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Nebbia dentro e fuori dal carcere: il rifiuto ideologico delle alternative alla detenzione - BergamoNews
L'intervento

Nebbia dentro e fuori dal carcere: il rifiuto ideologico delle alternative alla detenzione

La confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, annebbia tutti i riferimenti alle alternative al carcere, e non è buttando via tutto che si ha il meglio: riflessioni e proposte operative.

La Riforma della Giustizia arriva oggi, lunedì 2 agosto, in Parlamento. Due voti di fiducia sulla riforma della giustizia sono previsti oggi alla Camera a partire dalle 22.30. Le due “chiame” inizieranno dopo le 24 ore previste dal regolamento, intorno alle 22.30. Le dichiarazioni di voto avranno inizio alle 20.45 Martedì si voteranno gli ordini del giorno a partire dalle 9. Quindi il voto finale sul provvedimento, che poi dovrà passare all’esame del Senato.
Pubblichiamo l’intervento di Antonio Nastasio.

Roma. Attualmente, nel dibattito sulla riforma Cartabia-Lattanzi, ci si interroga su come sarà il domani della Giustizia e quello della politica della esecuzione della restrizione della libertà personale, sia detentiva che non detentiva. A mio parere, prima di parlare di nuove riforme, bisogna che si attui quello che non è stato attuato con l’ordinamento, perché sulla base della confusione tra certezza della pena e certezza del carcere, si stanno annebbiando tutti i riferimenti alle alternative al carcere, e non è buttando via tutto che si ha il meglio.

Si tratta anche solo di impostare un diverso modo di pensare e di agire, nella consapevolezza che il dare speranza è un dovere, non una possibilità; vorrei soffermarmi pertanto, sull’esecuzione della pena attraverso il carcere, la Polizia Penitenziaria ed il territorio, esecuzione che resta sotterranea e segreta, a differenza della tanto celebrata esecuzione pubblica del processo, mentre in passato lo era l’esecuzione della pena in forma pubblica e teatrale.

La nostra cultura giudiziaria intende la pena assolutamente detentiva, dopo, in carcere, potranno essere promosse attività lavorative per il futuro reinserimento sociale dei condannati; quelli che non abbiano reati ostativi, che non si comportino male, che abbiano risorse familiari e sociali significative e la fortuna di trovarsi in un istituto e in un territorio che offrano opportunità di lavoro e di reinserimento sociale, magari riusciranno a terminare la loro pena fuori dal carcere.

Si tratta di ricette antiche, secondo cui la pena detentiva è di per sé rieducativa e le alternative sono benefici straordinari. Ricette che hanno dimostrato nel tempo la loro inefficacia sotto i due profili costituzionalmente rilevanti del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e della prospettiva di reinserimento sociale dei condannati.

L’istituzione della “messa alla prova” ha confuso il rito penale, rendendo ancora più incerto il processo, salvo che davanti a condanna certa può esserci una liberazione condizionale certa; con le stesse modalità dettate per le misure di sicurezza non detentive, con un avvio ad un progetto di risocializzazione formulato dall’Ufficio di servizio sociale Giustizia e da quello territoriale e privato sociale, consapevoli che il buttare fuori dal carcere non significa reinserire ma solo buttare fuori.
Oggi questo progetto verrebbe annullato dalla presenza della Polizia Penitenziaria negli UEPE, uffici di servizio sociale del Ministero della Giustizia istituiti per i compiti di aiuto e controllo di chi è in esecuzione pena non in carcere.

In effetti l’impossibilità di attuare il reinserimento, in parte è dovuto da come è stata configurata la presenza del nucleo della polizia penitenziaria: gli appartenenti a questo gruppo, come si identificano al momento che si recano al domicilio o al lavoro del condannato, vanno per verificare, aiutare o per denunciare, considerando che sono ufficiali di Polizia Giudiziaria? Vanno o meno, a facilitare l’inserimento della persona in esecuzione pena non carceraria o, invece, annullano lo sforzo fatto per attuare il reinserimento?

Credo che gli Uffici di servizio sociale della Giustizia, nati come fiore all’occhiello della amministrazione penitenziaria, non hanno ancora ottenuto da questa, quella dovuta considerazione di essere l’altro braccio operativo nell’eseguire una pena.

Oggi mi appaiono più dei commissariati di polizia, e scusate il termine di chi non sa come chiamare un aggrumolato di poliziotti, con a capo un dirigente di polizia penitenziaria a livello alto, peraltro antonomo alla direzione dell’ufficio, in quanto previsto in modo piramidale.
L’Unione europea, ha  già espresso il suo parere negativo sulla situazione di personale militare in presenza ed a contatto con detenuti in carcere; come si può pensare accetti che personale di Polizia possa rimanere a contatti con persone che con molta fatica cercano di attuare il loro reinserimento sul territorio? Peraltro questa pratica della Polizia negli Uffici di servizio sociale non ha preso piede in Europa, conferma che deriva dai miei 10 anni di rappresentanza per l’Italia, nel Comité Européen de Probation (CEP) che favoriva un confronto tra le varie realtà europee che si occupavano di esecuzione penale nel territorio.

È bene che l’esecuzione della pena in toto ritorni al Magistrato di Sorveglianza, un Magistrato che creda nella rieducazione e nel reinserimento, senza che chiuda dietro le mura di una prigione o le sbarre di una cella, ma scommetta sulle alternative al carcere sin dall’irrogazione della pena o, per i reati più gravi, nel corso della sua esecuzione. Seguire e accompagnare in un diverso progetto di vita, riconoscendo la distinzione tra la persona e il fatto per cui è stato condannato: è questo il primo, vero cambiamento di cui l’esecuzione penale ha bisogno.

Il mondo politico dovrebbe concepire che, per aiutare il carcere ad essere un luogo diverso e di vera Probation, sia necessaria una struttura parallela ad esso, che accolga tutte quelle persone che non possono ottenere i benefici di legge, per mancanza di supporti esterni: la struttura parallela c’è già e sarebbe il Servizio Sociale Giustizia UEPE, ora distaccato dal Pianeta carcere!

Se si  vuole dare un supporto al lavoro del Servizio Sociale Giustizia UEPE, si guardi alla Germania; presso i suoi uffici di servizio sociale della Giustizia, vengono assunti dei collaboratori appositamente preparati per collaborare principalmente con il Servizio Sociale Giustizia, come parte integrante del reinserimento e  non come soggetti avulsi dal progetto ed  agenti della denuncia, come sta avvenendo in Italia con la polizia Penitenziaria!
Va bene che molti poliziotti penitenziari, almeno quelli preposti alla esecuzione pena non detentiva, passino al ruolo civile, ma solo se la premessa e l’impegno del personale trasferito è che diventi parte attiva al progetto di reinserimento, come corpo unico con e degli gli uffici di servizio sociale della Giustizia, con una presenza nel territorio sulle 24 ore, con protocolli locali con le FF. OO. al fine di evitare duplicazioni.
Il passaggio da personale addetto del carcere a personale della esecuzione pena non detentiva, avvenga per istanza personale e per scrutinio e colloquio. La commissione di valutazione sia a livello regionale, composta da dirigenti di servizio sociale Giustizia e presieduta dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di quel territorio.
L’elemento fortemente innovativo sta che il personale proveniente da questa selezione e quello di servizio sociale andranno a costituire, secondo specifiche competenze, unitamente, il Polo forte e nuovo dell’esecuzione penale non detentiva.

La messa alla prova, diventi solo una misura eccezionale, in cui il giudice giudicante fissi i termini minimi della esecuzione dietro presentazione di un programma di trattamento fatto da assistente sociale e utente, come fosse un contratto tra parti non avverse ma comuni, per arrivare al buon completamento della pratica che è l’inserimento.
Il giudicante fissi la pena massima qualora la misura non vada a buon fine, così che il soggetto arrestato riprenderà il procedimento normale previsto dall’Ordinamento penitenziario.
La gestione passi alla Magistratura di Sorveglianza, in quanto esperta nel processo di reinserimento che comprende anche servizi del territorio e del privato sociale, specie per quanto attiene l’attività risarcitoria, per essere questa un servizio non di penalizzazione ma risarcimento consapevole del danno arrecato col reato.

Agli Enti locali, rileggere le circolari del 1976 e 1977 in cui si chiedeva loro la più ampia disponibilità nel collaborare attivamente, per definire e creare contenitori di passaggio tra reclusione e libertà, sistemazioni non carcerarie, nuovi contenitori, dove il contenitore famiglia fosse inesistente o improprio per attuare il reinserimento.
Diverse strutture pubbliche potrebbero diventare questi contenitori, strutture di accoglienza intermedia tra carcere e libertà piena, strutture recuperate alla malavita e ospedali o caserme dismesse. Non è dare vita a nuove strutture per emarginare nuovamente, ma è togliere da una struttura totale come il carcere dei lavoratori temporaneamente detenuti, per proporgli di diventare lavoratori che attuano ogni sforzo per essere parte al principio del lavoro, fondate la nostra Repubblica.

Credo, sia necessario che ogni corso trovi il suo alveolo e si ritorni a quanto pensato e voluto dai Padri fondatori dell’Ordinamento Penitenziario (Canepa, Zappa, Margara Minale o Magistrati amministrativi come Altavista e Minervini ucciso dalle BR).

Forse così si può dipanare la nebbia dentro e fuori dal carcere.

* Antonio Nastasio è un ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza.

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