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“Io, bimba vittima di abusi e maltrattamenti: la poesia mi ha insegnato il perdono”

L’artista bergamasca Ornella Mereghetti: “È stata la mia ancora di salvezza e continua ad esserlo. Con la poesia si ha la possibilità di trasformare un evento doloroso in qualcosa di diverso, in una seconda possibilità”

“Siamo destinati ad un viaggio – meraviglia. Non nasciamo per morire, ma per vivere infinite volte”. Così scrive Ornella Mereghetti, poetessa bergamasca, nella prefazione della sua ultima silloge poetica “Seme d’Infinito e Buio d’Abisso”, edita da Zephyro Edizioni. Ornella è un’artista difficile da classificare. È autrice di molte raccolte, ma la sua arte va oltre i confini delle pagine bianche e dell’inchiostro. Forse perché Ornella ha deciso di fare del suo “viaggio meraviglia” una grande poesia. Dolore, coraggio, amore: è difficile scindere la vita artistica da quella personale. Ornella è una donna segnata da un’infanzia difficile, in parte trascorsa in orfanotrofio, che ha trovato nella poesia e nella professione di infermiera, che ha “esercitato con amore per quasi quarantadue anni”, il riscatto da ogni dolore. È così che le pagine bianche sono diventate sono diventate per lei salvezza e perdono. In una delle poesie della silloge scrive, infatti, che “siamo nati per essere migliori”.

Quando è avvenuto il suo incontro con la poesia?

Avevo quindici anni e stavo in orfanotrofio. Ho avuto un’infanzia non facile. La mia è la storia di una bambina vittima di abusi e maltrattamenti che a undici anni è riuscita ad andare via di casa. Fu durante le scuole medie che iniziò il mio rapporto, mai finito, con le parole. Una vera passione.

Qual è il titolo di questa poesia?

Autunno. E la scrissi proprio guardando dalla finestra dell’orfanotrofio in cui stavo allora. Devo dire grazie alla mia insegnante di italiano che mi disse: “Ornella, tu hai un dono”, devi coltivarlo. E così ho fatto.

Quindi è cosa è per lei la poesia?

Salvezza. La poesia è stata la mia ancora di salvezza e continua ad esserlo. Con la poesia si ha la possibilità di trasformare un evento doloroso in qualcosa di diverso, in una seconda possibilità. Quando scrivo le parole su un foglio bianco, il dolore diventa più leggero, prende un’altra forma, che è quella della musica che c’è nei versi.

Leggendo la sua ultima raccolta “Seme d’infinito e buoi d’abisso”, un’altra parola emerge dai suoi versi: amore…

L’amore è il motore che fa andare avanti questo mondo. E con la parola amore non intendo solo quello romantico. Mi riferisco anche all’amore per la vita stessa, per la natura, per gli altri. Per me amore e poesia sono strettamente legate per questo motivo. Ma nella vita ci sono anche altre cose. Ho raccolte di poesie che parlano di malattia, quella che ho visto in quarantadue anni di lavoro come infermiera.

Come è nato il titolo della sua ultima raccolta?

Inizialmente il titolo non era quello che è adesso. L’idea di questa raccolta era di essere la continuazione di quella precedente “Ti bacio la notte”, la storia di una donna che attende l’amato, di un amore che non ha potuto essere tale. Da questa esperienza è nata l’ultima raccolta. Un rapporto finito male può anche distruggere e lasciare profonde cicatrici. Io ho deciso di salvare questo amore perché non rimanesse solo il brutto di ciò che è stato. Il passo successivo è stato affidare questo sentimento a Dio. Il titolo nasce proprio da questo. Tutti noi siamo seme d’infinito, perché siamo parte delle meraviglie del creato. Ma siamo anche buio d’abisso, abbiamo le nostre gallerie e zone buie che fanno parte della vita umana.

La raccolta è un percorso di scoperta interiore sempre più profondo: quanto è cambiata lei dal primo al verso conclusivo?

Ornella delle pagine inziali è una persona tormentata, dispiaciuta per la fine di un rapporto e di un equilibrio che si è rotto. Capisce che si deve allontanare dall’immaginario di bellezza nei confronti dell’altro, ma decide di non distruggerlo. Qualsiasi esperienza nella vita ci cambia e ci fa crescere, bella o brutta che sia. Alla fine, c’è una donna molto diversa, in pace, che sa di aver amato tanto e sa di essere capace di voler bene. Ed è questo il bello: se non si è capace di amare, anche in modo disinteressato, si è sterili. E in questo è venuto fuori anche l’amore nei confronti delle mie figlie. di mia madre, della natura.

Attraverso la poesia lei è riuscita a perdonare?

Assolutamente. È stato un processo che mi ha coinvolta totalmente sin dalla primissima raccolta “Cartoline dell’inferno e ricordi di infanzia”, pubblicata nel 2007. Fu un lavoro intenso, mi svegliavo alle quattro del mattino per scrivere perché poi dovevo andare al lavoro. A quel tempo, lavoravo come infermiera con pazienti affetti da disturbi psichici. Fu Suor Maria Teresa, che mi ha cresciuto in orfanotrofio, a convincermi a pubblicare le poesie. Non fu facile fargliele leggere anche perché in quei versi raccontavo della mia esperienza in istituto, che non è stata come vivere l’amore di una famiglia, per quanto lì fossi ben voluta e al sicuro. Avevo il timore di essere stata irrispettosa nei suoi confronti. Invece lei mi disse: “Ornella, in queste poesie c’è il perdono. Tu le devi pubblicare, perché proverai al mondo che sei stata in grado di perdonare tutto il male subito”.