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Cara ministra, come don Fausto chiedo che i malati di mente non siano trattati da carcerati - BergamoNews

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La lettera

Cara ministra, come don Fausto chiedo che i malati di mente non siano trattati da carcerati

In occasione della visita della Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, pubblichiamo la lettera di Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria che a Bergamo ha lavorato a fianco di don Fausto Resmini. 

In occasione della visita della Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, pubblichiamo la lettera aperta scritta da Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza, che ha vissuto in prima persona l’assistenza ai carcerati dagli Anni Settanta fino ai giorni nostri. In particolare a Bergamo dove ha lavorato a fianco di don Fausto Resmini. 

Ho letto sul giornale Bergamonews della sua venuta a Bergamo per l’intitolazione della Casa Circondariale a don Fausto, uomo e amico di grandi virtù umane e con profondo senso della giustizia e carità che elargiva, senza compassione e critica ma con rispetto del dolore verso chi subiva il reato.

Lo ritengo un atto di grande riconoscenza per un sacerdote amico degli ultimi, che dopo il suo lavoro, in questi termini ne parlava, in carcere andava a lavorare davanti alla stazione ferroviaria col suo camion pieno di tutto, dal cibo, ai vestiti, ai medicinali. Lì, ogni sera dell’anno sia col caldo sia col ghiaccio.

Se volevo parlargli di cose non pertinenti al mio ruolo di funzionario dell’amministrazione penitenziaria, mi riceveva dalle 23 alla partenza ultimo treno da Bergamo a Milano. Presenza, carità, ma anche critica, non benevolenza, da uomo giusto, da uomo di Dio.

Col “Don” (Fausto) ho lavorato molti anni quando ero direttore dell’UEPE di Brescia e Bergamo sede aggregata, amicizia che continuò successivamente negli anni.

Con don Fausto parlavamo molto anche dei terroristi e del loro sempre volersi ergere a testimoni delle loro azioni mentre condividevamo la virtù del silenzio, almeno come rispetto dei morti. La tematica relativa al terrorismo in quanto dagli Anni Ottanta mi occupai sia dei dissociati sia dei pentiti, sia uomini e donne, lavoro fatto d’intesa col presidente Zappa. Lavoro che portò al corso per Operatori Sanitari, da me presentato in Regione e attuato presso un istituto per anziani vicino al carcere, dove credo che alcuni di loro ancora lavorano.

Il corso nasce da incontri settimanali durato anni con i dissociati rielaborando il loro desiderio di riconciliazione di riparazione sociale. Da questo desiderio ritengo si sia dato avvio del concetto di pena utile.

Questo concetto l’ho ribadito a livello pubblico a un convegno su” Terrorismo e Pacificazione possibile” organizzato dal giudice Armando  Spataro e Nando dalla Chiesa, relatori le vittime, Lenci e Tarantelli. Con i terroristi non condivisi il progetto di una conciliazione con le vittime in quanto mi parve solo un modo di esorcizzare le loro colpe. Pensiero questo confermatomi due anni fa quando mi invitarono ad un incontro, con le vittime del terrorismo (alcune sono magistrati): ebbi modo di costatare che il dolore dei parenti non si è marginato. So che qualcuno di loro proseguì e divenne espositore applaudito, fatto da me mai condiviso.

Questa condivisione era anche di magistrati, come Zappa e Minale, grandi e ineguali magistrati cattolici o sacerdoti come Padre Berizzi e Brunetta, che affermavano che il pentimento e la redenzione è un fatto personale che avviene nel chiuso della propria anima e della propria coscienza. Esternarlo potrebbe essere compiacimento.

Mi scusi se Le appaio duro, ma vivo questo da credente e mi sento di riaffermare quello che dissi al Convegno dell’86, ovvero appare giusto che loro vivano un lavoro normale, lontani dalle luci della cronaca, anche per far venir meno quella visione eroico-sacrificale che fu lo spinta psicologica dei loro atti criminosi.

Se questo ha rappresentato il passato un argomento che appare attuale con il quale parlammo l’ultima volta che ci siamo visti: i malati di mente in carcere.

La Legge che portò alla chiusura degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), considerati dei lager, si pensava portasse risvolti propositivi. Non fu così. Si trovò una soluzione, non condivisa ma che faceva dolore. Faceva dolore vedere che si era proceduto, tutto sommato, a riaffermare il carcere comunque e sempre.

Non si postò attenzione alla struttura di Castiglione delle Stiviere gestito dalla Asl, basata sul principio primo che è custodire, poi il curare. Soluzione che Fausto soffriva, anche perché molti di questi detenuti erano quelle persone che incontrava la notte davanti alla stazione ferroviaria di Bergamo.

Condivideva soluzioni contenitive fuori del carcere a impronta sanitaria nelle quali veniva garantita la custodia sia da parte degli infermieri sia, esternamente, dalla Polizia Penitenziaria. La malattia è così secondaria al reato: un intendimento che avrebbe fatto rabbrividire il veronese Cesare Lombroso, ancora di più se tutto non doveva uscire dal circuito penale.

Il contenimento di un delinquente è diverso dal malato con difetti nell’intendere. Per questo non si può riunire tutto nel ruolo del poliziotto di reparto. Soluzione inaccettabile e certamente non condivisa.

I nostri discorsi ora inascoltati, si possono realizzare se si trova la soluzione nel ripristinare ospedali dismessi a gestione del Privato sociale e Ats, con i compiti della polizia penitenziaria per una custodia di supporto a quella degli infermieri e non viceversa.

Che cosa impedisce che una certa parte di Polizia Penitenzia consegua una laurea di infermiere?

Peraltro nel 2004 avevo proposto, a un corso sperimentale presso ospedale pubblico, un progetto di formazione per il personale di polizia penitenziaria: il fine era di essere applicati nelle infermerie o nei punti di pronto intervento interni al carcere. Ora in queste nuove strutture di facili realizzazione, perché alcune di queste strutture sono in buono stato operativo, necessita degli interventi di rafforzamento la custodialità che non è e non deve essere di stampo carcerario.

Ancora di più in queste nuove strutture, recuperate e adattate a luoghi di accoglienza per curare la salute di persone che hanno commesso un reato, devono anche accogliere il detenuto che durante la detenzione abbisogna di un luogo di cura diverso dal carcere e dalla famiglia.

La ringrazio della stima datami, al contempo esprimo la speranza di poterla incontrare quanto prima.

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