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Mastrovito: "Il simbolo della pandemia? La lavagna, con troppe cancellazioni" - BergamoNews

Arte

L'intervista

Mastrovito: “Il simbolo della pandemia? La lavagna, con troppe cancellazioni”

L'eclettico artista bergamasco di casa a New York, noto e apprezzato anche fuori dai confini nazionali, racconta questo lungo e difficile periodo che il mondo dell’arte sta attraversando, ormai dalla primavera 2020.

Andrea Mastrovito non ha bisogno di presentazioni. Bergamasco di casa a New York, è artista conosciuto in tutto il mondo per le sue installazioni e performance, per i suoi imprevedibili cross-over tra disegno, pittura, scultura, collage, frottage, cinema, per i suoi interventi pubblici permanenti tra Italia, Europa e Stati Uniti.

È da poco rientrato da Danzica, Basilea, Fontevraud, Venezia, dove ha inaugurato varie personali. A Venezia si è chiusa a fine maggio la mostra “La diseducazione al reale” alla Galleria Michela Rizzo: una riflessione sulla funzione dell’arte, sulla sovrapposizione tra realtà, fantasia, visione, insomma un’occasione nuova per l’artista di mettere in crisi il nostro sguardo, ma anche una provocazione sottile per educarci a guardare.

Lo abbiamo intervistato circa questo lungo e difficile periodo che il mondo dell’arte e degli artisti sta attraversando, ormai dalla primavera 2020.

In molti tuoi progetti e opere l’attualità è fondamentale. È accaduto anche con il Covid?

Il mio lavoro cambia continuamente in realtà, e naturalmente è influenzato dal mondo esterno e da quanto vi accade, reagendo spesso come un contrappasso. Non ha risentito granché della reclusione forzata né delle distanze fisiche, anzi si è rinforzato e cibato di esse, in quanto il lockdown e le varie zone gialle rosse arancioni mi hanno – come a tutti – impedito di fare praticamente qualsiasi altra cosa oltre a lavorare.

In che senso la sua arte ha risentito delle distanze fisiche imposte dal lockdown?

Il lavoro si è sedimentato, ha masticato, digerito e rivomitato quanto succedeva, è cresciuto in molteplici direzioni, anche se la principale naturalmente è quella dell’assenza e della cancellazione, che hanno preso momentaneamente il posto del disegno e della presenza urlata. Ma forse era un processo già in atto prima ancora della pandemia. D’altronde il mio secondo film animato, I Am Not Legend, sembra proprio parlare di quest’emergenza, ma in realtà è stato concepito a inizio 2019…

Un momento di “vuoto”, quindi, può generare qualcosa di importante?

Può essere. Senz’altro la crisi ed il vuoto aiutano la creazione… ma lo fanno anche l’opulenza e persino la ridondanza, l’importante è essere pronti a mettersi in gioco. Sempre.

Durante il Covid la nostra vita relazionale, volenti o nolenti, si è digitalizzata su tutti i fronti. Da questa situazione ha tratto stimoli nuovi?

Durante la prima fase dell’emergenza sono stato troppo “toccato” personalmente, come quasi tutti noi bergamaschi, per pensare alle questioni relazionali ed alla digitalizzazione che avanzava. Una volta riemerso dal buio mi son ritrovato con tanto lavoro arretrato che la virtualità delle relazioni lavorative mi ha solamente sfiorato: ho scelto di concentrarmi sull’opera, oltre che naturalmente sugli affetti più cari e vulnerabili. E la riemersione dallo studio è coincisa con la riapertura degli spazi espositivi, quindi è un po’ come se avessi vissuto in apnea in quel periodo scavalcando la questione. L’unica esperienza relazionale digitale – di grandissimo valore umano – è stata HOMEMADE, durante i primi mesi della pandemia, con Magazzino Italian Art in cui con lo staff del museo ed altri sette artisti italiani di base a New York ci siamo settimanalmente confrontati su pressoché tutto, via zoom. Un momento toccante, in cui la vita reale si è miscelata con lo schermo senza soluzione di continuità, consolidando le amicizie già presenti fra tutti noi e creandone di nuove.

 

mastrovito la diseducazione venezia

 

Lei è eclettico di natura. Se dovesse rappresentare quest’anno con una singola opera, a quali materiali si affiderebbe?

Direi a delle gomme o, meglio ancora, delle lavagne, pronte ad essere scritte, cancellate e riscritte infinite volte. In fondo il mio ultimo show “Sous Rature” alla Wilde Gallery di Basilea, parla proprio di questo periodo, snodandosi attorno al fulcro centrale costituito dal film “I Am Not Legend” e presentando, al piano terra, un tappeto di oltre 60.000 gomme bianche infilate una accanto all’altra e, al secondo piano, una “Histoire de la Rature”, “Storia della cancellazione” su una serie di sei lavagne incise e graffiate, che danno un’idea di fragilità e di necessità di cure e protezione, perfetta metafora del momento attuale.

Quale contributo il mondo dell’arte potrebbe dare alla crisi ora in atto?

Pochissimi contributi, credo che le vite delle persone debbano essere migliorate dalla politica, non dall’arte. Piuttosto, proprio la politica potrebbe e dovrebbe – anzi deve – portare contributi al mondo dell’arte.

Quali sono i maggiori cambiamenti nel mondo dell’arte e nelle professioni ad essa legate, causati dalla pandemia in corso?

Intanto molte gallerie hanno dovuto chiudere, e penso che il problema sia stato più grave in posti come New York rispetto all’Italia o all’Europa. Poi quante fiere di tutto il mondo sono saltate! Fiere che rappresentavano praticamente l’80% delle vendite del mercato annuale per la maggior parte delle gallerie. Dunque, al netto di tutto ciò, quanto sembra prendere piede è il fenomeno dell’arte “virtuale”, grazie ai Non-Fungible Tokens, meglio conosciuti come NFT. Era forse qualcosa che covava sotto le ceneri, un processo che la pandemia non ha fatto altro che accelerare. In realtà non lo trovo granché interessante se non riguardo alla questione dell’unicità dell’attestato virtuale, che certifica senza alcun dubbio l’autenticità dell’opera. Diciamo che è un ambito che, non appena regolato, regalerà un modus operandi al mondo dell’arte “reale”.

 

Mastrovito Venezia La diseducazione del reale (dalla sua pagina facebook)

 

A che cosa sta lavorando attualmente?

Al momento sto… ripulendo lo studio! Sì, perché dopo il tour de force degli ultimi mesi in cui, tra aprile e giugno, ho inaugurato quattro mostre personali a Venezia, Danzica, Basilea e Fontevraud, oltre alla grande installazione al Mart di Trento, lo studio era un vero e proprio campo di battaglia tra polveri di ardesia e pigmenti, segatura, bancali e residui elettrici, carte e ritagli di ogni natura. Non si vedeva più nemmeno il pavimento. Ripulire lo studio, poi, corrisponde sempre a prepararsi ad una nuova serie di lavori.

Che cosa pensa occorra a Bergamo per rilanciarsi sul fronte dell’arte, dopo la batosta del Covid?

Bergamo ha già dimostrato di saper rispondere al Covid nella maniera migliore: la GAMeC è stata eletta, praticamente, come miglior museo del mondo durante l’emergenza; The Blank ha portato avanti Artdate e le sue mostre pur tra mille difficoltà, continuando a realizzare seminari e workshop in tutti questi mesi; Contemporary Locus ha appena pubblicato il volume che ripercorre dieci anni di lavoro… Insomma, stanno tutti rispondendo alla grande!

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