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Covid, dati in ribasso un po' ovunque ma Bergamo è in controtendenza: +5,5% di nuovi casi - BergamoNews
Report 20-26 aprile

Covid, dati in ribasso un po’ ovunque ma Bergamo è in controtendenza: +5,5% di nuovi casi

Tutte le altre province lombarde hanno dati in contrazione o invariati rispetto alla scorsa settimana: ma a livello di ricoveri e decessi anche la nostra provincia registra numeri in discesa.

Si è chiusa ieri la nostra settimana epidemiologica, relativa al periodo 20-26 aprile, con un moderato calo del numero di nuovi casi a livello nazionale. Prima di vedere nel dettaglio tutti i dati, osserviamo come la provincia di Bergamo abbia invece riscontrato un aumento dei contagi: da 1.130 a 1.192. Sebbene si tratti di un leggero incremento (+5,5%), risulta essere anomalo: tutte le altre provincie lombarde, infatti, sono in calo o invariate (Cremona, Lodi, Pavia). Il dato in risalita delle persone in isolamento conferma questa tendenza. Va meglio per quanto riguarda i ricoveri in Area Covid (- 103) e per quelli in Terapia Intensiva (-15). Scende anche il numero dei decessi settimanali: da 31 a 21.

Continua il calo complessivo in Lombardia

In Lombardia, la Regione più colpita da inizio epidemia, i nuovi casi sono stati 13.730: il calo sulla settimana precedente è del 6,3% mentre la media giornaliera dei positivi individuati scende da 2.093 a 1.961. Più consistente (-38,2%) il calo dei nuovi ingressi in terapia intensiva. Meno evidente, ma comunque in calo del 15%, sono i ricoveri in T.I., che ora sono 601. Considerando l’incidenza dei nuovi casi per 100.000 abitanti, il dato attuale per la Lombardia è di 140. L’Rt a 0,90 e il tasso di positività al 5%.

La situazione in Italia

A livello nazionale, i nuovi casi sono stati 92.322 con una riduzione del 7,2% sulla settimana precedente. La media dei nuovi casi giornalieri scenda da 14.209 a 13.189, ma resta tre volte oltre il limite dei 4.311 positivi quotidiani che permetterebbe di riprendere le attività di contact tracing, e quindi di controllare l’effettiva diffusione del virus, interrompendone le catene di trasmissione e isolandone tempestivamente i focolai. In calo anche il numero dei nuovi ingressi in terapia intensiva: 1.053,  con un -21% sulla settimana precedente. I pazienti ricoverati in T.I. sono 2.849, in calo dal precedente rilevamento quando erano 3.244. Scendono i decessi settimanali da 2.631 a 2.296, portando il totale ufficiale a quasi 120.000 (119.539).

Il trend delle terapie intensive

Una considerazione oggi su come i numeri, nel corso di un evento complesso come un’epidemia, non debbano essere sempre visti nello stesso modo, ma contestualizzati all’interno dello scenario complessivo in cui vengono generati. Osserviamo il calo delle terapie intensive, che è più lento di quanto accaduto in passato: non si tratta di un effetto di una forma più grave della malattia, ma paradossalmente delle conseguenze di un aspetto migliorativo rispetto alle ondate precedenti; gli anziani, e soprattutto i cosiddetti grandi anziani, iniziano a essere protetti dal vaccino in grande quantità (l’85% degli over 80 è già vaccinato con almeno una dose). Per questo motivo nelle terapie intensive si presentano soggetti con un’età media inferiore rispetto al passato, e con una maggiore resistenza fisica: i tempi di ricovero sono molto più lunghi, mentre con la popolazione più anziana nel giro di pochi giorni o il paziente reagiva in modo positivo, oppure il peggioramento era rapido e conduceva spesso alla morte. Per lo stesso motivo in quest’ultima fase stiamo osservando un numero di decessi, per quanto inaccettabile, inferiore a fasi analoghe del passato.

Le previsioni per l’estate

Il caldo frenerà la corsa del virus? Non è così scontato: l’unico punto fermo è che, in presenza di temperature calde, il droplet si diffonde con meno efficacia perché tende a “seccare” rapidamente. Detto questo, possiamo verificare cosa è successo lo scorso anno, quando il virus in circolazione (variante DG614) era leggermente diverso da quello attuale (variante del Kent). Nel maggio 2020, all’uscita dal lockdown e con una dinamica fortemente calante, abbiamo registrato una media di 888 casi giornalieri. La tendenza al ribasso si è confermata, rafforzandosi ulteriormente, anche nel mese di giugno: 7.559 nuovi casi, con una media di 251 giornalieri. Merito del caldo? Forse, ma più probabilmente dell’effetto trascinamento dei vantaggi ottenuti con il lockdown. E infatti, nel mese di luglio, nonostante il caldo estivo, il contagio si è stabilizzato: 6.959 nuovi casi, con una media giornaliera di 224. È però interessante notare come il dato complessivo del mese di luglio sia scomponibile in due parti: la prima metà del mese, caratterizzata da numeri in calo, e la seconda con una netta ripresa del contagio. Nel dettaglio le 4 settimane epidemiologiche complete rilevazioni hanno fatto segnare: 1.471 nuovi casi tra il 4 e il 10 luglio; 1.330 (-9,5%); 1.627 (+22,3%) e 1.949 (+19,7%). Veniamo al mese di agosto, caratterizzato ancora da clima molto caldo: la sequenza delle singole settimane epidemiologiche è stata: 2.221 nuovi casi (+13,9%); 3.059 (+37,7%); 4.265 (+39,4%); 6.071 (+42,3%). Per arrivare poi a 9.239 nuovi casi (+52,1%) nella settimana epidemiologica a cavallo tra fine agosto e inizio settembre: numeri che ci avevano indotto, proprio in quel periodo, a richiamare la necessità di interventi immediati per limitare una crescita potenzialmente esplosiva nel medio termine.

Cosa è accaduto dopo, tra settembre e ottobre, è nella memoria di tutti: era l’inizio della seconda ondata. Possiamo quindi affermare che l’epidemia non è esplosa per il calo delle temperature, ma perché nei due mesi precedenti l’abbiamo lasciata correre osservando i continui rialzi e facendo… nulla. In sintesi, non appena abbandonate le misure di sicurezza, in piena estate e già a partire da metà luglio, il Sars-CoV-2 ha ripreso tranquillamente a diffondersi con efficacia (ricordiamo che occorre più di un mese per avere una visione più realistica dei contagi). L’analisi retrospettiva dell’andamento epidemico nei mesi più caldi lascia quindi più di un dubbio sull’effettiva influenza del clima nel ridurre la curva del contagio. A tutto ciò possiamo aggiungere, a titolo di esempio, che il  Brasile e l’India, dove le temperature sono ora in media di 25 e 35 gradi rispettivamente, i nuovi casi sono in continuo rapido aumento.

Il caso India

A proposito di India, possiamo fare una considerazione relativa ai toni da apocalisse con cui vengono riportati i circa 340.000 contagi giornalieri che vi si registrano (per ottenere maggiore effetto si aggiunge spesso “un milione in tre giorni”). Numeri che effettivamente, visti con la nostra lente di ingrandimento (viviamo in un Paese con 60 milioni di abitanti) sono impressionanti. Se però li rapportiamo non alla nostra percezione di quell’ordine di grandezza, ma al numero di abitanti dell’India (1 miliardo 400 milioni) vediamo che i contagi giornalieri colpiscono lo 0,024% della popolazione residente. Riferiti all’Italia, con un pari peso percentuale, diventano 14.640. Un numero molto vicino a quello con cui, lungi dall’essere in clima da apocalisse, stiamo tranquillamente procedendo alla riapertura del Paese e al ripristino delle zone gialle.

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La campagna vaccinale

Alla sera del 26 aprile risultavano protette con almeno una dose 12.625.000 persone (il 21% della popolazione generale). Se a queste aggiungiamo i soggetti immunizzati per via naturale perché venuti a contatto con virus (ricordiamo le stime sono del 12-15% della popolazione) otteniamo un valore compreso tra il 33% e il 36%. Un dato sicuramente importante, ma che si ferma circa alla metà  di quelli stimati per Regno Unito, Stati Uniti e Israele, Paesi che hanno un livello di copertura (prima dose) oltre il 60%. In altri termini, la strada è ancora lunghissima e non possiamo pensare di percorrerla lasciando che siano “solo” i vaccini a modificare la situazione. La quota di popolazione esposta e suscettibile al contagio resta ancora molto elevata (circa il 70% degli italiani) e lasciare il virus libero di circolare con poche restrizioni ha due ricadute possibili: 1) Alimentare continuamente il bacino dell’infezione, e quindi rallentare il calo dei positivi, dei ricoverati e dei decessi. 2) Offrire al virus un terreno fertile per sviluppare, grazie alle mutazioni causate dai continui errori di replicazione, possibili nuove varianti in grado di adattarsi al vaccino ed eludere la risposta immunitaria. Per questo motivo, pur senza ricorrere a un nuovo lockdown, le prossime riaperture dovranno essere gestite con molta cautela, agendo parallelamente sulla popolazione per attuare un pieno rispetto delle regole di distanziamento, igiene e protezione individuale. In caso contrario una nuova fase di espansione, per quanto focalizzata all’interno di una popolazione più giovane e meno esposta a forme cliniche gravi, rischia di essere molto probabile.

A livello globale, alla data del 25 Aprile 2021, risultano somministrate 899.936.102 dosi di vaccino.

Salgono a 146.689.258 i casi confermati nel mondo dall’inizio della pandemia e a 3.102.410 i morti, di cui 572.000 negli Stati Uniti, 350.000 in Brasile, 190.000 in India.

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