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Attesa per la ministra Cartabia a Bergamo: "Carcere, extrema ratio" - BergamoNews
L'intervento

Attesa per la ministra Cartabia a Bergamo: “Carcere, extrema ratio”

La moderna visione di giustizia e pena della ministra Cartabia non solo è considerata più umana dai detenuti stessi, ma è al centro di un ampio dibattito giuridico: abbiamo intervistato l'avvocata penalista di Bergamo Francesca Longhi

Nel pomeriggio di lunedì 19 aprile si attende l’arrivo della ministra della giustizia, Marta Cartabia, al carcere di Bergamo per l’intitolazione della casa circondariale a don Fausto Resmini, stroncato dal Covid nel marzo 2020 e cappellano dell’istituto di detenzione per oltre 30 anni.

Sarà presente anche l’assessore regionale alla Famiglia, Disabilità, Solidarietà sociale e Pari opportunità, Alessandra Locatelli.

Una visita molto attesa, quella di Cartabia, specialmente dai detenuti stessi che trovano nelle numerose dichiarazioni dell’ex presidente della Corte costituzionale (e prima donna ad aver ricoperto tale carica) da neo ministro, un pensiero moderno e una visione di giustizia, pena e condanna più umana.

È infatti al centro dei dibattiti e delle attuali riflessioni giuridiche il suo discorso da neo ministro, in cui ha affermato quanto sia necessario orientarsi “verso il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato. La ‘certezza della pena’ non è la ‘certezza del carcere’, che per gli effetti desocializzanti che comporta deve essere invocato quale extrema ratio. Occorre valorizzare piuttosto le alternative al carcere, già quali pene principali”.

Un’idea discussa e abbracciata dal mondo della giustizia bergamasca, come racconta a Bergamonews l’avvocata penalista di Bergamo, Francesca Longhi: “È da sempre un mio pallino, anche se è una questione molto tecnica”, precisa.

Francesca Longhi avvocato

 

“Il discorso della ministra è l’unica via per rispettare per davvero l’articolo 27 della Costituzione che tratta della finalità rieducativa della pena”, spiega l’avvocata Longhi, da oltre vent’anni al lavoro come avvocata penalista, arrivando a seguire ogni anno circa cinquanta casi di violenza sessuale e domestica.

Avvocata, al centro di un questa visione moderna della giustizia, lei dice che vi è il concetto di “anticipazione del trattamento per l’autore di reato”, di che cosa si tratta e perché è necessario?

Quando applichi il trattamento normalmente? Quando la sentenza è definitiva, quindi dopo che c’è stato l’appello, il primo grado e la Cassazione. Quindi, specialmente per reati intra famigliari come stalking e maltrattamenti, si tratta il reo spesso a distanza di cinque/sei anni dal fatto ed è a tutti gli effetti una contraddizione in termini perché il trattamento deve essere quanto più prossimo al reato

Può farci un esempio?

L’altro giorno ho seguito un processo per una bambina che ha subito violenza quando aveva 7 anni. Il reo in primo grado è stato assolto, in appello gli hanno dato 4 anni, poi la Cassazione ha deciso di rimandarlo in appello. L’altro giorno c’è sta l’udienza. E ad oggi la ragazza ha 21 anni. Questo significa che sono passati 14 anni. Ad oggi il maltrattante ha 80 anni, all’epoca ne aveva 67. Tenga conto che con i reati sessuali è obbligatorio un anno di osservazione in carcere per il controllo scientifico della personalità così da capire il giusto trattamento. Capisce che se questa osservazione scientifica fosse stata fatta quando aveva 67 anni, il trattamento psicologico del reo lo si faceva quando per davvero era utile. Adesso questa condanna grida vendetta e va contro l’articolo della Costituzione dedicato alla finalità rieducativa della pena: in che modo a distanza di 14 anni dal reato è possibile rieducare un ottantenne?

Cosa bisognerebbe fare, dunque?

Anticipare il trattamento, fare molto prima quello che fa il carcere e attivare una presa in carico sistemica del nucleo: dal maltrattante alla vittima. É fondamentalmente quello che dice la Ministra, infatti se si attiva un servizio e un lavoro molto prima e quanto più prossimo al reato, tutto l’aspetto giudiziario, compreso il carcere, diventa superfluo e veramente è l’estrema ratio in caso che le cose non si riescano a mettere a posto. Il carcere è necessario, ma deve occuparsi di aspetti special preventivi: il trattamento è da fare nella società.

E chi se ne deve occupare? 

Secondo me servirebbe un comparto che sappia prendere in carico immediatamente i soggetti, con una maggiore collaborazione tra i Centri Psico Sociali (CPS), i servizi sociali e i servizi per le tossicodipendenze (SERT). E deve essere pubblico.

Quindi una gestione pubblica del trattamento… 

Sì, assolutamente. A parer mio devono essere costituiti dei presidi criminologici territoriali pubblici di facile fruibilità. L’intervento, infatti, ha senso solo quanto è più prossimo alla necessità d’intervento.

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