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Danilo Rea al Teatro Donizetti in duo con Trovesi: “Sul palco mi sento a casa” - BergamoNews
L'intervista

Danilo Rea al Teatro Donizetti in duo con Trovesi: “Sul palco mi sento a casa”

Mentre parla di musica, Danilo Rea, pianista tra i più importanti del panorama jazzistico europeo, emana un’energia potentissima

“Quando sali sul palco tutto cambia: è il potere del jazz”. Mentre parla di musica, Danilo Rea, pianista tra i più importanti del panorama jazzistico europeo, emana un’energia potentissima. Quella che solo gli animi genuinamente entusiasti sanno diffondere.

La gioia è motivata. Sta per salire sul palco del Teatro Donizetti, ospite del secondo incontro organizzato da Bergamo Jazz Festival per la riapertura, dove duetterà per la prima volta con Gianluigi Trovesi, musicista e compositore affermato nel mondo. Questo è il motivo di tanta emozione.

Eppure, dal suo debutto con il celebre Trio di Roma, nel 1975, sono passate parecchie lune. “Ogni incontro è importante – racconta Rea – ogni prima volta mi arricchisce”. Di incontri importanti Rea ha una lista lunghissima, dai mostri sacri del jazz, come Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield e Joe Lovano, a Mina, Gino Paoli, Claudio Baglioni e Fiorella Mannoia.

Il feeling nato tra Rea e Trovesi è stato fin da subito palese. Un rapporto alla pari, senza tempo. E se tra i musicisti si è creato un legame speciale, a beneficiarne è stata anche la musica. Tra canti della tradizione, musica jazz e canzoni senza tempo, come “Mi sono innamorato di te”, di Luigi Tenco. “Fare musica vuol dire reinventarsi ogni volta, soprattutto quando la si fa con Gianluigi”.

Anche il pubblico è tornato a casa una buona dose di ricchezza in più, dopo il concerto di venerdì 25 giugno. “Questa sera, prima di invitare Gianluigi sul palco. Vi porterò con me in un viaggio – spiega il pianista – magari senza fermate intermedie.

La promessa è stata mantenuta. Guidato dalla bussola melodica di Danilo Rea, il pubblico ha sperimentato un’avventura incredibile, dove non è mancato l’incontro con Fabrizio De Andrè.

Nel momento in cui le note de “La canzone dell’amore perduto” e la melodia di “Cavalleria Rusticana” si sono unite, grazie alle virtuose mani del grande Danilo Rea, è accaduto quel qualcosa che da mesi stavamo aspettando. Commuoversi per la musica. Farsi un sano pianto di gioia perché la bellezza che abbiamo intorno è immensa. Questo è uno dei poteri dei musicisti, potere che Danilo Rea possiede completamente, dal cuore al pianoforte.

Danilo Rea e Gianluigi Trovesi per la prima volta in duo. È emozionato per questo concerto?

Sono molto emozionato. Nel corso degli anni io e Gianluigi abbiamo suonato varie volte insieme, ma mai in duo. E devo dire che suonare con lui mi piace tantissimo. Le prove sono andate molto bene e in genere sul palco, con il pubblico, l’esecuzione migliora.

Da questo nuovo incontro, cosa avete regalato l’uno all’altro?

Quando si suona insieme bisogna cercarsi. È fondamentale. Cercarsi, ascoltarsi, reinventarsi. Nel momento stesso in cui una persona ha la possibilità di conoscere e sentir suonare un grande musicista come Gianluigi Trovesi, riceve migliaia di input e di emozioni. Questo significa che ogni persona riceve qualcosa di completamente nuovo e inaspettato. Questo è il bello del jazz: si sale sul palco e tutto cambia. Certo, le prove prima concerto sono importanti, ma indicative. Fare musica, soprattutto con Gianluigi Trovesi, significa reinventarsi ogni volta, scoprendo sempre qualcosa di nuovo.

Lei e Gianluigi siete due esperti trasformativi. Quante trasformazioni vedremo sul palco?

In genere, mi siedo davanti al pianoforte e decido da dove iniziare. Per quanto riguarda la prima parte, in cui sarò da solo sul palco, sarà un viaggio, magari diretto. Magari non mi fermerò nemmeno e unirò i brani tra loro, come spesso accade. Poi inviterò Gianluigi sul palco. Ci saranno due omaggi a Bergamo, brani che vengono dalla tradizione popolare, composizioni di Gianluigi. E poi ci sarà il jazz. Eseguiremo brani noti e altri poco suonati. Molti jazzisti si ritrovano a suonare sempre gli stessi brani. Invece, andando indietro nel tempo, riscopriamo dei bravi meravigliosi, come quelli proposti da Gianluigi. Sono felice di suonare insieme a lui.

Quello con Trovesi è una grande debutto. Nella sua carriera, sin dai tempi del Trio di Roma, ci sono molte prime volte. Quali hanno segnato il suo percorso?

Gli incontri e le prime volte sono importanti, è difficile pensare che alcuni lo siamo più di altri. Quando mi è capitato di incontrare musicisti e grandi maestri ho sempre imparato tantissimo. Penso agli incontri con gli americani, come Chet Baker o Lee Konitz. All’epoca io ed altri eravamo giovani musicisti, l’ultima generazione che ha potuto suonare con questi mostri sacri. Lo stesso vale anche per altri incontro. Penso a quello con Mina, con Fiorella Mannoia, Claudio Baglioni. Ogni esperienza va a riempire quello che sarà il tuo linguaggio. Tutti questi linguaggi sommati insieme, dal jazz, al pop, alla classica, mi hanno reso ciò che sono adesso.

Come tanti colleghi lei ha sofferto la lontananza dal palco e dalla possibilità di praticare il mestiere per tanti mesi. Cosa si augura adesso?

Ho ricominciato spaventato. Quando non si suona per molto tempo di fronte al pubblico è difficile ritrovare quella condizione che ti permette di improvvisare, magari per un’ora di concerto, quando sali sul palco. Però mi aspetto una stagione in crescita per tutti, per il pubblico e per i lavoratori. Ora ci sono molti eventi e concerti, ma la mia speranza è che ad ottobre si torni a suonare nei teatri. La condizione ideale per un musicista è questa. Suonare in un posto così bello è di grande ispirazione. Questa è la nostra casa.

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