Premio Anna Francesca Trevisan, studentessa dei Salesiani vince nella sezione Giovani - BergamoNews
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Centro Salesiano DON BOSCO

Il riconoscimento

Premio Anna Francesca Trevisan, studentessa dei Salesiani vince nella sezione Giovani

Si tratta di Valentina Comotti, studentessa di seconda liceo classico del Centro Salesiano "Don Bosco" di Treviglio

Oggi pubblichiamo il racconto di Valentina Comotti, studentessa di seconda liceo classico del Centro Salesiano don Bosco, che ha vinto la prima edizione del Concorso Letterario “Premio Anna Francesca Trevisan” nella sezione “Giovani”, riservata agli studenti della Scuola Secondaria di Secondo Grado.

L’iniziativa era destinata a studenti frequentanti le scuole secondarie di primo e secondo grado e si poneva come finalità quella di stimolare nei giovani autori il desiderio di partecipare da protagonisti alla vita comunitaria, per vivere una vita dal “peso specifico” elevato, proprio come quella della piccola Anna Francesca.
Ecco il racconto di Valentina.

Dovevo far attenzione a non sporcare l’abito che mia madre mi aveva appena regalato. Chiusi gli occhi, inspirai profondamente, l’aria mi scivolò dentro facendomi piacevolmente rabbrividire. La pioggia incessante dei giorni precedenti aveva lasciato sulla distesa verde grandi specchi d’acqua in cui si riflettevano le ultime nubi in fuga dal cielo. I raggi del sole filtravano tra i rami spezzati dai fulmini e li indoravano. Infilai le galosce e la mantella sulle spalle, scesi a due a due i gradini della veranda e presi a correre per tutto il giardino, avendo cura di proteggere dagli schizzi di fango il vestito nuovo. Ogni cosa sembrava stesse riprendendo vita e l’erba si colorava di incantevoli sfumature. Il mio sguardo fu attirato istintivamente da un vecchio ulivo che la tempesta aveva lasciato indenne. Sotto la sua enorme chioma erano comparsi tanti piccoli batuffoli bianchi che tremavano al soffio leggero della brezza. Mi avvicinai adagio, temendo che ogni alito di vento potesse farli scappare. Quando fui vicina, mi accorsi che altro non erano che quei fiori bizzarri che inseguivo per ore durante i pomeriggi dell’infanzia. Erano molte primavere che non vedevo denti di leone. Mi chinai su uno di essi e lo fissai a lungo.
– Quanti ricordi, udii dietro di me. La mano calda di mia madre si posò sulla spalla e la sua voce dolce e pacata riprese a parlarmi.
– Guarda, Alba. Colse uno di quei fiori e lo portò alle mie labbra.
– Soffia con delicatezza e osserva come si disperdono nell’aria i suoi semi. All’inizio paiono non volersi staccare dal ricettacolo, poi pian piano se vanno via, trascinati dal vento. Coraggio, prova!
Me lo porse, avvolsi lo stelo tra le dita, con l’altra mano cercai di ripararlo, così da non dissiparlo prima del tempo. Lo guardai per pochi attimi e poi presi a soffiare. Pffffff…. Sorrisi a mia madre, d’incanto tutto sembrò come allora, lei con il suo vestito blu della festa e il cappellino sfizioso che papà aveva barattato con la sua pipa all’emporio della Signora Bernard prima di partire, io che rincorrevo con il retino i soffioni, cercando invano di intrappolarli, e Paul seduto sotto il grande ulivo a leggere di nascosto le ultime notizie dal fronte e a meditare sul futuro dell’umanità. Ora però eravamo solo lei ed io a rivivere quel magico istante.
I semi volteggiavano nell’aria, come se stessero danzando al ritmo di una lenta melodia. Seguii con lo sguardo quelle minuscole stelline bianche, finché scomparvero chissà dove nella luce del sole.
– Mamma, dove stanno andando? le chiesi, mentre ci alzavamo entrambe da terra.
– Lassù, mi rispose, indicando un punto nel vuoto.
Non scorgevo nulla oltre la chioma del grande ulivo, i suoi rami coprivano il cielo e proiettavano lunghe ombre sul terreno. Non ero più una bambina ma conservavo intatti lo stupore e l’ingenuità di quegli anni e mi incuriosiva ancora il destino di quei candidi ombrellini, avrei voluto riafferrarli e riportarli nella mia mano. Ci sedemmo di nuovo l’una accanto all’altra, non vedevo l’ora di riascoltare la storia di quei fiori.
– Quei semi – continuò con tono sommesso – compiono un viaggio molto lungo ma nessuno di essi andrà perduto. Sorvoleranno il mare e supereranno le cime più alte, incontreranno la pioggia e la tormenta ma nulla li fermerà, e quel minuscolo paracadute bianco li proteggerà, finché cadranno su un prato verde come questo e daranno vita ad un nuovo fiore, ancora più bello. E il vento non è loro nemico perché li aiuta a trovare una terra fertile.
Non riuscivo a staccare gli occhi dalle labbra di mia madre, ogni parola che usciva dalla sua bocca entrava dritta nel mio cuore. Come il palloncino che sfugge dalla mano di un bambino lascia quest’ultimo con il naso all’insù, così il mistero di quei semi mi aveva rapita. Si sarebbero veramente salvati tutti quanti? Capii ben presto che non si trattava di una semplice lezione di botanica… Quel pomeriggio tutto sembrava speciale.
Ci incamminammo in silenzio verso la veranda. Squillò il telefono e rimasi sola. Ne avrei approfittato per riprendere in mano il mio racconto, erano ormai tre settimane che non usciva una pagina da quella macchina da scrivere e il signor Leroy, l’editore del giornale del paese, era su tutte le furie. Battevo ritmicamente i martelletti sul nastro inchiostrato senza riuscire a fissare sulla carta una sola idea. La mia storia era a un punto morto e la mia carriera di scrittrice non sarebbe mai decollata di quel passo! Sentivo che i miei amati personaggi mi stavano abbandonando, annoiati dalla mia indolenza. Mi sedetti allora sull’altalena, lasciandomi cullare dal cigolio del seggiolino. Una trottola di parole prese in quel momento a girare nella mia testa: DISTACCO, DESTINO, VUOTO… Dei semplici denti di leone avevano evocato alla mia memoria concetti complessi e ricordi rimossi. Che nesso c’era fra di loro? Chiusi gli occhi e lasciai che la mia mente ricomponesse liberamente il puzzle. DOLORE! Ecco la parola che mancava, quella che univa le altre! Era il dolore che avevo letto negli occhi di mia madre quando Paul SI ERA STACCATO da noi per seguire il suo DESTINO, lasciandoci dentro un enorme VUOTO! Fui travolta da uno di quei fulmini che si erano abbattuti sulla casa la notte prima. Perché se n’era andato? Chi si era preso cura di lui? Mi alzai di scatto, ero pallida e tremante, le ginocchia mi cedevano sotto il peso dell’emozione. Troppo a lungo avevo rimosso l’immagine delle ultime ore insieme, l’avevo cancellata dal giorno in cui avevo visto mia madre vestita di nero, lei che indossava sempre abiti blu come i suoi occhi. La sua partenza aveva straziato il mio cuore e la mia mente aveva spezzato ogni legame con lui. Alzai lentamente lo sguardo davanti a me e li vidi, lì in mezzo al prato, loro due che si stringevano forte, c’ero anch’io aggrappata alle loro gambe, così piccola da non riuscire a cingerle. Paul se n’era andato, spinto da quel vento che disperde i soffioni, per unirsi alla Resistenza e riportare a casa nostro padre. Era partito a mani nude ma il suo zaino logoro era pieno dell’arma più potente che allora un uomo potesse avere: il coraggio, lo sprezzo del pericolo, la voglia di sfidare il mondo intero e un’insaziabile sete di giustizia. Sapeva esattamente cosa l’attendeva ma doveva riempire il suo tempo, dare un senso al suo esistere. Per molti anni, ad ogni alba e ad ogni tramonto, fissammo la staccionata, sperando di scorgere le loro figure.
Quando si affacciò alla veranda, mia madre mi trovò immobile, con lo sguardo dritto nel vuoto e il volto solcato dalle lacrime. Intuì la ragione di quella malinconia e riprese il discorso dal punto in cui il telefono l’aveva interrotta:
– Ogni essere umano, figlia mia, deve navigare in mare aperto prima di trovare la giusta rotta della propria vita. Per questo Paul se n’é andato. Non poteva continuare a nascondersi e fuggire così da sè stesso. Non avrebbe sopportato la tempesta dentro di sé, il rimpianto per non aver seguito la sua anima. Ora vai anche tu, Alba! Lo vedi il mare laggiù? Solo se saprai allontanarti dalla riva, riuscirai a scoprire nuove coste. Alza la vela e non farti mai intimorire dalle onde dell’oceano, cavalcale e punta dritto al faro quando ti sentirai in balia di esse, nulla di te andrà perduto, il vento sospinge i semi buoni nella buona terra.
Prese le mie mani e le posò sulle sue guance fredde, voleva sentire il loro calore.
– Usa legno molto duro per la tua barca – continuò – ma non farla troppo grande, in modo da poterla governare con facilità nel mare in burrasca. Carica su di essa solo l’indispensabile per il tuo viaggio, troppo peso rischierà di farla affondare. Il tuo passato sarà la tua bussola, orienterà nella giusta direzione il tuo futuro. Fa’ tesoro di ogni istante della tua vita. Vivila, respirala, stringi forte nel pugno ogni momento che ti regalerà, bello o brutto che sia. Assapora lentamente le gioie e non rincrescerti per i dolori che ti riserverà, da essi trarrai il viatico per i giorni a venire.
Staccai dal suo viso le mie dita, ebbi paura. Perché voleva che me ne andassi anch’io?
– Prendi il largo, Alba, ora che il mare è calmo e nell’aria è svanito per sempre l’odore di zolfo.
– Ogni nave deve avere un buon capitano e tu, mamma, sarai per sempre il mio.
– Figlia mia, sarei egoista se ti costringessi a partire gravata da questo peso – mi disse indicando sè stessa. Io ho già raggiunto la meta del mio viaggio. Ho visto foreste dagli alberi altissimi, radure vestite di fiori profumati, mari azzurri e profondissimi, ho amato una persona speciale, a due ho dato la mia vita. La guerra ha prosciugato le mie lacrime. Ora sono molto stanca, voglio riposare, lasciami qui ad aspettare che Paul e tuo padre mi vengano a prendere.
Non mi arresi al suo rifiuto. Corsi in camera da letto, rovistai sul fondo dell’armadio e trovai una vecchia valigia. Vi infilai dentro appena il necessario per tutte e due, comprese le mie inseparabili galosce. Mi ripresentai sulla veranda, lei mi sorrise, alzò il capo verso il cielo e annuì, chiudendo gli occhi. Non v’è intesa più grande di quella di due sguardi che si parlano in silenzio. Aprì le sue braccia e mi lasciai avvolgere dal suo amore immenso.
All’alba ci incamminammo verso il porto. Da lì ci saremmo imbarcate per raggiungere a New York una lontana cugina che ci avrebbe ospitate in attesa di ricominciare insieme. Era giunto il tempo per entrambe di riprendere la rotta, io ero assetata di vita e lei una donna ancora piena di risorse.
– Troveremo quello che ci serve al momento giusto, basterà solo guardarci intorno, mi disse prima di lasciare dietro di noi la porta di casa. Ero talmente entusiasta che non mi accorsi che in realtà non la chiuse affatto. Ero felice di imbarcarmi con il mio capitano, avrei superato ogni tempesta con lei al mio fianco. Ma non fu così…
Al porto ci separammo per qualche minuto prima dell’imbarco, mi disse per regolarizzare i documenti, io la precedetti sul ponte di passeggiata e, come convenuto, attesi lì il suo arrivo. Attesi, attesi e attesi ancora… Al tramonto mi ritirai in cabina e iniziai a disfare il mio bagaglio. Non ebbi neppure la forza di piangere, avevo capito tutto: ora toccava a me navigare sola in mare aperto. Avevo tutto ciò che mi serviva per affrontare l’ignoto, proprio come Paul: avevo la forza dei miei sogni, il coraggio e la determinazione, avevo la gentilezza e la generosità d’animo che ti fa amare dal prossimo, la speranza che rende saldo il cuore, e avevo anche il vento favorevole, la preghiera di mia madre che mi avrebbe accompagnata ovunque e per sempre.
Carissima ….
soffierò su questi fiori affinché il vento della vita arrivi fino a te e faccia approdare la tua barca su lidi di sole. Sii un capitano prudente e saggio ma non fermarti davanti a nuovi oceani, studia attentamente le carte e tentali, preferisci la rotta lunga e tranquilla a quella breve ma insidiosa. Nessuna tempesta sorprenderà la tua barca se saprai leggere in tempo i segni che il mare ti darà. Senti, figlia mia, il rumore delle onde che sbattono contro lo scafo? Accompagnano il ritmo del tuo cuore. Lascia che esso ti indichi il cammino da seguire. Rifletti sempre sul tuo passato, vivi intensamente il presente, costruisci giorno dopo giorno il tuo futuro.
Per sempre, Il tuo vice-capitano

Così ebbe inizio il mio viaggio. Un altro DISTACCO, lo stesso VUOTO e DOLORE. Ad unire me e quella donna così coraggiosa erano i denti di leone, quelli che ogni settimana metteva in una piccola scatola insieme alla sua lettera. Ero sicura di sentire il suo profumo ogni volta che ne soffiavo uno.
Per quindici lunghissimi anni ogni mercoledì mattina il postino mi consegnava la sua missiva. Gli avevo spiegato che doveva maneggiarla con cura perché conteneva qualcosa di molto prezioso e delicato. Nel frattempo avevo realizzato il mio sogno ed ero diventata una scrittrice discretamente famosa. Ormai viaggiavo in mare aperto, dopo tanta fatica: avevo ricevuto molte porte in faccia, anche da colui che avevo creduto l’amore della mia vita, e la mia strada era giunta spesso ad un bivio. Ma ero al timone della mia barca e avevo imparato a lasciarla guidare dal vento, dalla brezza e dalla tramontana, come lei mi aveva insegnato durante quella “lezione di botanica”. Avevo issato le vele al vento della speranza.
Ora sono qua, seduta di nuovo sull’altalena della veranda, sto aspettando che finiscano di sgomberare la casa. Dentro il tempo si è fermato. Sul tavolo ho preso la lettera che avrebbe spedito domani. Farò parlare di lei il mondo, dirò di come un amore semplice e immenso sia l’unica certezza nel mare della vita e oltre l’orizzonte. Cade l’ultima lacrima, le mie guance sono gelide come le sue. Una folata di vento libera nell’aria migliaia di ombrellini bianchi.

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