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Fabrizio Bosso a Bergamo: "La musica è l'arte più democratica, soprattutto il jazz" - BergamoNews
L'intervista

Fabrizio Bosso a Bergamo: “La musica è l’arte più democratica, soprattutto il jazz”

Al Lazzaretto con il suo quartetto per presentare “We Four”, album nato dopo il primo lockdown e registrato in sole cinque ore, frutto della volontà di continuare a fare musica nonostante tutto, ma anche un lavoro privo di qualsiasi artificialità post-produttiva

Un disco nato in cinque ore, quasi per magia. Un brano uscito dal cuore, nei momenti più bui del primo lockdown. Fabrizio Bosso, trombettista torinese famoso in tutto il mondo, è un grande sognatore. Non riesce a fare di guardare più in là, in alto e intorno a lui. Giovedì 15 luglio, per la prima volta ospite a Bergamo Jazz Festival, salirà sul palco di “Lazzaretto Estate 2021”, la rassegna di arte a cielo aperto promossa dal Comune di Bergamo.

Da un sogno misto a sorpresa è nato “We Four”, l’ultima fatica di Bosso e del suo quartetto. Nato subito dopo il primo lockdown, l’album è stato registrato in sole cinque ore, frutto della volontà di continuare a fare musica nonostante tutto, ma anche un lavoro privo di qualsiasi artificialità post-produttiva.

“È come se il tempo per noi quattro non fosse mai passato – spiega il trombettista – una volta insieme, tutto è tornato come prima”.

Complicità, rispetto, stima, condivisione. È così che Fabrizio Bosso, Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, sono diventati un corpo unico, inscindibile. “Non ci sono leader o padroni in questo quartetto”, ma solo la voglia di condividere insieme la propria musica. Tutti sono protagonisti.

Del resto, tra le mille forme di arte esistenti al mondo, la musica è quella più democratica, soprattutto se si parla di Jazz.

Come è nato We Four?

We Four è nato dopo il primo lockdown, quando ci è stata data la possibilità di tornare a suonare in studio. Ci siamo quindi trovati in studio noi del quartetto, in realtà per registrare uno streaming che sarebbe andato in onda la sera, ma le cose sono andate diversamente. Avendo il pomeriggio libero, abbiamo suonato insieme prima dello streaming. In cinque ore di musica, abbiamo deciso di registrare i pezzi. Così è nato We Four. Sicuramente ha giocato a nostro favore la voglia di suonare insieme, di tornare a condividere, la magia del momento.

“We Four” è stata una sorpresa anche per voi quindi?

Si, è così. È vero che nel jazz, rispetto al pop, i dischi si fanno più velocemente. Ma è stata comunque una sorpresa stupenda, per tutti e quattro. C’era la voglia di fare musica insieme, tantissima. Però c’era anche il timore di essere un poco arrugginiti dopo il lockdown, che si fossero alcuni meccanismi tra noi. Non è stato così: una volta insieme è tornato tutto alla normalità.

 

Fabrizio Bosso

 

Avete avvertito il tempo passato lontano oppure per voi è stato come se il tempo non fosse trascorso?

Musicalmente, direi che la seconda. Il lockdown è stato come una pausa mai esistita. Una volta insieme, il tempo si è azzerato. Questo succede quando sali sul palco con musicisti che stimi, con i quali hai una grande complicità da anni. Il primo concerto ufficiale per noi è stato quello a Pesaro, lo scorso 27 giugno. È stata una emozione incredibile. Ogni momento è importante, non solo gli attimi del live. Mi riferisco ai momenti che forse prima davamo per scontato: la condivisione post concerto, i viaggi durante i tour. Durante il lockdown avremmo pagato oro per partire con un treno o un aereo e suonare insieme.

We four è un lavoro di condivisione e di ricerca del suono. Cosa ha scoperto in questo viaggio?

La musica jazz è molto estemporanea: può accadere qualcosa di nuovo in qualsiasi momento anche durante un brano che abbiamo suonato centinaia di volte. Ho riscoperto il fatto che con questi musicisti, i miei colleghi, posso permettermi di prendere dei rischi, sia nei live che in studio. Tra di noi c’è sinergia, c’è l’affidamento dell’uno verso gli altri. Loro fanno la cosa giusta al momento giusto. Tra noi c’è complicità a tal punto suonando con loro si riesce a raggiungere la concertazione massima, quella che ti permette di non pensare ad altro mentre stai suonando. Per me questo è un goal assoluto, una grande vittoria.

A livello creativo, qual è la vostra condizione ideale?

Io non sono mai stato uno di quei musicisti che hanno bisogno di ispirazione o associazioni particolari per scrivere. Scrivo quando ne ho bisogno. Nel caso di “We Four” è stato diverso perché ho pensato di far comporre alcuni brani ad altri musicisti o di farlo tutti insieme, come è avvenuto per due brani. La mia intenzione era quella di costruire sempre più il suono del quartetto, responsabilizzando tutti i musicisti. Non voglio essere il solito leader che primeggia sugli altri. Mi interessa di più il suono complessivo. Per fare musica di qualità bisogna azzerare tutto, non ci sono padroni o leader. Ciò che conta è solo la musica.

Con il brano “One Humanity” veicolate un messaggio molto importante. Come è nato?

Il brano è nato in pieno lockdown, in una giornata moto triste. Ero nel mio studio, cercando di mantenermi in forma ma senza prospettive all’orizzonte. Proprio mentre suonavo, forse nemmeno troppo seriamente, ho sentito una mezza melodia che mi piaceva. Così ho fatto una cosa che solitamente non ho fatto mai: mi sono registrato con il cellulare. Il giorno dopo ho inviato tutto al pianista, Julian Oliver Mazzariello. Dopo trenta minuti, mi ha rimandato il file con gli accordi del pianoforte. Questo brano è riemerso proprio nel pomeriggio in cui è nato “We Four”: lo abbiamo registrato senza provarlo. In quel momento è avvenuta una vera magia. Questo brano vuole far riflettere sul problema del razzismo, una questione così importante per noi jazzisti. Capita spesso di suonare con i musicisti afroamericani, questo brano è dedicato a loro.

Un altro brano della tracklist è “Dreams come true”. Quali sono i sogni che vuole realizzare?

Questo è un brano nato tanti tempo fa. L’ho proposto al quartetto per cercare un nuovo approccio, con una diversa velocità e altri musicisti. Io sono convinto che nella vita in generale bisogna continuare a sognare. I sogni sono tanti: sogno di suonare meglio, di fare nuove esperienze, di incontrare nuove persone. Al di là del proprio mestiere, sognare per me è puntare in alto, con la consapevolezza. Se si smette di sognare è finita.

 

 

 

 

 

 

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