Roberto, primo tri-trapiantato bergamasco: "Mi davano 2 anni di vita, non siate scettici sulla donazione" - BergamoNews
La storia

Roberto, primo tri-trapiantato bergamasco: “Mi davano 2 anni di vita, non siate scettici sulla donazione”

Ceruti, 56 anni, nel 2010 ha subito un trapianto multiplo combinato di fegato, rene e pancreas, arrivati tutti dallo stesso donatore: "Mi sono fidato dei medici e piano piano ho ricominciato a vivere".

Nel 2010 all’ospedale di Seriate il dottor Guido Colloredo lo ha guardato negli occhi e con onestà gli ha detto: “Senza altri imprevisti a te, caro ragazzo, restano uno o due anni di vita. Ma…”.

Dopo essere sprofondato nel buio per quella diagnosi, Roberto Ceruti, oggi 56enne di Trescore, a quel “ma” ha ancorato tutte le sue speranze. Un “ma” enorme, un ultimo disperato tentativo sul quale nemmeno i medici riponevano troppe aspettative, per la complessità dell’intervento che gli stavano proponendo.

“L’unica possibilità che rimane, mi hanno detto, è un trapianto multiplo combinato di fegato, rene e pancreas, tutti provenienti dallo stesso donatore – racconta Ceruti – Io allora non sapevo nemmeno cosa fosse un trapianto, ma ho accettato subito la proposta. È stato il dottor Colloredo a prendersi a cuore la mia situazione: ha contattato gli ex Ospedali Riuniti di Bergamo, ha spiegato nel dettaglio le mie condizioni e dopo pochi giorni sono entrato in reparto”.

Da subito su di lui si concentrano attenzioni e affetto di medici e infermieri, “uomini e donne in missione”, come li chiama Roberto che per affrontare quell’impresa si è affidato anche a uno psicologo.

Un supporto importante, ma la forza mentale e la capacità di sdrammatizzare non gli sono mai mancate: “Il chirurgo mi disse: ‘È un intervento che non ho mai fatto prima. C’è il rischio alto di rimanere sotto i ferri’. E anche lui si è sorpreso quando replicai: ‘Sempre meglio sotto i ferri che sotto un camion’. Forse anche il mio modo di essere mi ha aiutato a risollevarmi”.

Eppure cirrosi epatica e diabete gli avevano messo fuori uso tre organi e pure parzialmente la vista, dettaglio non di poco conto se la tua passione più grande è la fotografia: “Vedevo solo ombre – racconta – Ero abituato a scattare tenendo l’occhio sinistro sull’obiettivo, ma ne ho perso l’uso e sono stato costretto a inventarmi una nuova normalità”.

Il 12 agosto 2010 Roberto Ceruti rimarrà per 13 ore in sala operatoria, diventando il primo tritrapiantato della provincia di Bergamo: non la fine della battaglia, ma l’inizio meraviglioso del secondo tempo della sua vita che si è riconquistato un passettino alla volta.

“Sono stato su un letto per quasi un anno e tutti i muscoli se ne sono andati – continua – Sono altro un metro e ottanta, pesavo 42 chili: ho dovuto imparare nuovamente a camminare e durante la riabilitazione ho avuto un’aiutante speciale, la mia cagnolina Kenya, alla quale non ho rinunciato nemmeno quando mi hanno detto che avrei dovuto vivere in un ambiente completamente privo di microbi, con mascherina e guanti. Ma poi mi è servito, col Covid non mi è mai pesato indossarli”.

Roberto ceruti
Roberto con al collo l'inseparabile macchina fotografica

Riavvolgendo il nastro dei ricordi Roberto si emoziona più volte. Quando il suo racconto si ferma la voce inizia quasi singhiozzare, ma poi con un impeto d’orgoglio ecco che di slancio torna a scherzare: “Dopo aver lavorato nel campo della ristorazione per tanti anni e una parentesi come elettrauto oggi mi definisco un pensio-rinato e mi dedico a fotografie e video a livello amatoriale”.

Ma Roberto è anche una delle più belle testimonianze di quanto preziosa possa essere la scelta di donare un organo e non fa fatica ad ammettere che racconta spesso la sua storia durante le sue giornate di impegno con l’Aido Trescore.

“C’è un aspetto da tenere ben presente – sottolinea – Quando vieni messo in lista per un trapianto ti chiedi in continuazione quando gli organi necessari saranno disponibili. C’è tanta suspance e a livello mentale non è un ragionamento semplice: sai benissimo che la disponibilità di organi dipende da un’altra persona che perde la vita. Noi trapiantati non auguriamo di certo la morte, ma chiediamo a gran voce sensibilità e altruismo verso chi, anche solo con un pezzetto di organo, può tornare a condurre una vita normale. La speranza è che sempre più persone dichiarino la propria volontà, o informino i familiari. Purtroppo la diffidenza e le stupidaggini sul tema continuano a essere diffuse e ancora oggi mi capita di sentir parlare di trapianto come ‘predazione di organi’. Bisogna avere fiducia nei medici, se non l’avessi avuta io non sarei più qui”.

Su chi abbia donato a lui gli organi che gli hanno allungato la vita, trapiantati dalle sapienti mani dei dottori Michele Colledan e Stefano Rota, Roberto si è fatto parecchie domande durante il primo anno, ma poi ha accantonato il pensiero: “Non solo perchè lo dice la legge, ma perché credo che sia un segno di rispetto e un modo per tutelare entrambi da legami che potrebbero innescarsi. La curiosità c’è stata, non posso negarlo. Ho sempre ringraziato il mio donatore, mentre il mio ringraziamento per i medici è stato quello di costituire una associazione per dare alloggio ai familiari dei trapiantati che sono costretti a trasferirsi a chilometri di distanza per stare vicino al proprio caro”.

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