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La violenza in carcere da condannare chiama ognuno di noi ad una responsabilità civile - BergamoNews
L'analisi

La violenza in carcere da condannare chiama ognuno di noi ad una responsabilità civile

Analisi e considerazioni sul ruolo dell’agente di reparto, dopo i fatti di pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, riportati dalle agenzie di stampa.

Se unanime è il pensiero di condanna e di orrore per ciò che è successo, quello che stupisce non è tanto il pestaggio, condannabile senza esitazione, quanto la necessità tra gli innumerevoli agenti coinvolti, di scambiarsi sms, (proibiti in servizio) per rendere questi crimini partecipati, esprimendo un orgoglio di status che legittima a porsi come legali giustizieri verso i detenuti.

Orgoglio di status, scaturito da un pensiero dominante che è quello del conflitto predeterminato, che ha deciso chi è il buono chi è il cattivo, chi è legale chi non lo è. Pensiero che domina anche le sentenze giuridiche che diventano ininfluenti; bastano “le nostre convinzione” e le certezze di essere gestori del punire, così che dal pensiero dominante al pestaggio, il passo è breve per la mancanza di rispetto verso chi è detenuto ma verso anche la divisa e la propria dignità personale.

Il linguaggio del pensiero che domina diventa, dunque, veicolo di conflitto tra detenuti ed agenti di reparto, che si pensa risolvibile dando ragione o all’una o all’altra parte, quasi fossero due entità separabili e non comunicanti. Ciò determina una scelta di campo che se rafforzata da atti scritti, fa prevalere una teoria sull’altra, e come si sa, le ideologie non hanno come fine il buon esito di un’azione, ma solo la prevaricazione di una parte sull’altra, somministrando poi la giusta punizione. Questo è un segno non di forza, ma di debolezza ed d incapacità di una amministrazione penitenziaria di affermare la democrazia del dover essere secondo quanto si è chiamati a fare, secondo quanto è dettato al momento del giuramento.

La democrazia è stata invece considerata, in carcere, come uno strumento proprio affinché le minoranze, in questo caso i detenuti, non cambiano e restino i cattivi. Dall’altra parte invece, la maggioranza, intesa come chi comanda, gestisca l’ordine a suo piacimento usando tutti gli strumenti, anche fisici, per ottenere obbedienza.
Ma tutto questo è possibile che avvenga all’interno di un contesto che questo lo sa ma non interviene? Quali interessi tutela, quali interessi vuole portare avanti, e contemporaneamente quali interessi è disposta a negare il pensiero ideologico definito che ciò permanga e si protragga nel tempo?

Questo pensiero di ottenere e gestire l’ordine all’interno della vita delle sezioni favorendo le anteposte posizioni, considerandole come parti avverse e con interessi insanabili, con proposte incomunicabili, ha così facendo negato l’elemento portante della comunicazione e del buon vivere. Ha favorito l’odio di status, di casta, di appartenenza non solo tra detenuto e custode ma tra agente di reparto e gerarchia penitenziaria, in particolare dopo le nuove nomine dirigenziali, un odio pre definito e come unico elemento di collegamento nell’operare giornaliero, peraltro in un lavoro tra i più delicati che la Costituzione affida a degli uomini: il “tutelare“ un assembramento di altri uomini che hanno mostrato interesse, almeno nella vita trascorsa, a non rispettare le regole sociali e giuridiche.

Per portare avanti e rafforzare questo odio, occorre nutrirlo costantemente. In che maniera? Con l’ accondiscendenza e il convincimento la gratificazione o esaltazione non per quello che si fa ma per quello che si è, sia come detenuti che come polizia. Per il recluso la notorietà del crimine o di appartenenza danno visibilità e potere all’interno della sezione. Per la polizia di reparto la frustrazione e la non considerazione divengono strumenti di affermazione di sé, tramite l’eccesso violento nell’affermare un ordine o un comando ricevuto da altri che diviene anche affermare di se stessi.

Quindi personalismi e potentati personali diventano i gestori della situazione, divenendo la vera politica programmatica carceraria, la quale si forma all’interno di convinzioni personali prive di ogni fondamento di potere legale ma fondate sulla rivalsa e sulla frustrazione personale e sull’uso della forza e della vendetta.

Ma quale forza? Perché deve sempre essere quella fisica? Esistono altre forze come quella della persuasione, della comprensione, del riconoscimento, dell’ascolto, del confronto, del rinviare, del sorvolare, dell’agire con scienza e coscienza, del confronto.

Se non si procede ad un cambiamento di rotta tanto forte quanto repentino lo stato d’odio tenderà ad aumentare, come la necessità di fuga dal posto di lavoro in ambito penitenziario, per lavori maggiormente considerati gratificanti verso altre amministrazioni.

Bisognerebbe andare alla ricerca di tutti quegli atti scritti, detti, avallati, a tutti i livelli politici, amministrativi, sindacali, che negli anni hanno rafforzato l’idea della superiorità, dell’appartenenza, della visibilità ostentata, con una assenza di politica programmata che non fosse quella del prestigio di casta, per una programmazione che abbia un fine istituzionale.

Che significato ha promuovere dei funzionari per allocarli altrove? Questo non rappresenta una buona gestione delle risorse; occorre invece che tutto rientri nei precetti istituzionali definiti nelle leggi quadro, senza pindariche invenzioni che non abbiano l’interesse, in questo caso la struttura carcere.

Una realtà come quella carceraria va vissuta, condivisa, considerata ancora di più se si hanno maggiori responsabilità, altrimenti non hanno senso tanti dirigenti ammassati negli uffici a dare disposizioni a catena, fino ad arrivare all’ultimo agente appena arruolato che si sbrighi da solo lo screditato lavoro di reparto!
Questo non deve più succedere: la responsabilità lasciata all’agente di turno e non a chi ha in sé il potere di decidere e decide senza una rilevazione diretta ma solo trasmessa e raccontata.

Politica, amministrazione, sindacati o potentati vari si devono porre, davanti ai fatti recenti, che non sono stati immediati e momentanei, ma protratti nei giorni, con modalità diverse ma sempre violente, riservate anche ai familiari dei reclusi, una critica del loro operato, verificando se con il loro scrivere, esaltare, comandare hanno favorito questo stato di malessere tale da degradare in mattanza.

*Antonio Nastasio è un ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza. 

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