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Prof ucciso e bruciato, la foto-trappola delle scarpe per incastrare l'operaio della fattoria - BergamoNews
L'omicidio di entratico

Prof ucciso e bruciato, la foto-trappola delle scarpe per incastrare l’operaio della fattoria

Cosimo Errico, 58 anni, docente di chimica all'istituto Natta, fu colpito con 23 coltellate il 3 ottobre 2018: a processo Pal Surinder, 56enne indiano e un suo connazionale, per favoreggiamento

Il 14 ottobre 2018 i carabinieri convocano in caserma a Bergamo Pal Surinder e Singh Mandip, indiani di 56 e 37 anni. Undici giorni prima nella fattoria didattica in cui lavorano, la Cascina dei fiori a Entratico, è stato ucciso con 23 coltellate e dato alle fiamme il titolare Cosimo Errico, 58enne di Bergamo, docente di chimica all’istituto Natta.

I due in quei giorni sono solo persone informate sui fatti, come tutti quelli che avevano rapporti con la vittima. Gli investigatori, tra l’altro, privilegiano la pista dell’omicidio passionale. L’arma non è mai stata ritrovata.

Ma c’è una traccia. Quella rinvenuta sul luogo del delitto, di una scarpa della Carrera numero 42. I militari pensano di mostrare a tutti quelli che sentono la foto di un paio di scarpe di quella marca. Un modo per vedere le loro reazioni.

Vengono spiazzati da quella dei due cittadini del Punjab, stato indiano al confine con il Pakistan, da quattro anni alle dipendenze di Errico. Sia nella saletta di attesa della caserma che sul pullman che li riporta a casa, iniziano a discutere su come possano essere finite lì quelle scarpe e, secondo la traduttrice della Procura, parlano di un’aggressione finita male (versione non conforme a quella del traduttore della difesa, che parla di un sinonimo travisato).

Anche la moglie di Errico, Gisella Bergonzoni, bisbiglia il nome di Pal come possibile responsabile dell’omicidio e parla di quelle Carrera che gli aveva regalato.

Da quel momento gli inquirenti puntano i fari sui due stranieri, che vivono insieme in un vecchio appartamento di Casazza. Emergono una serie di incongruenze nelle loro versioni su quel 3 ottobre, fino ai loro arresti il 4 aprile 2020 e al processo: Surinder con l’accusa di omicidio e distruzione di cadavere, il connazionale per favoreggiamento.

Il particolare delle scarpe è emerso nel corso dell’udienza di venerdì in cui hanno deposto il maresciallo capo Carlo Airoldi e il maresciallo Salvatore Iolanda, entrambi del nucleo investigativo di Bergamo, ricostruendo l’indagine durata sei mesi.

I carabinieri, coordinati dal pubblico ministero Laura Cocucci, nei giorni successivi al delitto hanno iniziato escludendo dalla lista gli altri dipendenti della fattoria. Per primo un marocchino, che collaborava saltuariamente e lavorava anche da un kebabbaro: “Ha raccontato di essere impegnato al negozio nelle ore in cui il professore veniva ucciso – ha spiegato il maresciallo Airoldi – invece stava vendendo droga con la compagna. Per questo è stato arrestato ed è a processo per spaccio. Poi via via gli altri, compreso il marito di una dottoressa milanese con la quale il 58enne aveva una relazione, in realtà il primo a cui abbiamo pensato con il movente della vendetta. Ma tutti avevano un alibi di ferro e nessuno portava il numero 42 di scarpe. Solo l’imputato”.

Numeri, come quelli dei minuti, particolari importanti per arrivare al presunto colpevole: “Il professore quella sera uscì per comprare dei prodotti da offrire ai clienti della cascina – prosegue Airoldi – . Rientrò alle 18.39, secondo quanto ricostruito dai tabulati sul consumo elettrico e dalle immagini delle telecamere comunali che ripresero la sua auto. Venne colpito a morte nei minuti successivi, mentre stava riempendo il frigo. Presumiamo prima delle 18.51, quando secondo i nostri calcoli la corrente fu staccata”.

“Chi ha ucciso sapeva bene dov’era il contatore perchè si è diretto subito lì – concludono i due ufficiali – e forse era al corrente che la vittima voleva che si spegnesse tutto prima di andar via. Quindi un frequentatore di quel posto. Inoltre conosceva il posto dove poter trovare la benzina con cui ha dato fuoco a Errico, quando non era ancora morto”.

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