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Segnali positivi, ma i contagi a Bergamo calano meno che nel resto d'Italia - BergamoNews
Report 25-31 maggio

Segnali positivi, ma i contagi a Bergamo calano meno che nel resto d’Italia

Tra città e provincia i nuovi positivi nell'ultima settimana sono stati 372, in calo del 13,9% rispetto ai precedenti 432. Per confronto: il dato nazionale è sceso del 27,9%, quello lombardo del 26,9%

In un quadro in ulteriore miglioramento, come dettaglieremo in seguito, stupisce un poco che, alla conclusione della settimana epidemiologica 25-31 maggio, la provincia di Bergamo abbia riscontrato un calo dei contagi ben al di sotto del dato nazionale. Sul numero dei nuovi casi ha sicuramente influito la situazione in Valle Imagna (in particolare a Corna Imagna), dove sussiste un focolaio di contagi, non tale però da giustificare il ridotto calo.

Vediamo nel dettaglio: i nuovi positivi sono stati 372, in calo del 13,9% rispetto ai precedenti 432. Per confronto: il dato nazionale è sceso del 27,9%, quello lombardo del 26,9%.

Scendono anche in provincia, rispetto alla precedente osservazione, i ricoveri in terapia intensiva (-5) e quelli in area Covid (-40), mentre i decessi sono stati 6 come nella precedente settimana. Diminuiscono anche le persone in isolamento, che sono circa 3.000 in tutto (isolamento obbligatorio e fiduciario).

Come detto, si confermano quindi i segnali positivi di una ulteriore riduzione dei nuovi casi: il virus non è morto, non siamo al liberi tutti, ma la strada è finalmente quella giusta. Ora dobbiamo proseguire rapidamente con le vaccinazioni su tutta la popolazione, e al tempo stesso mantenere le misure di protezione personale, per non farci sorprendere da una nuova fase espansiva in autunno (il Sars-CoV-2 sembra avere caratteristiche stagionali) e per non aumentare il rischio di nuove varianti (che si generano con frequenza maggiore quando la circolazione del virus è elevata).

La settimana epidemiologica appena conclusa (25-31 maggio) ha fatto registrare 23.163 nuovi casi, con una riduzione del 27,9% sul periodo precedente. La media dei positivi giornalieri scende da 4.588 a 3.309: un dato importantissimo perché finalmente si riporta al disotto della soglia (4.311) che permette una piena ripresa delle attività di tracciamento, le uniche che ci permettono di controllare l’epidemia invece di inseguirla. Non accadeva dall’inizio di ottobre 2020, quando però eravamo nel pieno di una fase espansiva e i casi stavano salendo rapidamente a comporre la seconda ondata: in termini più semplici, a inizio ottobre stavano per perdere il controllo, mentre adesso lo abbiamo ripreso

Nell’ultimo periodo in calo anche i nuovi ingressi in terapia intensiva: 258 contro i 436 della settimana precedente (-40%). Sempre a livello nazionale ottime notizie anche dai ricoverati in terapia intensiva: 1.033 nel periodo considerato, con una diminuzione di 349 unità sulla settimana precedente. Stessa cosa si rileva coi pazienti ricoverati con sintomi: da 8.950 a 6.482. Ne consegue che la percentuale di occupazione dei posti letto è attualmente al 12% nelle Terapie Intensive e all’11% nelle Aree Covid. Le infezioni in corso sono 233.674 (-15,5%). La percentuale di positività sui tamponi è scesa all’1,6% (media settimanale). Scende anche l’Rt nazionale, ora a 0.72.

Lombardia

In Lombardia si riscontra una situazione analoga con un calo dei nuovi casi del 26,9% (da 5.172 a 3.781 (540 al giorno, anche in questo caso sotto al livello che permette il tracciamento). Sono 32.195 i lombardi attualmente positivi, su un totale di 835.117 da inizio pandemia. Diminuiscono i ricoveri in terapia intensiva, da 284 a 234 e quelli dei ricoverati con sintomi: da 1.473 a 1.051. I decessi sono stati 133 (+15 rispetto al periodo precedente).

Come nota negativa, dobbiamo purtroppo segnalare una ulteriore riduzione dei test effettuati: 1.506.288 nell’ultima settimana epidemiologica, di cui solo 86.977 effettuati nella giornata di lunedì 31. La riduzione è dell’8,4% sul periodo precedente, ma soprattutto del 26% rispetto ai massimi raggiunto a metà aprile. Fare pochi test non solo impedisce da tracciare correttamente il contagio sul territorio, ma rende anche più difficile il sequenziamento del materiale virale: operazione possibile solo con i test molecolari e che permette l’individuazione delle varianti (vecchie e nuove) in circolazione.

Il calo della curva dei contagi si può apprezzare anche osservando i dati relativi al periodo mobile di 30 giorni chiuso il 26 maggio e rilevato dall’Iss nell’ambito della Sorveglianza integrata Covid-19 i nuovi casi a livello nazionale sono stati 205.825 con 4.341 decessi, dati che confermano una importante riduzione in atto della fase epidemica. Solo una settimana fa, relativamente al periodo mobile di 30 giorni chiuso il 20 maggio, erano state registrate 254.555 nuove infezioni con 5.385 decessi. Il calo dei due valori è stato rispettivamente del 19,1% per i contagi e del 19,3% per i decessi. I casi tra gli operatori sanitari sono stati 1.590, pari allo 0,77%, e confermano l’efficacia della copertura vaccinale. L’età mediana dei nuovi positivi resta ferma a 40 anni, mentre la ripartizione dei casi vede la prevalenza dei soggetti di sesso femminile (50,6% contro 49,4%) e si riporta vicina ai valori calcolati da inizio epidemia (51,1% donne, 48,9% uomini). Ricordiamo in proposito che la ripartizione per sesso segue un preciso andamento correlato alle fasi epidemiche: all’inizio dei periodi di espansione prevalgono i contagi tra gli uomini, per poi riequilibrarsi e invertire la distribuzione quando l’epidemia si stabilizza e si riduce.

Le fasce d’età

Per quanto riguarda la distribuzione dei casi per fascia di età, le vaccinazioni stanno spostando sempre più le nuove infezioni a carico della popolazione con un livello di protezione ancora ridotto: il 22,6% dei positivi, negli ultimi 30 giorni, è stato indentificato tra 0 e 18 anni (era il 19,6% nei 30 giorni mobili chiusi il 5 maggio); il 44,6% tra 19 e 50 anni (era il 43% al 5 maggio); il 24,1% tra 51 e 70 anni (da 26,1%) e solo l’8,5% tra gli over 70 contro l’11% rilevato il 5 maggio. Le infezioni asintomatiche si confermano al di sopra del 50% nelle fasce di età comprese tra 0 e 39 anni e al di sopra degli 80 (evidente qui l’effetto dei vaccini), con una prevalenza delle infezioni sintomatiche tra i 40 e i 79 anni. Nel complesso quindi buone notizie, anche se la copertura vaccinale, ora al 58% considerando le due dosi, dovrà essere completata il più rapidamente possibile, in tutte le fasce di età, per avere una reale protezione di tutta la popolazione inclusa quella non vaccinata.

Le  varianti

Gli ultimi dati dell’Iss sulla circolazione delle varianti, relativi al 19 maggio, ci dicono come la variante inglese sia ancora predominante (73%) e sempre con la capacità di diffondersi molto rapidamente, seguita dalla variante brasiliana (6,0%). Residuali le quota della variante indiana, sudafricana e nigeriana (1%). Il dato più interessante che emerge dall’ultima indagine dell’Iss è relativo al peso delle “altre” varianti, ovvero di quelle che non rientrano nelle 7 attualmente monitorate: peso che è arrivato al 18,9% del totale. In termini semplici, quasi 2 varianti su 10 rilevate erano “diverse” da quelle che teniamo sotto controllo. Un numero tutt’altro che trascurabile e che ci fa capire come, lasciando circolare con efficacia il Sars-CoV-2, il rischio dello sviluppo di nuove varianti sia molto concreto.

La variante indiana: il caso Gran Bretagna. Quando la quota di vaccinati è lontana dalla soglia dell’immunità di gregge, e quando buona parte dei vaccinati ha solo una protezione parziale (dose singola), il virus mantiene spazi di circolazione importanti e, in assenza di misure di protezione individuale e di contenimento a livello generale, le sfrutta in modo puntuale. Non per una particolare abilità o intelligenza, cosa di cui è totalmente privo, ma per la semplice e inevitabile manifestazione delle leggi che ne regolano la diffusione (ben note, anche se talvolta fa comodo dimenticarle).

Ne stiamo vedendo un esempio pratico nel Regno Unito, di solito citato in modo positivo quando si tratta di elogiarne i successi della campagna vaccinale, ma che ora va osservato con occhio critico, poiché inizia a preoccupare seriamente la situazione, in quanto la” variante indiana bis” sta diventando la minaccia più seria verso il ritorno alla normalità. Già perché la nuova mutazione del coronavirus può resistere alla vaccinazione.

Nonostante la rapidissima campagna vaccinale (peraltro in gran parte condotta in parallelo con un lockdown e non con riaperture come accade in Italia) l’indice Rt è ora di nuovo sopra l’1 e i nuovi casi stanno rapidamente risalendo, segnando, nella settimana 23-29 maggio, +18,9% sulla precedente (21.469 positivi contro 17.410). Preoccupa soprattutto la tendenza degli ultimi giorni, con le infezioni quotidiane che oscillano in area 3-4.000, livello che non si registrava da fine marzo. Questo in un Paese dove il 74,2% della popolazione è già stato vaccinato con una singola dose, valore che scende al 47,3% considerando la doppia dose.

Ricordiamo, per un confronto immediato, che in Italia la protezione con singola dose copre il 38% della popolazione e che solo il 20% ha ottenuto anche la seconda.

La preoccupazione nel Regno Unito è quindi legata, oltre alla crescente diffusione della variante indiana, al fatto che una singola dose di vaccino, che dopo 15 giorni fornisce una protezione intorno al 50% contro la variante inglese, sembra non superare il 33% contro quella indiana. Come detto più volte in questi lunghi mesi, il Sars-CoV-2 circola dove trova spazio per farlo: come è logico che sia nella popolazione non vaccinata, ma anche in quella protetta solo parzialmente con dose singola. Con il rischio ulteriore, in questo secondo caso, di selezionare i virus “sopravvissuti” al contatto con gli anticorpi che non sono riusciti a eliminarli e quindi potenzialmente in grado di far emergere varianti in grado di resistere alla risposta immunitaria.

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