L'intervista
|“Io, Battiato e Bergamo”: i ricordi del tastierista Titta Colleoni
Il Maestro rimase negli anni legato alla nostra città, per lavoro e amicizia. Quella con il tastierista e compositore orobico classe 1947: un concentrato di storie e aneddoti sul grande cantautore appena scomparso
Novembre 1973. Un gruppo di musicisti viaggiava in direzione Casatenovo, Lecco. La meta era il teatro comunale dove si sarebbero esibiti la sera stessa. Sulla strada videro un uomo che sta facendo l’autostop. Non passò inosservato agli occhi dei musicisti erranti, forse anche grazie al bagaglio che portava con sé: una custodia di violino. Riconoscendo nell’estraneo un proprio simile, i giovani si fermarono e lo fecero salire a bordo.
Chi racconta la storia, avvenuta più di cinquant’anni fa, ancora non si spiega come questo sia potuto accadere. Il violinista era un polacco che non parlava mezza parola di italiano. Lui e i musicisti generosi non si erano mai visti prima e tanto meno avevamo mai fatto una prova insieme. Ma quella sera lo straniero diventò membro effettivo della band e insieme fecero magie su quel palco.
Questo basterebbe alla storia per essere speciale, se non fosse per un altro elemento che la rende straordinaria. Il ragazzo che accolse il violinista in macchina era un giovane Franco Battiato, quello che vivrà per sempre nei capolavori di quegli anni, come “Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries”.
Una storia artistica straordinaria per un artista unico. Franco Battiato, scomparso martedì 18 maggio, è stato un umile studioso della bellezza. “Lui era così – racconta Richard Milella, bergamasco presente quella sera a Casatenovo – faceva suonare chiunque ritenesse avere qualcosa di speciale”. “Da quella sera quasi si convinse di aver bisogno anche di un violinista nel gruppo”, continua Milella che, cinque anni più tardi, riuscì a portare Battiato a Bergamo, all’auditorium di Piazza Libertà, per un concerto con piano solo a cui assistettero cento persone.
Una foto storica al teatro comunale di Casatenovo: tra i presenti Battiato, Milella e ColleoniBattiato rimase negli anni legato alla città di Bergamo, per lavoro e per amicizia. Anzi, una grandissima amicizia. Titta Colleoni, tastierista e compositore bergamasco – anche lui presente all’esibizione nel lecchese – è un concentrato di storie preziose più dell’oro zecchino. Tra l’esperienza con i PerDio, le tournée con Lucio Dalla, le collaborazioni con PFM, Area e Edoardo Bennato ci si potrebbero scrivere libri interi. Con Battiato, oltre alla stima professionale reciproca, nacque un sincero rapporto di fratellanza. “Ci univa l’amore per il canto gregoriano e altre musiche sacre – racconta Titta – pur non andando mai a messa”.
Titta, si ricorda il primo incontro con il Maestro?
Certamente. Il nostro primo incontro risale al 1971, poco dopo l’uscita di “Fetus”. Insieme a Richard Milella, andammo alla sede di Bla Bla, etichetta discografia, fondata da Pino Massara, che aveva sede nella galleria del Corso a Milano. Fu proprio Massari a convocare i PerDio, la mia band di allora. Lì incontrai per la prima volta Franco Battiato, ma la nostra amicizia nacque in un’altra occasione.
Quale?
Quando mi capitò di esibirmi con i PerDio all’Auditorium di Bergamo. Proprio mentre stavamo suonando, Franco entrò in sala con addosso un tabarro nero (lungo mantello ndr), salì sul palco e si mise a suonare con noi. E poi, davanti alla consueta pizza post concerto, iniziammo a parlare.
Vi capitava di sperimentare musica insieme?
Si, quando ci trovavamo nelle mie zone, tra Suisio e Bottanuco, andavamo a casa mia, o lungo il fiume Adda a registrare i suoni della natura e sperimentare nuova musica. In effetti ogni concerto con lui era una sperimentazione. Ricordo la tournée in Sicilia che feci insieme a lui dopo l’uscita di “sulle corde di Aries”. Conobbi un Battiato autodidatta, che poi non smise mai di studiare e perfezionarsi.
Ha un aneddoto del Battiato amico da raccontare?
Quando nacque la mia secondo figlia, Franco venne a casa a trovarci. Appena arrivato si scusò di essere venuto a mani vuote. “Avevo portato un regalo per la bambina, ma l’ho scordato sul tettuccio della macchina e l’ho perso in corsa”. Non dimenticherò mai la volta in cui mi portò alla Scala a conoscere Karlheinz Stockhausen, uno dei compositori più all’avanguardia del XX secolo, secondo cui anche il rumore è musica. E poi c’è la vicenda di Londra e del sintetizzatore BCS3
Cioè?
Avevamo bisogno di quel sintetizzatore, ma non potevamo permettercelo. Il prezzo di importazione in Italia era 2 milioni di lire, mentre a Londra costa 180 sterline. Allora pensammo di andare a Londra con due organetti per bambini da ventimila lire l’uno e di tornare con i sintetizzatori. E ci riuscimmo! In dogana scrissero che portavamo con noi due strumenti musicali. E con due, ma diversi, tornammo a casa.
Qual è la canzone di Battiato a cui sente più legato?
“Da Oriente ad Occidente”, di “Sulle corde di Aries”, per il testo, per il periodo che per me rappresenta e per la musica. È tutta improvvisazione su progressioni unitonali. Ma poi mi emoziono con “Gli Uccelli”, “La cura” e tante altre. Tutti capolavori.
Secondo lei, qual è stato il contributo più grande del Maestro per la musica?
Non ha mai dato importanza alla classificazione. Non badava alle categorizzazioni in generi musicali. Amava mischiare e lo ha fatto fino alla fine, dal rock, al beat, alla psichedelia, alla musica indiana. Ha sdoganato l’idea del genere riuscendo a creare sempre qualcosa di nuovo.


