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Lo sguardo di beppe

Dietro le migrazioni c’è la povertà: non serve commiserazione, ma misure per sconfiggerla

È necessario che ognuno di noi, con l’onestà di base di cui ogni essere umano è dotato, si sforzi di applicare il concetto di giustizia. La commiserazione alla quale non seguono azioni e soluzioni concrete equivale al disprezzo.

Ci sono tanti tipi di povertà che affliggono alcune fasce dell’umanità. Povertà non è solo mancanza di cibo, di medicinali, ma è soprattutto assenza di lavoro e di istruzione, perché questi sono gli strumenti principali sui quali si fonda l’emancipazione di un popolo.

Periodicamente le voci dei grandi politici, dei cosiddetti statisti, si alzano per annunciare con toni aulici che è arrivato il tempo di sradicare dal pianeta malattie e povertà. Ma se andiamo oltre le roboanti parole ricche di pathos e di toni gravi e quasi commossi, notiamo il periodico ricorrere di affermazioni alle quali difficilmente qualche concreta operazione fa seguito. Il suono di tutte le promesse coniugate al futuro si perde nell’etere come una nota che all’origine risuona forte per poi spegnersi lentamente a mano a mano che si allontana dal punto nel quale ha avuto origine.

Detto con parole meno indulgenti alla romantica visione del fatto, tutto l’entusiasmo di cui si da visione nel decantare l’importanza di redimere il mondo dalla povertà e dalle guerre, cade nel dimenticatoio fino alla successiva riesumazione del cadavere ormai da secoli sepolto e decomposto del tema guerra e povertà. Queste parole sono spesso legate indissolubilmente nel creare disastri, fame e peregrinazioni di masse in cerca di un posto sicuro dove poter progettare, anche con fatica, un futuro senza bombe e senza la ricerca di alimenti e di oggetti utili nelle discariche che il capitalismo più conservatore fa crescere come montagne nelle squallide ed invivibili periferie di moltissime città sparse sul globo.

E spesso, questa sconvolgente realtà è più vicina a noi di quanto si possa immaginare. Mi è capitato più di una volta di percorrere una strada che dall’aeroporto conduce a Sofia e di vedere, con occhio triste, chilometri di discariche e di baracche abitate da gente che da quelle montagne di rifiuti ricava cibo e malanni, spesso incurabili. E, ahimè, molti di loro sono bambini. Documentari su questi fenomeni tristissimi vengono ammanniti spesso dalle reti televisive nazionali e private, ma dovremmo renderci conto che non si tratta di scoop bensì di fotografie di realtà che non vorremmo esistessero e che invece, nonostante anni di discorsi e di promesse di intervento anche sui governi di queste aree, tutto resta una vuota parola, affidata alla caducità del suono.

Sì, qualcosa è stato fatto, quel minimo indispensabile a tacitare le coscienze dei grandi e dei governanti di tutto il mondo; ma le realtà che si vedono attraversando numerosi punti della terra lasciano sgomenti e pieni di interrogativi. Né bastano gli aiuti sporadici che sembrano pulire la coscienza delle grandi e ricche nazioni dove la povertà è presente ancora, ma in condizioni e numeri ben diversi. Bacchette magiche non ne ce ne sono né io sono un mago in grado di far miracoli. Se potessi, li farei, ma sono un povero mortale che vede non lontana la linea dell’arrivo. Spesso, le risorse destinate alla povera gente finiscono in mano a dittatori privi di umanità e di scrupoli che rimpinguano i loro conti nelle banche di paesi compiacenti. E allora, la via deve essere un’altra. Aiutiamo i paesi poveri a sviluppare le loro industrie e la loro agricoltura che costituiscono la base dello sviluppo e che daranno lavoro e dignità a coloro che vi lavoreranno.

La mentalità dell’aiuto economico sporadico, assimilabile all’elemosina, non è mai stata risolutiva né educativa e non ha mai permesso ai paesi sottosviluppati o in via di sviluppo di uscire dalla situazione di disagio nella quale si trovano. Lo vediamo anche ora, qui da noi, nella civilissima Italia. Il reddito di cittadinanza, del quale nessuno più parla, non ha prodotto che un risultato minimale, se lo paragoniamo alla grandezza dell’investimento, ed ha permesso a numerose organizzazioni delinquenziali di infiltrarsi nel meccanismo per godere dei frutti di questo strumento. E che dire dei Tutors? Credo sia necessario il ricorso alla trasmissione “chi l’ha visto” per reperirne alcuni e per indagare sul loro operato.

È il concetto di dignità che va rivisto, comprendendo che la dignità non la si da ad una persona con la mano tesa buttandovi qualche moneta, bensì, mettendola in condizione di poter provvedere a sé stessa con un lavoro dignitoso e giustamente retribuito. Anche da noi esistono ancora sacche di sfruttamento da eliminare. Mi son sempre chiesto dove sia la vigilanza del sindacato, e non mi importa il colore delle bandiere che sventola, quando si tratta di individuare e di denunciare queste situazioni aberranti. E non basta nemmeno la delega totale ai differenti governi a risolvere i gravi problemi che questo argomento comporta. È necessario che ognuno di noi, con l’onestà di base di cui ogni essere umano è dotato, si sforzi di applicare il concetto di giustizia. La commiserazione alla quale non seguono azioni e soluzioni concrete equivale al disprezzo.

Le mie poche righe non avranno certo la capacità di stimolare le persone deputate alla soluzione di questi problemi a rimboccarsi le maniche per porre rimedio a situazioni insostenibili che costituiscono la vergogna di un mondo civile e supertecnologico. Ma se la soluzione non si fonderà sui concetti di onestà, di giustizia ed equità nel riconoscimento del disagio creato dalla povertà, cercando di rimuoverne le cause, si continuerà a parlare di questa piaga senza che la si curi. E questo modo di operare porterà con sé sempre maggiori infezioni, tensioni e peregrinazioni di masse enormi di persone in cerca di quel diritto ad una vita dignitosa che è loro negato.

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