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Covid, migliorano i dati a Bergamo: contagi, ricoveri, terapie intensive. Tranne i decessi - BergamoNews
Report 30 marzo - 5 aprile

Covid, migliorano i dati a Bergamo: contagi, ricoveri, terapie intensive. Tranne i decessi

Meglio la Lombardia intera, mentre in Italia ancora pochi i vaccini: il 20% contro il 55 degli Usa e il 50% del Regno Unito

La doppia giornata festiva (domenica di Pasqua e Lunedì dell’Angelo) ha influenzato al ribasso i numeri complessivi della settimana epidemiologica in corso, rendendo meno significativo il confronto con le settimane precedenti, complete dal punto di vista dei giorni lavorativi. Vedremo nei prossimi giorni come interpretare l’andamento dell’epidemia anche alla luce di questa considerazione.

Premesso ciò, nel periodo 30 marzo – 5 aprile, a livello nazionale, i nuovi casi sono stati 135.468 con una riduzione del 6% sulla settimana precedente, confermando una leggera decrescita. I valori attuali riflettono quindi un lentissimo declino dei nuovi casi, e non sembrano risentire più di tanto delle misure di mitigazione (zone arancioni e rosse) che ormai dovrebbero manifestare i propri effetti. A pesare in tal senso è senza dubbio la circolazione della variante inglese, più rapida del 40% circa nel diffondersi, e che ora è ampiamente prevalente (90%) sul territorio italiano. Sempre nell’ultima settimana la media dei nuovi casi è stata di 19.352, riportandosi sui livelli riscontrabili a fine febbraio, che sono comunque quasi 5 volte superiori alla soglia da raggiungere (4.311) per riprendere il controllo dell’epidemia con un tracciamento efficace.

Con molta cautela deve essere letta anche la riduzione dei nuovi ingressi in terapia intensiva (1.649 con un calo dell’10%), che riflette la fase di stabilizzazione dell’epidemia di inizio marzo e lascia ipotizzare per le prossime settimane valori in calo, ma non in modo sostenuto.

La fase di stabilizzazione è confermata anche dai valori di Rt: l’ultimo dato comunicato dall’Iss (0.98) è riferito alla media del periodo 10-23 marzo. Ricordiamo ancora una volta, viste le continue spinte alle riaperture precoci che arrivano da alcune parti del mondo della politica, che la riduzione dei casi e la stabilizzazione dell’Rt su valori di poco inferiori a 1.0 non possono essere letti come un segnale per la ripresa delle attività. Una lettura completa dei dati non può prescindere dai valori assoluti dei contagi giornalieri, che restano come abbiamo visto 4-5 volte superiori all’obiettivo da raggiungere: al di sopra del quale non è possibile riprendere il controllo del contagio.

I ricoveri in area medica scendono, sia pure di poco, con una variazione settimanale negativa del 1,3% . Rimangono pressochè stabili i ricoveri in terapia intensiva: da 3.721 a 3.737, esercitando una costante pressione sul sistema sanitario, ben oltre le soglie di allerta (30% per le terapie intensive, 40% per i reparti di Medicina generale).

I decessi (2.976) diminuiscono di poco rispetto ai 3.022 del periodo precedente. Relativamente ai tamponi occorre dire che il loro numero da due settimane sta progressivamente scendendo (mentre dovrebbe accadere il contrario). La percentuale di positivi (o tasso di positività) si è mossa di poco ma dopo essere salita fino al 6,9% a metà marzo è andata progressivamente scendendo fino al 6,6% (medio) attuale, anche questo dovrebbe essere un segnale positivo.

Migliora la Lombardia

Situazione leggermente migliore in Lombardia, dove la riduzione nel periodo è stata del 10,8% a quota 24.131 nuovi casi: si tratta della terza consecutiva. La media dei contagi giornalieri è scesa a 3.450, ma resta quasi 4 volte superiore al livello (1.000) che consentirebbe la ripresa delle attività di tracciamento. Per quanto riguarda i nuovi ingressi in terapia intensiva la riduzione è stata dell’8,9%, a quota 337 dai 370 della settimana precedente. In calo i ricoveri in T.I, da 870 a 858 e quelli in Area Covid da 6994 a 6626. Aumentano di altre 661 le persone decedute, per un totale di 31.211.

Meglio anche Bergamo

Anche la provincia di Bergamo ha riscontrato numeri in calo per quanto riguarda i nuovi casi: sono stati 1.811 rispetto ai 2.017 della settimana scorsa (-10%). Sono diminuiti anche i ricoveri: da 802 a 751, mentre le Terapie Intensive sono 86 (erano 88). Crescono ancora i decessi, 32 nel periodo, portando il totale ufficiale a 3.548.

Età media di contagiati e malati

L’età mediana dei soggetti positivi è stabile a 46 anni, sopra il minimo di 29 anni raggiunto a metà agosto dello scorso anno, ma sensibilmente inferiore ai 68 toccati a inizio aprile 2020. L’età mediana dei pazienti più gravi, al momento dell’ingresso nei reparti di terapia intensiva, dopo essersi mantenuta per quasi un anno sopra la soglia degli 80 anni nelle ultime 3 settimane è scesa a soli 67.

Primi esiti dei vaccini

Per quanto riguarda i primi effetti visibili della campagna vaccinale, al netto delle centinaia di migliaia di vaccinazioni poco sensatamente eseguite su soggetti al di sotto dei 50 anni e con un bassissimo livello di rischio, si nota una riduzione importante delle infezioni tra il personale sanitario: i contagi in questa particolare categoria erano ancora oltre il 5% del totale nella rilevazione dello scorso novembre, ma da inizio gennaio abbiamo assistito a una rapida decrescita. Tra il 15 e il 28 marzo, in particolare, i soggetti contagiati sono scesi all’1% del totale. Qualche segnale nella stessa direzione arriva anche dalla popolazione over 80, la cui curva epidemica da un punto di vista grafico si è mossa nel tempo in modo molto simile a quella dei soggetti con età compresa tra i 60 e 79 anni (ma costantemente su valori più alti per incidenza ogni 100.000 abitanti). A partire dall’ultima settimana di febbraio questo trend si è interrotto, e la curva della fascia over 80 ha bucato al ribasso quella dei soggetti più giovani. Anche in questo caso l’effetto, che dovrà trovare conferma con numeri più solidi, può essere ricondotto ai primi effetti della campagna vaccinale che ha coinvolto in modo importante proprio i soggetti oltre gli 80 anni.

Israele riapre

Israele è il primo Paese al mondo per percentuale di persone vaccinate, e se da una parte la popolazione festeggia il crollo dei contagi, si riversa per le strade, riempie i ristoranti appena riaperti, i cinema ed i centri sportivi, d’altra abbiamo terapie intensive ormai al collasso, comunque insufficienti per far fronte ad un’impennata dei contagi a cui apparentemente non si riesce porre freno: parliamo dei Territori Palestinesi Occupati, un’Amministrazione che Stato ancora non è (se mai lo sarà), praticamente senza vaccini. Questo problema riguarda molti altri Stati: le nazioni più ricche nell’ultimo mese hanno vaccinato in media una persona al secondo, mentre la stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo ancora non è stata in grado di somministrare una singola dose. A più di un anno dalla dichiarazione di pandemia da Covid-19 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la disuguaglianza tra Paesi ricchi e poveri nell’accesso ai vaccini è più drammatica che mai.

Francia, Germania, Italia: ancora pochi

Ma la disuguaglianza nell’accesso ai vaccini non risparmia alcuni dei Paesi più ricchi: in Israele il 100% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, negli Stati Uniti il 55% e nel Regno Unito il 50%, mentre in Francia, Germania e Italia meno del 20%. Tale situazione è dovuta dalla limitata capacità di produzione a livello globale, bloccata dal sistema di monopoli con cui operano le case farmaceutiche: al momento, con brevetti esclusivi, non condividono tecnologia e know-how, azzerando di fatto la possibilità di concorrenza nel mercato. È per questo che in Italia, complice anche le difficoltà organizzative e logistiche interne, si determinano dinamiche analoghe a quelle che portano i Paesi a basso reddito ad essere esclusi dall’accesso ai vaccini, sebbene con conseguenze di gran lunga inferiori. Questi due temi succitati, strettamente legati all’attuale monopolio delle aziende farmaceutiche sui brevetti dei vaccini, meriterebbero un approfondimento: ne seguiremo l’evoluzione.

Altre notizie dal mondo

Cala ai minimi da sette mesi il numero dei decessi per Covid nel Regno Unito: nelle ultime 48 ore si registrano 20 morti, il numero più basso di vittime dal 14 settembre del 2020. I nuovi contagi scendono intorno ai 3.500 giornalieri. Il governo britannico offrirà da venerdì prossimo all’intera popolazione la possibilità di effettuare due test rapidi anti Covid alla settimana nell’ambito di un rafforzamento del piano nazionale di prevenzione contro il coronavirus: lo ha detto il ministro della Sanità, riporta la Bbc, secondo il quale l’iniziativa contribuirà a sopprimere qualsiasi focolaio del virus nel momento in cui il Paese esce gradualmente dal suo lungo periodo di lockdown.

I test rapidi, che forniscono un responso entro 30 minuti, saranno disponibili gratuitamente in appositi centri, nelle farmacie e saranno anche inviati per posta.

Le autorità sanitarie statunitensi hanno reso noto che oltre 7 milioni di dosi di vaccino sono state somministrate agli americani nelle ultime 48 ore, un nuovo record nella campagna di vaccinazione dell’amministrazione Biden che punta a vaccinare 200 milioni di persone nei primi cento giorni del mandato del nuovo presidente. Le dosi finora somministrate negli Usa sono oltre 161 milioni.

Il bilancio dei morti provocati dal coronavirus in Brasile ha superato quota 330mila: è quanto emerge dai dati della Johns Hopkins University. Secondo l’università americana, dall’inizio della pandemia il Paese ha registrato un totale di 330.193 decessi accertati dovuti al Covid a fronte di 12.953.597 casi di contagio. Il Brasile, che aveva superato la soglia dei 300mila morti lo scorso 24 marzo, è il secondo Paese al mondo dopo gli Stati Uniti sia per numero di infezioni, sia per numero di vittime in termini assoluti.

L‘India ha registrato oltre 100mila casi di coronavirus per la prima volta nell’arco di 24 ore dall’inizio della pandemia: il nuovo dato porta il bilancio complessivo dei contagi a oltre 12,5 milioni, inclusi oltre 165mila morti. L’India è il terzo Paese al mondo per numero di infezioni ed il quarto per numero di vittime in termini assoluti.

I casi di coronavirus a livello globale hanno superato la soglia dei 130 milioni, mentre dall’inizio dalla pandemia il Covid ha provocato un totale di 2.850.000 decessi.

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