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Francesco Costa a tutto campo: da Biden a Bergamo e il Covid ai podcast del Post
Francesco Costa, vicedirettore de Il Post a Bergamo

Il vicedirettore de “Il Post”, autore di “Una storia Americana: Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire”, parla con Bergamonews prima di salire sul palco del Polaresco

Francesco Costa: 36 anni, siciliano di nascita ma milanese di adozione da circa 10 anni è un giornalista e scrittore che negli ultimi tempi sembra non fermarsi mai. Oltre al ruolo di vicedirettore nel quotidiano online “Il Post”, cura un podcast giornaliero pubblicato poco prima delle otto del mattino, gestisce in prima persona i suoi profili social che insieme contano circa 350.000 e, tra le altre, scrive saggi in cui illustra la politica statunitense in modo chiaro e semplice. Dopo che “Questa è l’America”, sua prima fatica, in poco più di un anno è entrata a far parte della collana “Oscar Mondadori”, Costa ha pubblicato un secondo libro dall’eloquente titolo “Una storia Americana: Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire”. Tra le varie tappe del tour di presentazione che lo porteranno per tutto il Bel Paese, il giornalista siciliano è arrivato allo Spazio Polaresco di Longuelo dove, prima della conferenza, ha risposto a qualche domanda di Bergamonews.

Che effetto ti fa presentare il tuo secondo libro, peraltro uscito come il primo in periodo covid, allo Spazio Polaresco di Bergamo, città divenuta per molti versi il triste simbolo della pandemia in Italia?

È un effetto particolare, una sensazione strana. Con “Il Post” abbiamo raccontato molto la città e abbiamo sempre tenuto un contato con quello che è successo a Bergamo durante le fasi peggiori della pandemia; ma se è vero che quest’anno ci sono mancate le occasioni sociali che ti permettono di trovare una pausa dai lati complicati del resto della giornata, questo è ancora più vero se si tratta di una città come Bergamo. Sono particolarmente felice di passare questo possibile inizio della fine della pandemia in una città con una vicenda unica nella storia italiana della pandemia

Scorrendo le storie in evidenza del tuo profilo, oltre a libri frutto di anni e anni di ricerche e podcast tra i più ascoltati, ho notato che tu stesso dici di essere una persona che ama dormire. A questo punto mi sembra lecito chiederti quando riesci a concederti tale lusso, visto che al momento gestisci un podcast giornaliero pubblicato poco prima delle 8 del mattino, giri l’Italia per presentare i suoi libri, gestisci un profilo Instagram da più di 200.000 seguaci e tanto altro, facendo nel mentre anche il vice direttore di un quotidiano online tra i più noti d’Italia.

Diciamo che a me piace moltissimo stare sveglio, ogni tanto penso al fatto che 1/3 della vita lo passiamo dormendo e questo mi dà moltissima angoscia. L’idea di dover fare qualcosa in meno, vedere un amico in meno o fare una lavoro che mi piace molto in meno per dormire mi fa un po’ arrabbiare anche se so che è necessario. Insomma: per quanto mi piaccia riposarmi non mi piacerà mai tanto quanto fare qualsiasi cosa si possa fare da svegli

Di contro però, rispetto a questo periodo frenetico, veniamo da un anno in cui per cause di forza maggiore molte delle normali attività si sono dovute interrompere. Come hai vissuto questa messa a riposo forzata?

Durante la prima fase dell’epidemia mi sono buttato sul lavoro ed è stata una soluzione validissima. Come puoi immaginare lavorare in un giornale, per di più in Lombardia, durante un periodo del genere per una certo verso ti tocca personalmente, mentre per un altro ti senti al centro di una storia mondiale ed è quindi un momento in cui il tuo lavoro diventa ancora più importante e da un certo punto di vista ancora più stimolante. Se ricordi esistevano tantissime cose che andavano raccontate e indagate: era complicato anche semplicemente farsi fare un tampone e capire come funzionasse tutto il discorso dei contagi. Nel secondo lockdown paradossalmente sono stato più in difficoltà a capire cosa dovevo fare, anche sul piano personale è stato più difficile e non mi sono mai messo a fare il pane o a friggere, ed è il motivo per cui mi sono messo a scrivere il mio secondo libro. È stato davvero duro, ma lavorare nel giornalismo mi ha permesso di dare un senso a molte giornate e per questo mi ritengo fortunato

Tra i vari ambiti di cui ti occupi, gli Stati Uniti hanno senz’altro un posto primario: com’è nata la passione per quello stesso Paese che hai definito come “ancora incompleto e ricco di incongruenze”?

È nata quando ho cominciato a fare questo mestiere e forse un po’ per caso: stavo cercando di far diventare la mia passione un lavoro ed erano gli anni immediatamente successivi alla mia laurea, per cui parliamo del 2007-2008. In quel periodo una delle cose che stava accadendo nel mondo era questa candidatura improbabile di uno sconosciuto senatore afroamericano alle primarie del partito democratico, che come tutte le storie di “Davide contro Golia” aveva un che di appassionante. Lo sfavorito ce l’avrebbe fatta? Capì però rapidamente che se volevo provare a occuparmi di quella storia, anche soltanto sul mio blog, non potevo però limitarmi a conoscere l’ultimo sondaggio, ma dovevo capire molti dei meccanismi più nascosti e complessi del loro sistema politico. Come funzionano le leggi sul finanziamento ai partiti negli Stati Uniti? Perché si vota un giorno in uno Stato e un giorno in un altro? Perché Obama va molto bene in uno Stato e male in altri? Quali sono le differenze culturali ed economiche di questa nazione? Il caso poi volle che il periodo in cui iniziai a fare questo mestiere fosse la fine del 2008 e quella di Obama fu proprio la prima storia che da Roma seguii insieme a degli americani che vivono lì

Parlando sempre di Stati Uniti, come dobbiamo interpretare l’elezione Joe Biden, uomo diametralmente opposto a Donald Trump e figura politica che apre la narrazione in “Una storia Americana”?

È sempre difficile individuare le cause ed i processi collegati ai fenomeni sociali. Trump è stato un presidente molto impopolare per tutto il suo mandato, anche molto prima della pandemia e quasi a livelli da record nonostante l’economia andasse bene. È un presidente che era stato eletto con la minoranza dei voti, insomma non ha mai avuto una grande presa sulla maggioranza dell’elettorato e dunque in parte la sua sconfitta conferma quanto già preventivato; i repubblicani hanno perso le elezioni di metà mandato, sono stati travolti da uno scandalo dopo l’altro, non sono mai riusciti ad allargare la base degli elettori ma anzi ne hanno persi strada facendo e una gestione disastrosa della pandemia ha fatto il resto. In Italia e in Europa abbiamo discusso molto di cosa si poteva fare meglio, ed effettivamente è vero che ci sono state lacune importanti, ma da quelle parti il presidente degli Stati Uniti ancora ad aprile e maggio diceva di voler iniettare il disinfettante nelle vene dei malati, invitava coloro che erano positivi ma asintomatici ad andare al lavoro o che i bambini erano totalmente immuni. Insomma un’attività di disinformazione quotidiana dal pulpito della Casa Bianca che ha fatto danni, e oggi è ancora possibile vederlo nel fatto che i Paesi più conservatori sono quelli che di gran lunga hanno il tasso più basso di persone vaccinate nella popolazione. In tutto questo Biden è riuscito a porsi come un’alternativa rassicurante, credibile ed empatica per le persone e dunque ha ricevuto una grandissima apertura di credito, vedremo allora come se la caverà

Oltre alla storia di Biden nel tuo ultimo libro trova grande spazio anche la vita della sua vice Kamala Harris, prima donna afroamericana nella storia a ricoprire tale incarico. Che importanza ha questa figura e cosa la sua elezione ci dice dei tempi che viviamo?

Direi che ha importanza sia per ragioni politiche che per ragioni di rappresentanza e soprattutto quest’ultimo è un fattore che nella società americana conta molto in quanto composta da molte identità diverse che, nel tempo, creeranno quella che si chiama “Majority Minority” per cui le minoranze insieme supereranno di numero quella che normalmente viene considerata come la maggioranza. Non è una questione di mere bandierine, anche perché gli USA oggi somigliano molto di più a Kamala Harris che non a Joe Biden e non solo sul piano demografico. In oltre due secoli e mezzo non era mai successo che una persona non bianca diventasse vicepresidente degli Stati Uniti e chi pensa che Kamala sia stata scelta solo per la sua identità dovrebbe chiedersi se il fatto che prima di lei ci fossero stati solo uomini al potere non sia accaduto in modo indipendente dall’identità di quegli uomini. Forse essere uomini era un requisito per accedere a quelle cariche ed ora tale vincolo è stato spezzato. Diciamo che nell’elezione di Kamala Harris c’è un pezzo di America del futuro. Inoltre è interessante politicamente il fatto che Biden abbia scelto una persona con cui non aveva nemmeno un rapporto personale, quando in realtà tra presidente e vice dovrebbe esserci fiducia molto intima. In questo senso scegliere una persona di un’altra generazione, con cui non hai mai passato un giorno insieme, nemmeno al Senato e con cui hai anche litigato in passato racchiude in sé significati notevoli

“Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire” è un sottotitolo che sottende ad una “distruzione” passata degli Stati Uniti. Nel tuo libro precedente descrivi Donald Trump come una conseguenza di un certo tipo di politica, più che una causa; a distanza di circa 8 mesi dalla sua uscita di scena come giudici la sua amministrazione?

Senz’altro è un’amministrazione che ha fatto poche cose bene, ma davvero poche. Una di queste è però importantissima e gliene va dato atto, cioè l’aver investito una grade quantità di soldi sullo sviluppo e sulla produzione di vaccini, azione non scontata e molto impopolare all’epoca visto che mettere così tanti soldi su dei vaccini che potevano tranquillamente non funzionare poteva rivelarsi dannoso per tutta la nazione. C’è stato poi qualcosa in termini di giustizia penale che hanno fatto bene insieme ai democratici, così come bene sono andati gli stimoli all’economia cercando di riportare entro i confini una serie di aziende che da tempo avevano delocalizzato in altri luoghi. Per il resto però è stata un’amministrazione che nelle migliori delle situazioni non ha toccato gravi problemi del Paese che poi hanno contribuito, in linea con gli ultimi 30 anni, a peggiorare le condizioni di vita di moltissimi americani. Penso alle diseguaglianze economiche, al salario minimo, ad una legge diversa sull’immigrazione e in molti casi ha messo gli americani uno contro l’altro, alzando la temperatura del conflitto politico in un modo che poi è sfociato in un modo tanto visibile ed esplosivo come quello del 6 gennaio a Capital Hill. Si è fatto poco, preferendo puntare su di una retorica aggressiva, per cui i veri americani sono soltanto quelli bianchi, che ha lacerato un Paese già pieno di problemi ben prima dell’ascesa di Trump; arrivando addirittura a minacciare uno dei capisaldi della democrazia che prevede di accettare a prescindere il volere del popolo, sia che ci si trovi a destra o a sinistra

Non c’è però solo “Una storia Americana” tra le tue pubblicazioni, “Questa è l’America” è infatti un saggio uscito ad inizio 2020 che, in poco più di un anno, è entrato a far parte degli Oscar Mondadori. Come giudichi questo risultato, anche alla luce dell’argomento, per così dire, di nicchia di cui ti occupi?

Ovviamente sono molto contento, soprattutto alla luce del fatto che si tratta di un libro uscito due settimane prima del lockdown di marzo, dunque in cui ogni libreria era chiusa. Mi è sempre stato detto che l’America e più in generale la politica estera non vendono, ma per fortuna ciò che è accaduto negli ultimi anni ha attirato molte attenzioni verso questo Paese e sempre più persone hanno avuto il desiderio di capire cosa stesse succedendo in un luogo in cui il conduttore di “The Apprentice” diventa presidente dicendo o twittando ogni giorno qualcosa di sconvolgente che arriva a far temere le persone per la loro sicurezza. Probabilmente poi c’era anche lo spazio per un tipo di racconto che fosse un po’ più fresco, anche solo sul piano generazionale, rispetto a quanto fatto da molti inviati negli Stati Uniti in Italia

Cambiando discorso: il 28 giugno “Morning”, il tuo podcast giornaliero, ha compiuto un mese di vita. Come giudichi i risultati ottenuti fino ad ora e cosa dobbiamo aspettarci dal futuro della tua personale rassegna stampa?

Io personalmente sono felicissimo sia di come sta andando in termini di pubblico che di apprezzamento generale. Il podcast è comunque ancora in fase embrionale e c’è ancora tanto da sperimentare e da sbagliare, ma noi speriamo che in futuro un progetto come questo possa portare le persone ad abbonarsi al Post per supportare quello che facciamo. Mi diverto molto perché, pur essendo davvero impegnativo svegliarsi ogni ogni alle 5, sono stimolato sapendo di dover leggere ogni mattina bene o male tutti i maggiori quotidiani nazionali. Per ora diciamo solo che è un progetto senza data di scadenza che dopo l’estate diventerà disponibile solo per gli abbonati al giornale, per il resto vedremo cosa ciò riserverà il futuro, contando soprattutto che ci sono ampissimi margini di miglioramento

Per concludere: la situazione dei giovani è ora più che mai incerta a causa della pandemia mondiale che stiamo vivendo; che consiglio daresti a tutti coloro che sono scoraggiati da un futuro sempre più difficile che vogliano cimentarsi nel giornalismo?

Quello del giornalista in realtà è un mestiere che per certi versi è chiuso ed inaccessibile, non trovi gli annunci su LinkedIn tipo “cercasi giornalisti” e tra l’altro è un settore che sul piano industriale sta soffrendo in cui i dati ci dicono che si licenzia più di quanto si assuma. Questo però non vuole dire che non valga la pena provare, c’è però bisogno della consapevolezza che non si tratta di un mestiere semplice E per certo bisognerà faticare più di quanto accada per altre professioni. Il mio consiglio è uno soltanto, oltre ai classici tipo impere altre lingue oltre all’italiano, ed quello di farsi strada grazie al proprio lavoro. Non aspettate che una redazione legga il vostro CV perché quella è una strada che, a meno di contatti relazionali, è quasi impossibile da percorrere. In verità farsi notare non è mai stato semplice come lo è oggi: si può aprire un canale YouTube, fare una newsletter, creare un podcast, aprire un blog, gestire un canale Telegram e tantissimo altro. Insomma informatevi, approfondite da più fonti e producete contenuti giornalistici di qualità, per quanto questo possa richiedere molto tempo

Dopo la conferenza Costa si è trattenuto a lungo con tutti coloro che, nel rispetto delle norme anti covid-19, sono accorsi in gran numero ad ascoltare la presentazione di “Una storia americana” che, a distanza di mesi, continua ad occupare le posizioni apicali della saggistica del nostro Paese