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Foglieni: “Perché rincarano le materie prime e perché l’economia circolare è risposta vantaggiosa e sostenibile” - BergamoNews
L'intervista

Foglieni: “Perché rincarano le materie prime e perché l’economia circolare è risposta vantaggiosa e sostenibile”

A capo del gruppo Fecs, Olivo Foglieni pensa ai millennials, molto attenti all’ambiente: “Ai nostri figli dobbiamo lasciare un mondo vivibile”

Quando l’economia circolare forse non aveva ancora questa definizione un giovane operaio di 38 anni rilevò il ramo d’azienda specializzato nel recupero e nella valorizzazione di alluminio da rottame. Correva l’anno 1999. Quel giovane di allora si chiama Olivo Foglieni e oggi è a capo del Gruppo Industriale FECS, un sistema verticalizzato nel recupero e nella raffinazione di metalli ferrosi e non ferrosi. Unica realtà al mondo capace di seguire tutte le fasi di lavorazione dell’alluminio per produrre da rifiuto un prodotto finito efficiente e di altissima qualità.

Il Gruppo FECS è l’emblema di un’economia circolare perfetta unica nel suo genere con un fatturato di oltre 220 milioni di euro, esporta in oltre 50 Paesi, dà lavoro a 400 persone dislocate in 6 stabilimenti in Italia e uno in Romania. Un gruppo che tratta 180mila tonnellate di alluminio riciclato e realizza 7 milioni di caloriferi di alluminio all’anno. È vicepresidente di Confindustria Bergamo e membro del Comitato energia strategico nazionale di Confindustria a Roma. Oltre all’impresa è bene ricordare che è socio fondatore dell’Istituto di ricerca From ospedale Giovanni XXIII.

La presentazione è d’obbligo per capire perché ci siamo rivolti proprio ad Olivo Foglieni per analizzare il rincaro delle materie prime nel mondo. Rincaro che sta facendo tremare i mercati e che avrà pesanti ripercussioni anche sulla vita di tutti noi consumatori finali.

A cosa è dovuto questo rincaro delle materie prime?

A una serie di fattori: dagli aspetti speculativi agli aspetti strutturali e aspetti congiunturali che derivano da un anno di mancanza di produzione a livello globale. Perché la pandemia nel 2020  ha provocato dei fermi produttivi importanti. Alcuni Paesi sono stati più lungimiranti di noi europei e hanno fatto incetta di moltissime quantità di milioni di tonnellate di materiale strategico come nichel, acciaio, piombo, alluminio e petrolio… Si sono portati in casa queste risorse importantissime e questo ha provocato penuria sul mercato. Se poi si aggiungono anche difficoltà di trasporti, fermi produttivi che non hanno generato gli scarti, manovre speculative dovute ad una potenzialità di risorse finanziare enormi che hanno consentito di poter investire nell’acquisizione di materie prime, ecco tutto questo ha provocato un rincaro che non si era mai visto.

Una situazione davvero particolare…

Altroché. Vi ricordate che a maggio-giugno, per la prima volta nella storia, il petrolio è andato sotto zero? Non si era mai visto che si dovesse pagare per vendere una commodity, un prodotto. C’erano centinaia di navi ai porti di tutta Europa, sia a Rotterdam che a Genova e Marghera, che non sapevano dove scaricare il carburante ed il petrolio veniva venduto sottocosto. Chi ha avuto la possibilità, chi ha avuto la lungimiranza, chi ha avuto la finanza per poterli comprare oggi ha fatto un business straordinario perché oggi, a distanza di meno di un anno, il petrolio è a 75 dollari al barile. Questa è stata una manovra speculativa: pochi hanno avuto la possibilità di usufruirne.

Chi ha operato queste manovre speculative? Multinazionali o Paesi?

Sia le multinazionali, sia alcuni Paesi. La Cina per esempio ha fatto incetta di migliaia di tonnellate di materiali strategici e a distanza di un anno si è ritrovata ad avere scorte enormi. Addirittura non capendolo e non gestendolo, questo problema, si è rivelato controproducente. Tanto più che il governo cinese ha liberato le scorte strategiche e sta mettendo sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di materiale in modo da calmierare i prezzi per evitare un calo dei consumi. Addirittura i cinesi stanno facendo qualcosa di più grave e mirato: fanno mancare i microchip. In questo modo si fermano interi comparti di produzione sia di autoveicoli sia di elettrodomestici. Alcune multinazionali sono ferme, come Volvo e Volkswagen, perché mancano i microchip, mentre altre aziende che producono frigoriferi sono ferme perché mancano le lamiere di acciaio.

E l’Europa?

In questo quadro va ripensato il ruolo dell’Europa, che non può essere un continente di soli servizi senza avere la catena e la filiera di produzione che passi da un’industria di base ad un’industria più evoluta. Non possiamo più essere in balia di Paesi che hanno sfruttato la nostra volontà di diventare un Paese di terziario, l’industria di base non solo crea produzione ma ci permette, come in casi di difficoltà,  di continuare a produrre se tu hai una catena di fornitura corretta.

Il suo gruppo ha fatto dell’economia circolare la propria base. Ce lo spieghi. 

Oggi dobbiamo essere sostenibili e fare economia circolare, che è l’unico modo attuabile per fare impresa e poter lasciare ai nostri figli ciò che noi abbiamo trovato. La CO2 diventa un fattore impattante perché, e faccio un esempio concreto, se il mio gruppo dovesse produrre una tonnellata di alluminio dalla bauxite (che è il minerale da cui si estrae l’alluminio) ci vorrebbero 20mila kilowatt/ora. Per produrre la stessa tonnellata di alluminio dal riciclo ne servono 500 kilowatt/ora. Un risparmio energetico del 95%. Per rendersi meglio conto di questo valore: è come se il mio gruppo piantasse 400 mila alberi all’anno in funzione dell’anidride carbonica che non abbiamo immesso nell’ambiente, proprio perché partiamo dal principio dell’economia circolare.

Partendo da questi esempi, le piccole imprese italiane che cosa possono raccogliere da questa sfida?

Oggi è giunto il momento di ripensare a fare impresa. È giunto il momento di capire che si può produrre senza inquinare e senza impatti negativi sull’ambiente. Si può produrre con il cervello. Credo che sia in atto anche una trasformazione culturale per i piccoli e medi imprenditori, perché noi stiamo già ravvisando oggi che le grandi multinazionali e gli Stati stanno chiedendo prodotti che siano sostenibili. Per far sì che siano sostenibili bisogna dimostrarlo. E per dimostrarlo tu devi avere la tracciabilità. Questo significa sapere che cosa hai impiegato. Come lo hai impiegato. Che cosa hai risparmiato per l’ambiente e che cosa ha fatto perché tu possa essere definito sostenibile. È una sorta di patente che a cascata i grandi gruppi chiederanno ai medi e ai piccoli fornitori. E poi sarà il mercato che farà la selezione. Perché i nostri ragazzi e i nostri giovani sono già più attenti rispetto alla nostra generazione  e chiedono che i prodotti siano sostenibili e realizzati su principi etici. Il mercato scremerà e deciderà chi starà in piedi e chi non potrà andare avanti. Non basterà più produrre al minor costo, i ragazzi di oggi chiedono come si è prodotto e che cosa hai fatto per produrlo salvaguardando il mondo in cui noi viviamo e siamo.

Lei siede nel Comitato energia strategico nazionale di Confindustria a Roma. Che cosa consiglia a noi semplici cittadini e consumatori finali per entrare in questo meccanismo dell’economia circolare e virtuosa?

Cominciamo da un’attenta raccolta differenziata. Poi si parte dalle piccole cose, gesti semplici: spegnere una luce quando non serve tenerla accesa, verificare la filiera e la tracciabilità di un prodotto quando si fanno acquisti. Controllare: chi lo ha prodotto? Da dove è stato importato? Io credo che saranno i consumi che determineranno un nostro status e una nostra possibilità di esistere in un mondo migliore premiando quelle aziende virtuose che tanto fanno e tanto sacrificio ci mettono per far sì che il loro prodotto sia sostenibile.

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