L'influenza spagnola del 1918 uccise più persone della Prima Guerra Mondiale - BergamoNews
Storia delle epidemie - 29

L’influenza spagnola del 1918 uccise più persone della Prima Guerra Mondiale

Morirono più persone di influenza in un solo anno che in quattro anni di peste bubbonica durante la Morte Nera dal 1347 al 1351. Conosciuta come "influenza spagnola" o "La Grippe", l'influenza fu un disastro globale.

“Il 1918 è passato: un anno epocale, con la fine della guerra più crudele negli annali della razza umana; un anno che ha segnato, almeno per un momento, la fine della distruzione dell’uomo da parte dell’uomo; purtroppo, un anno in cui si è sviluppato una malattia infettiva mortale che ha causato la morte di centinaia di migliaia di esseri umani. La scienza medica per quattro anni e mezzo si è dedicata a mettere gli uomini sulla linea di tiro e a tenerli lì. Ora deve dedicarsi con tutta la sua forza alla lotta contro il più grande nemico di tutti: le malattie infettive” (Journal of the American Medical Association 28/12/1918).

La pandemia influenzale del 1918-1919 uccise più persone della Prima Guerra Mondiale, tra i 20 ei 50 milioni di persone (altre stime si spingono fino a 100 milioni), ed è ricordata come l’epidemia più devastante nella storia mondiale: morirono più persone di influenza in un solo anno che in quattro anni di peste bubbonica durante la Morte Nera dal 1347 al 1351. Conosciuta come “influenza spagnola” o “La Grippe”, l’influenza fu un disastro globale.

Nell’autunno del 1918 la Grande Guerra in Europa era agli sgoccioli e la pace era all’orizzonte: gli americani si erano uniti alla lotta, avvicinando gli alleati alla vittoria contro i tedeschi. Nel profondo delle trincee, intanto, i soldati vivevano alcune delle condizioni di vita più brutali, che sembrava non potessero essere peggiori: condizioni igieniche impossibili, perpetuo fuoco nemico, il freddo, la fame. Poi è esploso qualcosa che sembrava benigno come un comune raffreddore, ma l’influenza di quella stagione fu molto più di un raffreddore: si andava diffondendo una gravissima epidemia. Nei due anni in cui questo flagello ha devastato la terra, un quinto della popolazione mondiale è stata infettata, risultando più mortale per le persone di età compresa tra i 20 ei 40 anni.

Il nome di “influenza spagnola” deriva dalla grande mortalità avutasi in Spagna, dove presumibilmente uccise 8 milioni di persone e dal fatto che la Spagna era neutrale nella Prima guerra mondiale, il che significava che era libera di riferire sulla gravità della pandemia, mentre i paesi che stavano combattendo cercavano di sopprimere i rapporti sull’impatto dell’influenza sul loro popolazione per mantenere alto il morale e non apparire indeboliti agli occhi dei nemici.

Questa pandemia, quindi, non ha avuto origine nel paese iberico come il nome suggerisce, ma sembra abbia avuto origine a New York, quando un’ondata di influenza pre-pandemica si sviluppò in quella città. Oppure in Kansas dove una prima ondata di influenza apparve all’inizio della primavera del 1918 in un campo di addestramento delle truppe americane. Pochi però hanno notato l’epidemia nel bel mezzo della guerra e non c’è stata praticamente alcuna risposta o riconoscimento da parte delle autorità della stessa; ed è stata una colpa grave che non siano stati presi provvedimenti per prepararsi alla recrudescenza del ceppo virulento dell’influenza in inverno. Queste prime epidemie in America furono un segno di ciò che presto sarebbe accaduto, in maggiore entità, nell’autunno e nell’inverno del 1918 nel mondo intero. La mancanza di azione fu successivamente criticata quando l’epidemia non poteva essere ignorata, ma ormai era troppo tardi.

Un’altra ipotesi riguarda l’ospedale militare di Étaples in Francia, dove sembra si fossero manifestati i primi segnali della malattia già nel 1917. Di certo, era un luogo perfetto per incubare un virus letale: costruito per accogliere le migliaia di feriti provenienti dai combattimenti con i tedeschi, il campo era costituito da una sterminata serie di tende e baracche che si estendevano fino all’orizzonte. Questa “piccola città puzzolente”, come la definì un testimone, aveva letti per 20 mila malati ed era servita da diecimila medici e infermieri.

A poca distanza dagli acquartieramenti si trovavano stalle per migliaia di cavalli e recinti per decine di migliaia di polli e maiali, macellati ogni giorno per sfamare i malati e le truppe di passaggio: tutti animali conosciuti per ospitare il virus dell’influenza. Le tonnellate di escrementi animali prodotte ogni mese venivano poi bruciate, in mancanza di altri metodi per eliminarli, contribuendo ad avvolgere il campo in una malsana foschia giallastra, che peggiorava le malattie respiratorie e poteva contribuire a diffondere le epidemie. Nel campo c’erano anche migliaia di lavoratori cinesi, reclutati nel Nord della Cina per svolgere lavori non militari. Molti di loro provenivano da un’area del paese nella quale si era sviluppata, soltanto pochi anni prima, una micidiale epidemia influenzale che aveva ucciso migliaia di persone. E qui si apre un’altra delle ipotesi sull’origine dell’epidemia: alcuni studiosi avevano ipotizzato già allora che l’influenza avesse avuto origine in Asia orientale.

L’epidemia di influenza iniziò quindi nell’emisfero settentrionale nella primavera del 1918. Il virus si diffuse rapidamente e alla fine raggiunse tutte le parti del mondo: l’epidemia divenne una pandemia. Anche in un mondo molto meno connesso di oggi, il virus alla fine ha raggiunto luoghi estremamente remoti come la natura selvaggia dell’Alaska e Samoa nel mezzo delle isole del Pacifico. Sebbene il picco di mortalità sia stato raggiunto nel 1918, la pandemia non si è conclusa fino a due anni dopo, alla fine del 1920.

Emblematico quanto successo sul Leviathan, una nave trasporto truppe americana con undicimila tra soldati e marinai a bordo e partita da New York nel settembre del 1918. Durante il viaggio verso la Francia sulla nave scoppiò un’epidemia di influenza spagnola. I medici cercarono di contenere i casi, ma con ogni corridoio della nave affollato di brande e di giovani soldati, ogni sforzo risultò inutile. In tre giorni duemila soldati erano a letto ammalati e il diario di bordo descriveva i corridoi della nave resi scivolosi da “pozzanghere di sangue” dovute alle emorragie nasali dei malati. I corpi di molti soldati furono gettati in mare prima dell’arrivo in Francia e i morti si contarono a centinaia nei giorni successivi.

La pandemia, ormai senza controllo, arrivò in India, a Bombay, oggi Mumbai, all’epoca una colonia britannica. I primi malati a essere individuati furono un gruppo di poliziotti, alcuni dei quali lavoravano al porto della città, impegnato in quei giorni nelle frenetiche attività per spedire truppe, armi e munizioni destinate al conflitto. Il governo coloniale diede la colpa del contagio alle cattive condizioni igieniche degli indiani, ma politici e intellettuali locali accusarono le autorità britanniche per il loro disinteresse nei confronti di qualsiasi misura di protezione sanitaria. Gli indiani avevano ragione e il governo coloniale aveva torto. Quasi ovunque nel mondo il contagio cominciò nei porti frequentati dalle navi che trasportavano in giro per il mondo le truppe alleate.

In Russia ebbe inizio nel porto artico di Arcangelo, dove i convogli alleati sbarcavano i loro rifornimenti dopo aver circumnavigato la penisola scandinava. In Iran il primo focolaio fu scoperto a Shiraz, non lontano dal Golfo Persico, dove avevano sede le basi navali britanniche; in seguito, facilitata dai tradizionali spostamenti di pellegrini all’interno del paese, l’epidemia, fece un milione di morti.

In Africa focolai scoppiarono nei porti lungo la rotta che portava verso l’India: in Tanzania, Sudafrica e Sierra Leone. Mentre nel Nord del continente il virus incontrò una popolazione che aveva già sviluppato qualche forma di immunità grazie alle epidemie del passato, la spagnola fu la prima grande influenza a visitare l’Africa subsahariana e scavò nella popolazione vuoti che sono stati riempiti soltanto nel mezzo secolo successivo. Secondo le stime più ampie solo in Africa morirono circa 20 milioni di persone.

A partire dal 2000, alcuni scienziati riuscirono a recuperare abbastanza materiale infetto risalente all’epidemia per poter sequenziare il genoma del virus responsabile. La loro avventurosa ricerca ha incluso la riesumazione dei corpi di alcuni inuit morti in Alaska nel 1918 e sepolti nel permafrost e il prelevamento di un campione di tessuti decomposti dalla bara piombata di Sir Mark Sykes, il diplomatico britannico morto di influenza nel 1918. Grazie al loro lavoro oggi sappiamo che a causare l’influenza spagnola fu una mutazione del virus dell’influenza A (uno dei quattro tipi di influenza conosciuti, identificati come A, B, C e D), appartenente del sottotipo H1N1 (lo stesso che, in un’altra mutazione, fu responsabile della pandemia di influenza suina del 2009). Il virus del 1918 era “speciale”, scrissero dopo averne osservato gli effetti, “un prodotto mortale e unico frutto della natura, dell’evoluzione e della convivenza tra animali e umani”. Una testimonianza della “portentosa capacità della natura di creare pandemie”.

Questa mortale pandemia influenzale era scoppiata durante le fasi finali della Prima guerra mondiale, quando le nazioni stavano già tentando di affrontare gli effetti e i costi della guerra e campagne di propaganda, restrizioni e razioni di guerra erano state implementate dai governi. Il nazionalismo pervadeva le persone, che accettavano senza protestare quanto stabilito dalle autorità del governo; ciò ha consentito ai dipartimenti della sanità pubblica di intervenire e attuare facilmente le loro misure restrittive. La guerra finiva mentre alla scienza fu data una maggiore importanza, poiché i governi si affidarono agli scienziati, sempre più attratti dalla nuova teoria dei germi teorizzata da Pasteur e da Lister nella seconda metà dell’Ottocento. Da qui la comunità scientifica aveva sviluppato nuove teorie e le aveva applicate alla prevenzione, alla diagnostica e al trattamento dei malati di influenza.

Alcuni degli alleati pensavano che l’epidemia fosse uno strumento di guerra biologica dei tedeschi. Molti pensavano che fosse il risultato della guerra di trincea, dell’uso di gas mostarda e dei “fumi e vapori” generati dalla guerra. Una campagna nazionale iniziò usando la pronta retorica della guerra per combattere il nuovo nemico di proporzioni microscopiche.

Nel 1923 uno studio della “Commissione per l’atmosfera e l’uomo” ha tentato di spiegare perché la malattia fosse stata così devastante in alcune regioni localizzate, esaminando il clima, il tempo e altre variabili. La sintesi è stata che l’umidità è collegata a epidemie più gravi in quanto “favorisce la diffusione dei batteri”. A seguito di quella pandemia fu creata una rete di sorveglianza dell’influenza a livello internazionale.

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