L'intervento

Pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, Polizia penitenziaria alla gogna

Da un mandato che dice “date speranza” ad un risultato di azioni criminali inaudite: chi sono? Che cosa vogliono essere? E che cosa chiede loro lo Stato, dopo e prima dei fatti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza, che ha vissuto in prima persona le epiche rivolte degli Anni Settanta e vive con sgomento quelle attuali, interviene commentando i fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere “Francesco Uccella”. Alcuni agenti penitenziari di questo carcere il 6 aprile 2020 hanno aggredito e pestato per quattro ore i detenuti. In un video, pubblicato da Domani, si vedono gli agenti ripresi dal circuito interno durante il pestaggio. Un’azione violenta che ha portato a misure cautelari per 52 tra dirigenti e agenti della casa circondariale del Casertano. 

Non è semplice affrontare tematiche che affrontano le problematiche delle Polizia Penitenziaria, in particolare di coloro che operano nei reparti carcerari, anche nella casa Circondariale di Bergamo. Oggi la polizia che opera tra i detenuti è interrogata non su come avviene il suo lavoro, ma per comportamenti fortemente gravi che la vedono coinvolta, cioè per atti commessi sul loro lavoro.
Non si vuole mettere alla gogna nessuno come alla gogna non misi le attuali vittime quando furono loro i carnefici.

I recenti fatti dei 117 appartenenti alla polizia Penitenziaria inquisiti, a vario titolo, per i fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, denotano un momento di grande difficoltà umana, personale, familiare, da entrambi i fronti: detenuti e agenti di reparto.

Diventa perciò anche giusto chiedersi, il come è stata preparata questa speciale polizia per affrontare uno dei compiti istituzionali tra i più difficili, quello della convivenza stretta e costante con persone che hanno infranto la legge; ma è ancora più giusto chiedersi come è e da chi è guidata la Polizia Penitenziaria. Ed occorre chiederselo a fronte di una rabbia comune difficile da gestire, una rabbia che trova giustificazioni sia da parte dei detenuti che degli agenti, spesso asserviti a disposizioni ed iniziative o inerzie della burocrazia, che non paga mai, anzi fa pagare, all’ agente di reparto, sempre.

Rispondere con violenza a dei diritti negati per i quali si cerca l’ascolto, quelli dei detenuti, e la reazione, con altra violenza, da parte dei custodi, anch’ essi mossi dalle medesime istanze, non è ne accettabile ne scusabile, sicuramente è punibile. Ma la punizione deve andare alla ricerca della responsabilità dirette, specializzate, quelle che hanno per grado, il dovere del fare, anzi di impedire che avvengano violenze, infatti il provvedimento della Procura con vari titoli di reato, colpisce funzionari di vario rango.

Mi rifiuto di pensare che i 117 agenti di reparto indagati, abbiano agito di loro iniziativa: i loro superiori con gradi diversi dove erano, come agivano, che ordini davano, lontano dei questi luoghi perché ciò non succedesse?

Negli anni 70 gli agenti di reparto erano lasciati senza supporti protocollari, ed attuavano azioni primordiali di una autodifesa del corpo a corpo, tipiche di un istituto con assente una programmazione custodiale. Erano gli anni del passa parola e di un patto del buon vivere, certo non scritto, in cui il vivere in carcere era una realtà non modificabile.
Ora il carcere non è più retto dal comprensivo appuntato, che cerca il buon vivere, “custodendo redime”, ora il Corpo di polizia Penitenziaria non può lamentare l’assenza di gradi alti dirigenziali, anche per le recenti promozioni al grado superiore dei commissari, il cui grado dovrebbe loro apportare il saper prevedere, prevenire, disporre, organizzare, decidere, ma soprattutto prevedere. Capire che a negazione di bisogni certi corrisponde reazioni certe di spessore molto più devastante. Questo è nel modo di essere nel carcere . Ci si chiede come mai non è cambiato?
Si qualcosa è cambiato ! Dal mandato del Corpo che dal “Vigilando Redimere” degli anni ‘70, si sia passati al “Despondere spem munus nostrum“(diffondere la speranza è il nostro fine); mandato altissimo degli anni 90, per un controllo pieno di significato, quello di diffondere speranza.

Che cosa è cambiato per la Polizia Penitenziaria dopo il moto del ‘90, o cosa è fallito del nuovo moto? Di certo anziché impegnarsi a riformare il modo di custodire basato sull’accentramento della risposta ai bisogni, in particolare quelli certi e stabiliti da legge, e di come operare al momento della negazione degli stessi, ci si è impegnati nello spostare, non tanto il corpo della Polizia Penitenziaria in toto, presso altro Corpo dello Stato (es. Polizia di Stato), ma a costituirsi come corpo a se stante, per il solo controllo dei soggetti in misura alternativa. Ecco cosa ha fatto cadere anche il secondo moto “diffondere speranza”.

La Polizia penitenziaria ha persa questa identità, e ne cerca una altrove, con altre mansioni, senza rivedere sé stessa nel suo essere e nel suo divenire; in comune coi detenuti ha la fuga, i primi verso la padronanza del propria individuale libertà, la Polizia Penitenziaria verso risposte lavorative ritenute più gratificanti e di maggior rispetto e visibilità, ma lontani dai reclusi, quasi che lo stare in carcere, come agenti di custodia, sia diventata una punizione.

In sostanza si constata che negli anni vi è stato un aumento circa la mancata attenzione al compito “Despondere spem munus nostrum” (dare speranza) quasi, questo impegno, non appartenesse a questo Corpo di Polizia: ma di quale speranza si può essere portatori se l’amministrazione non ha investito in “spem” in particolare per gli operatori di polizia di reparto!?
A loro si è continuamente negato riconoscimento, in quanto considerati poco importanti, ma al contempo li si è “lasciati liberi” di porre in essere comportamenti delittuosi, legati al dover eseguire quanto gli è comandato; ma chi manda un ordine o stila una circolare ha una visione di contesto tale da comprendere l’evolversi degli eventi, oppure si ferma ad emanare un precetto noncurante degli effetti, certo che l’ordine è giusto e si deve fare?

Non vivono il carcere i tanti dirigenti presenti e in via di aumento, ma lo vive l’agente di reparto, quello rimasto lì senza riconoscimenti e senza una politica finalizzata a una formazione verso e per la “speranza” che lo renda il caposaldo del mondo carcerativo. All’interno dell’amministrazione penitenziaria si eroga formazione iniziale e di secondo livello, per la di gestione del burn out e delle criticità, ma gli operatori di polizia penitenziaria li sentono solo anglicismi inutili e non funzionali al loro lavoro; non sanno, o peggio viene loro tenuto nascosto, quella che in una normale strategia lavorativa sono le regole di ingaggio: cosa dobbiamo fare, quando dobbiamo farlo e se dobbiamo farlo (chiaramente ci si riferisce alle regole dette dal regolamento del ‘90 che tratteggia i compiti della polizia penitenziaria).

Non si può pretendere del buon vino se prima la botte di rovere non è stata debitamente battuta e preparata ad accogliere quello che diventerà vino. La botte a cui mi riferisco (carcere) da quando vi ho lavorato a partire dagli anni ’70, sostanzialmente non è mutato; mutato stanzialmente è il modo di essere tra custodi e reclusi, specie nei penali, dove un tempo l’appuntato, vero dominus della custodialità, definiva una fattispecie di contratto empirico di mutua convivenza: qui ti hanno mandato e ci devi stare, anche a me hanno mandato e ci devo stare, ho una famiglia da mantenere, quindi impariamo a convivere.

Negli anni ‘80 questo rapporto si sfilaccia e ritiene che il precedente rapporto carcerato-carceriere, si dovesse riformare in meglio dando alla polizia penitenziaria il mandato di essere “Despondere spem munus nostrum”: questo mandato non venne accompagnato da una adeguata preparazione e valorizzazione del compito di custodire, lasciando il tutto all’iniziativa del singolo operatore.
Non si ebbe una politica che aveva il “reparto” al centro del suo interesse e anche quando si formularono dei corsi di formazione, es AIDS, finalizzati per poliziotti di reparto, gli ammessi erano chi aveva maggiore punteggio e la partecipazione era un modo per allontanarsi dal reparto, solo perché il lavoro in reparto non quello considerato il più specializzato ma una “pena“ per arrivare ad altra occupazione.

Dando per assodato che il detenuto recluso non accetta questo suo stato, in quanto intriso di afflittività e negatività, e rimane solo il conformarsi al dovere stare e al dover ubbidire, il ribellarsi è un fatto possibile quasi naturale. Tocca all’agente di reparto far si che questo non accada, ma contemporaneamente gli è negata la possibilità di intervento su quanto accadde; il detenuto diviene così un estraneo, conosciuto con un appellativo spesso disprezzante, con cui non comunicare ma da eludere, evitare, anteporsi. Non è più accettiamoci ma compatiamoci, non è più veniamoci incontro ma nemicità aperta, il vero reato che la Procura non può contestare ne tenere in conto, il grande reato, il reato che raggruppa tutti quelli contestati, “la nemicità”.

Una nemicità consolidata nel tempo, che è comune ad entrambe le due parti, messa in atto da necessità medesime, da negazioni di rispetto, identità, attenzione, bisogni, affetti, riconoscimenti…., dove tutti ti sono lontani, dove la parola amici è scritta solo nel libro Cuore. La nemicità è morire in cella dove sei con 5 persone, la nemicità è suicidarsi sul posto di lavoro con l’arma che hai in dotazione in quanto tra 1.000 commilitoni non trovi un collega che si ferma a prendere un caffè con te. La nemicità che diviene affinità quando si finisce a protestare sui tetti, agenti come i detenuti, o a contestare il cibo perché immangiabile, o l’ultima circolare piena di dettati che nega a uno e lega l’altro senza un minimo di mediazione ,così è e deve essere.

E così è stato, quando il buon appuntato di un tempo, poco dotto, ma molto attento avrebbe detto: “Dobbiamo stare qui entrambi, troviamo un modo per vivere!”
Ma il tempo ed un certo pensiero di comodo, hanno deciso che la polizia penitenziaria nel suo mandato, sia da additare quale summa colpevole del fallimento del sistema penitenziario italiano, con le sue riforme, controriforme e riforme a metà.

E la gogna dice così: “Se va tutto bene il merito è del sistema, di cui fa parte la polizia penitenziaria, se va male eccola lì, è la polizia penitenziaria e gli agenti, da mettere sul banco degli imputati”. Ed ecco altra sofferenza, non dei detenuti ma degli agenti indagati sui quali sospendere i principi costituzionali che conferiscono le giuste garanzie a chi è indagato e che non può essere considerato colpevole, solo perché qualche Dioscuro, anche mediatico; sofferenza non solo di chi sta espiando la pena, ma anche di chi tra mille difficoltà, cerca di dare un senso ad un lavoro che sta perdendo ogni “munus” del “despondere spem”.

 

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