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Covid, a Bergamo in netto calo nuovi casi e ricoveri: dal Regno Unito allarme sulla variante Delta - BergamoNews
Report 8-14 giugno

Covid, a Bergamo in netto calo nuovi casi e ricoveri: dal Regno Unito allarme sulla variante Delta

Oltremanica la diffusione della variante fino a poco fa identificata come "indiana" ha causato una rapida crescita dei positivi.

La settimana epidemiologica 8-14 giugno si è chiusa con 12.095 nuovi casi, in calo del 23,9% dai 15.888 del periodo precedente.

La media giornaliera delle infezioni scende a 1.728, ampiamente sotto il limite massimo (4.311) delle nostre (auspicate) capacità di tracciamento.

Si ferma la discesa dei tamponi eseguiti: questa settimana a quota 1.289.226 (+49.407), ma sempre un numero piuttosto basso.

Ancora in calo i nuovi ingressi in terapia intensiva: 148 nel periodo considerato (-20% sul precedente). Si tratta di un indicatore importante perché completamente slegato dalla campagna di testing.

Stessa osservazione per quanto riguarda la discesa del numero dei ricoverati in T.I., da 759 a 536 (-29,4%) e in Area Medica, da 4.910 a 3.465 (-29,4%). Praticamente invariato il numero dei decessi: da 460 a 450. L’indice di positività medio settimanale è all’1%.

A dimostrazione (purtroppo) di una campagna di testing impostata su numeri molto bassi, si nota come sia ancora elevata la quota di soggetti sottoposta a tampone in quanto sintomatica (32,1%). Un valore quasi doppio a quello dei soggetti sottoposti a screening (17,1%); che invece, in una fase di forte riduzione della circolazione virale, dovrebbe mostrare una netta prevalenza. Resta ancora importante (17,4%) la quota dei soggetti per i quali non è noto il motivo dell’effettuazione del test, una quota che con la ripresa efficiente delle attività di tracciamento, possibile da inizio giugno, dovrebbe scendere fino a ridursi a pochi punti percentuali. Esattamente come quella (18,2%) dei soggetti positivi diagnosticati in Italia per i quali non è noto il luogo in cui è stata contratta l’infezione.

A Bergamo e in Lombardia

In Lombardia i nuovi casi sono stati 1.849, erano 2.611, quindi la diminuzione sulla settimana precedente è del 29,2%. Prosegue anche questa settimana il calo dei ricoveri: 596 sono ora quelli in Area Medica e 109 quelli in Terapia Intensiva. 54 sono stati i decessi, in calo di 7 unità.

Evidente il calo anche per la provincia di Bergamo, dove i pazienti ricoverati sono scesi da 92 a 71, stabili invece quelli in T.I. da 13 a 14. I nuovi casi registrati sono stati 185, in diminuzione del 28,9% sul periodo precedente quando erano 260. Da rilevare che nell’ultima settimana si sono registrati 5 decessi (solo 1 nella scorsa).

Focus Variante Delta

Passiamo a una breve analisi della diffusione della variante Delta (ex indiana) nel Regno Unito, ma che potrebbe interessare nelle prossime settimane anche l’Italia (così come avvenuto con la precedente variante inglese). Essa rappresenta ormai il 90% delle nuove infezioni: in una sola settimana sono stati registrati 48.977 nuovi casi, portando il totale a 4.581.779. L’arrivo della nuova variante ha causato una rapida crescita dei positivi giornalieri: nell’ultima settimana la media è stata di 6.977 nuovi casi, contro i 4.695 della settimana chiusa il 7 giugno. Il valore minimo nel Regno Unito era stato toccato nella settimana mobile 13-19 maggio, con una media giornaliera di 1.845 positivi individuati. Per ipotizzare un primo confronto con la situazione italiana, dove la variante delta è al momento minoritaria (meno dell’1% delle nuove infezioni), dobbiamo tenere conto di tre aspetti: attività di testing; attività di sequenziamento; campagna vaccinale.

1) L’attività di testing è enormemente superiore a quella italiana: nell’ultima settimana 5.860.333 tamponi eseguiti (1.713.525 molecolari) contro 1.289.226 (642.838 molecolari) nel nostro Paese. Da questo deriva una maggiore capacità di individuare positivi e nel confronto i nostri numeri risultano quindi sottostimati.

2) Le attività di sequenziamento in Gran Bretagna hanno finora riguardato il 10% circa dei positivi individuati da inizio pandemia (oltre 450.000 sequenze genetiche) e nel mese di maggio è stata tenuta una media di oltre 1.000 sequenziamenti al giorno. In Italia (fonte Iss) vengono seguite le indicazioni dell’Ecdc che “raccomanda di sequenziare almeno circa 500 campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale”: pochi per restituire un’immagine puntuale della diffusione delle varianti come accade nel Regno Unito.

3) La diffusione della variante delta sta avvenendo in un Paese dove (dati 11 giugno) il 61,7% della popolazione è stato vaccinato con almeno una dose, e il 43,8% con dose doppia. In Italia alla stessa data il 47,3% con almeno una dose e il 23,0% con dose doppia.

Efficacia dei vaccini

Per quanto riguarda l’efficacia dei vaccini al momento vi sono evidenze limitate relative ai soli Comirnaty (Pfizer-BioNTech) e Vaxzevria (AstraZeneca): la protezione contro la malattia sintomatica resta inalterata, o con una minima diminuzione, dopo la doppia somministrazione, ma è purtroppo incompleta nei soggetti che hanno ricevuto solo la prima dose. Ricordiamo i primi dati in arrivo dal Regno Unito che parlano di un’efficacia ridotta al 33% contro l’88% della dose doppia.

Per quanto riguarda la malattia, gli studi più recenti condotti sempre nel Regno Unito (casi confermati tra il 29 marzo e il 20 maggio 2021) suggeriscono un incremento del rischio di sviluppare una forma grave nei soggetti infettati dalla variante delta (ex indiana) rispetto a quelli venuti a contatto con la variante alfa (ex inglese). In particolare, viene sottolineato un possibile aumento del rischio di ospedalizzazione e della necessità di cure intensive.

In altri termini, ogni 100 ricoverati a causa della variante alfa ne abbiamo 261 per quella delta; ogni 100 terapie intensive per variante alfa, 167 per quella delta. Una seconda ricerca, condotta tra il 29 marzo e l’11 maggio, ha inoltre individuato per la variante delta rispetto alla alfa un incremento del tasso di attacco secondario (infettati tra i soggetti venuti a contatto con il primo soggetto positivo) che oscilla tra il 33% e il 38%.

Gli studi in corso chiariranno meglio le dinamiche, ma tutte le indicazioni attuali mostrano per la variante delta una maggiore trasmissibilità, una minore risposta ai vaccini dopo la dose singola e una maggiore gravità delle forme cliniche. Pericoli contro i quali l’unica arma efficace è (misure di mitigazione e lockdown a parte) la somministrazione della doppia dose di vaccino alla quota più ampia possibile della popolazione.

Focus Terza Dose

Molti ancora sono i dubbi relativi alla reale necessità di procedere con una terza dose di vaccino (o con una seconda per chi avesse ricevuto un vaccino monodose). Per provare a rispondere dobbiamo tenere conto di due diversi elementi:

1) La durata della protezione indotta dai vaccini: non la conosciamo ancora con precisione, perché il limite si sposta con il trascorrere del tempo. Un’indicazione positiva la ricaviamo tuttavia dai soggetti vaccinati durante i trials dello scorso anno, che a distanza di undici mesi mostrano ancora una risposta immunitaria adeguata. Aspetto che allunga l’intervallo di tempo, inizialmente stabilito in sei mesi, nel quale si è protetti dall’infezione e dai rischi a essa correlati.

2) La capacità del virus di produrre varianti: tutt’altro che trascurabile, visto che in poco più di un anno siamo passati dal ceppo originario di Wuhan alla DG614 (spesso la dimentichiamo, ma è quella che ha imperversato in Europa nel 2020) per poi arrivare alle varie alfa, beta, gamma e delta: ovvero, con la vecchia denominazione ora accantonata dall’Oms, inglese, sudafricana, brasiliana e indiana. Senza dimenticare le “variants of interest”, monitorate dall’Oms anche se per ora non considerate preoccupanti: altre 6, tutte individuate tra marzo e aprile 2021. È soprattutto questo secondo punto, ovvero la variabilità del virus, a far ritenere non solo necessaria ma addirittura indispensabile una dose di richiamo; il primo punto, invece, ci dice che quasi certamente avremo un po’ più di tempo per farla rispetto a quanto si pensava solo pochi mesi fa.

Allo stesso tempo la terza dose (o la seconda per chi ha ricevuto un vaccino monodose) sarà probabilmente indispensabile perché effettuata con preparati adeguati alle varianti: che sono ben coperte anche dai vaccini in uso, ma con una riduzione del rischio diminuita rispetto a quella garantita contro il virus utilizzato per sviluppare il vaccino stesso. In sintesi, possiamo dire che dovremo fare “almeno” la terza dose e altre a seguire in caso di circolazione permanente del Sars-CoV-2, proprio per intercettare le nuove varianti; ma che, allo stato attuale, è ipotizzabile dover procedere al nuovo richiamo circa un anno dopo il completamento del primo ciclo vaccinale. Gli studi in corso proprio in questi mesi (in Italia mirati soprattutto sugli operatori sanitari, i primi a essere vaccinati) ci daranno risposte precise sia sull’effettiva durata della protezione, sia sulle eventuali modifiche da apportare ai vaccini attuali. Senza dimenticare che la risposta immunitaria è un meccanismo estremamente complesso e non legato in modo esclusivo al livello rilevabile degli anticorpi neutralizzanti: un ruolo fondamentale è svolto dalla nostra memoria immunitaria, in particolare grazie ai linfociti T, che garantiscono un efficace intervento anche a distanza di anni. Ma per sapere quanti, nel caso del Sars-CoV-2 che è un virus nuovo, possiamo solo aspettare che trascorra il tempo.

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