua sensibilità una struttura interiore che rivela una preoccupazione morale acuta e intransigente. Può sembrare strano che di un pittore si parli in questi termini, eppure per Pievani non c’è altra via. Se si vuole comprendere il suo lavoro bisogna risolvere questa questione iniziale, la questione della sua moralità.
Pievani è un temperamento rivoluzionario. Se sono molti i significati a cui può essere piegata questa parola, nel nostro caso è quello di un uomo che disdegna ogni tattica ed ogni compromesso. Pievani infatti è privo di qualità “politiche”, ne è privo direi in senso definitivo, tragico e ingenuo.
Se voi avvicinate Pievani, vi accorgete che la sua posizione morale non gli dà scampo, non gli concede libertà. Egli si è impegnato a risolvere il problema in base ad una sola operazione, si è ridotto a vincere la partita con una carta sola. Questa è la sua intransigenza. Io credo che non sia possibile fare un discorso su di lui senza parlare di queste cose. Credo che non sia possibile parlare della sua arte senza precisare la sua condizione di uomo di fronte alla vita.
Con ciò non voglio in alcun modo affermare che Pievani debba essere incluso nella schiera dei “maledetti”. Sarebbe un errore concludere in tal senso. Ciò che lo differenzia da quegli artisti è la sua attiva volontà di influire sul mondo concreto degli uomini per modificarlo. Pievani non si vuole appartare, non vuole rinunciare alla lotta chiudendosi in una negazione sterile: egli cerca di fare agire la sua critica in maniera diretta sulla realtà. Tuttavia, e qui sta il punto della sua moralistica intransigenza, egli vuole arrivare a rompere il cerchio della fantasia, che per molti artisti sta diventando fatato, con i soli mezzi dell’arte.
Il lavoro di Pievani parte da una forma, anche casuale, un segno a matita tracciato su un foglio bianco e, da questo segno, da questa forma originaria, che è poi l’oggetto della rappresentazione, costruisce la sua immagine, attraverso la deformazione di infinite prospettive ed angoli visuali differenti, facendola uscire dal foglio per darne un’immagine plastica, visiva, quasi scultorea. E tutto ciò attraverso la coerenza costruttiva di un metodo visivo-prospettico che egli costantemente controlla.
Rendere artisticamente espressiva una forma ed un segno originariamente neutro dal punto di vista della comunicazione: questo è l’ambizioso ed affascinante progetto di Pievani. Far diventare comunicativo in senso emozionale il volume di un sasso, un segno sulla sabbia, la forma pura di un cilindro, una traccia della matita su un foglio di carta.
Se la sua ricerca in questo senso può allora essere fatta rientrare nell’ambito di quelle esperienze e sperimentazioni che contraddistinguono la parte più viva della cultura artistica contemporanea, bisogna anche aver ben chiaro che il suo sperimentare e cercare non va verso la negazione dell’arte, non è fuga nel concettualismo, come non è fuga nel neopositivismo tecnologico di varie attuali tendenze che, solo superficialmente, potrebbero essergli avvicinate.
Se mai il limite di questa operazione di Pievani è quello di portare a conseguenze estreme l’autonomia e la aseità semantica di ciò che è l’essenza dell’arte, fino alla dogmatizzazione di una metastoricità dell’arte e quindi di una indifferenza e superiorità verso il mondo, di un divorzio tra arte e vita.
Ecco, il suo operare corre sul filo del rasoio di questo pericoloso rischio, tuttavia io sono convinto che, se da questa nostra epoca nascerà una tradizione, essa potrà nascere solo non ignorando le ricerche come quelle che Pievani in questi anni porta avanti con ostinazione e tenacia.
La sua volontà di enunciare una forma senza commenti, senza pittoricismo, è una delle qualità fondamentali di Pievani. Si tratta di fissare una immagine della realtà che esclude qualunque altro modo di immaginare la realtà stessa: c’è un solo modo di far giusta un’operazione e questo modo esclude tutti gli altri.
Una pittura simile, in cui mancano i dati descrittivi, chiede delle pareti da coprire per parlare più liberamente e con ritmi più larghi; chiede una materia asciutta e pulita che si illumina senza riverberi.
Questo è l’unico modo che egli ha per combattere le furie di certi istinti troppo folti e fisiologici in cui egli è pure profondamente immerso. Egli non vuole accettare la prepotenza irrazionale di una ispirazione che nella sua foga potrebbe sommergere le sue precise intenzioni intellettuali. Ed è proprio qui che risorge la questione della sua moralità, come dicevo all’inizio. Il quadro deve essere una conquista totale dell’uomo, una ragione dentro l’istinto.
Pievani, anche se ne ha la qualità, non è un uomo di punta nell’arte italiana. Pur disponendo di un sicurissimo gusto e di una capacità critica non comune, ha tuttavia scelto la via più difficile, portando avanti il suo lavoro dentro all’isolamento della sua passione dura e ostinata. Ma all’interno del suo dramma c’è una luce che esce da lui e dalle sue opere, c’è una speranza e un presentimento: la speranza e il presentimento di un universo poetico.

Attilio Pizzigoni
Bergamo Oggi, 23 ottobre 1983

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