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La storia

Non solo carcere, l’amore di Casa Samaria per donne che scontano la pena

Attualmente al Carcere di Bergamo sono detenute 36 donne. Suor Margherita che gestisce Casasamaria ritiene che il carcere dovrebbe offrire molte più alternative anche in considerazione del sovraffollamento.

Quasi all’appendice di quel complesso che è parte di un pezzo della parte più storica della città al civico 80 di Via Don Luigi Palazzolo a Bergamo, un portone verde del palazzo a tre piani ben curato, dalle balconate in stile, due bandiere dell’Italia; in questi giorni in cui un po’ tutti ci siamo sentiti in campo.

Da qualche tempo conosco Suor Margherita che “in campo” è scesa da anni; era il 1985 quando decise di intraprendere il suo percorso di fede. Orgogliosamente originaria di Albino, una madre ultranovantenne, due fratelli maschi. Quasi come se fosse un rito, al mattino basta uno mio squillo, un messaggio e la incontro per un caffè, due chiacchiere di passaggio rubate alla giornata che inizia.

Dinamica, sempre allegra, la osservi e ti accorgi che chiunque passi da quelle parti ci può scambiare un saluto, una parola o una battuta. Il suo camminare non è mai incerto, anzi lo vedi sicuro quasi che non voglia perdere quel tempo di ogni giorno che trascorre.

Da sei anni a questa parte “governa” con piglio da generale gentile quella che è una piccola comunità, una famiglia: Casasamaria. Dal 2005 in accordo con il Cappellano del carcere di Bergamo, con la Caritas diocesana, la congregazione delle Suore Poverelle, Casasamaria si occupa di quelle donne che possono usufruire, per scontare il fine pena, di soluzioni alternative al carcere.

Il nome preso da una pagina del Vangelo, Samaria ed i miei ricordi del periodo del catechismo mi riportano alla parabola del Buon Samaritano.

Varcando il portone, i locali laboratorio di sartoria, ai piani superiori la cucina il soggiorno e le camere delle ospiti ed un alloggio per due persone che spesso è utilizzato da quelle donne che non hanno una dimora per la notte.

Suor Margherita racconta orgogliosamente, ma con estrema umiltà, l’esperienza di questi sei anni trascorsi occupandosi, con altre due consorelle ed una educatrice, delle ragazze, come ama definirle, che scontano il periodo di pena alternativa all’interno di questa piccola comunità.

In questi anni sono passate molte donne, la maggior parte alla fine di questo percorso riescono a trovare un lavoro, a ricominciare una nuova vita; capita spesso che qualcuna di loro una volta “espiata” la pena mantenga un rapporto, un contatto con chi ha saputo dare loro questa possibilità.

Come ogni famiglia Casasamaria ha le sue regole, ogni ospite ha dei compiti e l’attività principale è quella sartoriale; Suor Margherita ricorda come questo ultimo anno e mezzo sia stato difficile, ma nello stesso tempo utile, potendo riconvertire temporaneamente quella che è la produzione di abbigliamento per i detenuti del carcere, in produzione di mascherine.

Attualmente al Carcere di Bergamo sono detenute circa trentasei donne, Suor Margherita va regolarmente ogni martedì a far visita alle donne “ospiti”.

I criteri per poter accedere alla comunità sono principalmente essere al primo reato, non avere dipendenze; il percorso per giungere a Casasamaria prevede diversi incontri in carcere, la volontà delle detenute che desiderano dare una svolta alla propria vita alla ricerca di una normalità perduta.

Suor Margherita ritiene che il carcere dovrebbe offrire molte più alternative anche in considerazione del sovraffollamento; di realtà come quella in cui lei presta servizio, purtroppo ce ne sono poche.

Una piacevole chiacchierata, ho imparato qualcosa, ho visto attraverso le parole di Suor Margherita, quel mondo che spesso ognuno di noi fa finta di non vedere.

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