Contro il razzismo

L’Italia non si inginocchia: se l’odio non fa parlare quanto un gol

Eppure un singolo atto può fare la differenza, anche a costo di scendere dal piedistallo del proprio privilegio per pochi attimi

Nei giorni scorsi è passato in secondo piano la vicenda nei confronti della nazionale italiana di calcio e il presunto atto dell’inginocchiarsi (atto che non è stato poi eseguito) durante la partita degli europei che vedeva lo scontro Italia-Austria. Il gesto simbolico è presente da anni e nasce primariamente in territorio americano, giungendo in Europa solo più di recente; sarà il lato semi “nuovo” dell’atto, sarà l’azione di minimizzare il significato che vi è dietro, eppure questa situazione è passata in secondo piano lasciando ampio spazio alla partita che si stava per svolgere, alle strategie, ai pronostici. Pur non essendo di primaria importanza, e forse dovremmo chiederci perché la lotta contro il razzismo e alle disuguaglianze passi in secondo piano rispetto alle strategie di una partita, ha fatto discutere un’iniziale presa di posizione per cui l’Italia si sarebbe inginocchiata solo se anche l’Austria l’avesse fatto.

Le cose da dire sarebbero tante e tutte centrate su tre vertici: una nazione indipendente quale dovrebbe essere l’Italia (che era pronta però a seguire le orme di un’altra nazione invece di prendere una propria scelta autonoma e indipendente), gli europei di calcio e il razzismo.

Eppure, qualcuno, all’azione dell’inginocchiarsi oppure no ha prestato attenzione, perché oltre al calcio, all’importanza degli ottavi di finale dove sei dentro o sei fuori e al tifo, spesso ci dimentichiamo che coloro che sono in campo non sono semplici giocatori, bensì persone con una determinata posizione sociale. Ogni giocatore è infatti un “privilegiato” e per quanto questa parola faccia timore perché ha un peso massiccio da portare avanti, è giusto utilizzarla. Tale privilegio nasce dal fatto che il singolo giocatore è sotto i riflettori, viene visto da milioni di persone, viene seguito per le strade e sui social, viene osservato come un eroe dai più piccoli, viene esaltato dai tifosi. Il suo privilegio deriva dal piedistallo su cui è posto e da cui ha più possibilità di azioni rispetto ad altri. Per tale ragione un suo atto, come quello di inginocchiarsi durante l’inno, ha un impatto incredibile.

Partiamo quindi da questa considerazione per comprendere come tale piedistallo su cui siamo agiati ci possa aiutare ad agire per lottare contro le discriminazioni che sono presenti nella stessa società in cui viviamo.

Certo è che nessuno può spingere gli altri ad agire contro problemi in cui non crede, ma se non si agisce in quanto non si crede che in Italia ci siano problemi di razzismo, forse vi è un problema di ignoranza, probabilmente dettato dal proprio privilegio bianco o dalla consapevolezza che quel problema non esiste perché non tocca voi, la vostra vita, la vostra persona e dunque non lo notate.

Eppure, ci sono diversi “ma” che nascono a fronte della considerazione del contesto, ossia gli Europei di Calcio e l’atto di inginocchiarsi.

Tra questi c’è la tipica frase del “il calcio non è politica”. Una cosa che è poco chiara è che ogni scelta della nostra vita è politica. La stessa parola “repubblica” deriva dal latino “res publica” col significato di “cosa pubblica” e cosa c’è di più pubblico di una squadra nazionale di calcio che gareggia in una competizione europea per rappresentare la propria nazione, alias la propria repubblica di appartenenza, e che viene mostrata nella rete televisiva pubblica?

Dall’altro lato c’è un’altra frase che risalta, ossia “sì ma l’Italia non è mica l’America dove il razzismo è tutt’altra cosa”. Il fatto che due nazioni siano su due posizioni sociali e culturali diverse non dovrebbe sorprenderci, ma dovrebbe sorprendere vedere come la gravità di una nazione non porti ad un flusso di riflessione nell’altra, la nostra, aiutando a comprendere come sì, l’Italia non sarà come gli Stati Uniti, ma è possibile descrivere il nostro Paese come esente da fenomeni di razzismo? La risposta è no e finché questi saranno presenti come conseguenza di disuguaglianze sociali, indistintamente a quanto esse siano radicate, avrà senso lottare contro atti razzisti e discriminatori. L’odio è grave a prescindere dalla sua ampiezza.

Infine, vi sono coloro che affermano: “se mi in ginocchio non cambia nulla, non è così che si lotta contro il razzismo”. Non dimentichiamoci che il primo passo contro qualcosa nasce proprio dalle azioni, anche le più piccole, perché sono queste che iniziano ad unire i popoli, è da una piccola voce, da una singola persona, dall’azione atipica e diversa che nascono i cambiamenti. Un ginocchio abbassato nel momento dell’inno in mezzo a tanti uomini in piedi è un messaggio, sta poi a noi, semplici tifosi di fronte allo schermo e cittadini oltre le mura di casa, scegliere se recepire quel messaggio e, a nostra volta, agire nel nostro piccolo.

Per concludere, l’atto di inginocchiarsi prima delle partite durante l’inno nasce da un ragazzo, Colin Kaepernick, che nel 2016 si inginocchiò prima di una gara di NFL durante l’inno americano spiegando che non poteva esaltare l’inno restando in piedi mentre il suo paese opprimeva le minoranze etniche. Il suo gesto, seppur minimo, lo portò ad essere emarginato dalla NFL, eppure, motivò decine e decine di altri giocatori che, dal loro privilegio, decisero di scendere per pochi istanti per lottare contro un sistema razzista.

Una piccola azione ha portato a una maggiore consapevolezza proprio a partire da un campo di gioco.

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