Filippo Acquaviva, batterista di Gazzaniga tra Sanremo e XFactor: "Amo la musica italiana" - BergamoNews
L'intervista

Filippo Acquaviva, batterista di Gazzaniga tra Sanremo e XFactor: “Amo la musica italiana”

Il musicista classe ’96 suona da quando era giovanissimo e, nonostante l’età, vanta un curriculum importante, tra cui spiccano il posto nell’Orchestra Sinfonica di Sanremo e la partecipazione ad XFactor

La musica è ciò che crea uno spiraglio nel cielo diceva Charles Baudelaire e probabilmente Filippo Acquaviva, ragazzo bergamasco della Valle Seriana, ben conosce tale sentimento vista la scelta di vita che ha intrapreso.

Interessato sin da piccolo alla musica e agli strumenti, Filippo inizia a soli 4 anni la sua appassionata storia d’amore con la batteria per poi, a distanza di circa vent’anni, arrivare ad esibirsi sui palchi più prestigiosi d’Italia, tra cui quello dell’Ariston di Sanremo e di XFactor come batterista per Emma.

Per conoscere meglio il ragazzo, l’artista e soprattutto per capire cosa significhi esibirsi in kermesse di tale portata, noi di BGY lo abbiamo contattato per fargli qualche domanda.

Com’è nata la passione per la musica?

Sicuramente i miei genitori hanno avuto una grande importanza: entrambi sono musicisti professionisti e dunque, come dice qualcuno, “ce l’ho un po’ nel sangue”; di certo la loro influenza è stata fondamentale. All’età di 4 anni poi, quasi per gioco, mi è stata regalata una batteria “giocattolo” diventata subito una passione ed ora il mio lavoro. Due anni dopo è arrivata la mia prima vera e propria batteria, strumento che ancora oggi tengo per ricordo.

Di certo non ci si sveglia musicisti dall’oggi al domani, qual è stato il tuo percorso di formazione?

Ho iniziato molto piccolo a frequentare la scuola dei “Piccoli Musici” di Casazza sotto la guida di Stefano Bertoli (mio secondo papà per quanto riguarda la batteria) che poi ho seguito nell’istituto “Suonintorno” di Gorle, per arrivare infine a 18 anni ad iscrivermi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Lì ho poi conseguito la laurea triennale di batteria jazz con i Maestri Stefano Bagnoli e Francesco D’Auria, per poi proseguire con la restante biennale pop che conseguirò tra circa 10 giorni, purtroppo a distanza causa covid. Negli ultimi due anni sono stato seguito da Maurizio Dei Lazzaretti, altro batterista fondamentale per la mia vita che mi ha fatto capire, professionalmente parlando, che via intraprendere.

Fondamentale per la mia esperienza, tra le varie, è stato anche un master estivo fatto nel 2013 alla Berklee College Of Music a Boston, una delle università di musica più importanti al mondo, prendendo il massimo dei voti in tutte le discipline.

Come per le altre arti vivere di musica non è semplice, hai mai pensato di non potercela fare?

Ad essere onesti ci penso costantemente. Sicuramente vedere i miei genitori mi ricorda che qualcuno ce la può fare, però soprattutto in passato, tra le superiori e il conservatorio, non sono mancati momenti di sconforto visto la posizione sempre più secondaria che purtroppo la musica sta assumendo nel mondo rispetto ad altre discipline. Alla fine, però, ha sempre trionfato la passione che è a parer mio la cosa che non deve mai mancare.

Facendo un salto avanti di 10 anni dove ti vedi?

Io punto ad arrivare più in alto possibile e ti dirò che non necessariamente questo coincide con l’uscire dall’Italia. A livello personale ho un debole per la musica italiana, dunque spero possa diventare il mio futuro. Vorrei fare il “turnista”, ossia quel musicista convocato per suonare per un progetto musicale in studio o live in appoggio ad un’artista, gruppo e/o orchestra di cui non è un membro stabile. Per riassumere mi piacerebbe suonare con chiunque il più possibile e in situazioni diverse tra loro.

Hai altre passioni oltre alla musica?

Di certo il calcio, sono infatti tifosissimo dell’Atalanta. Oltre a guardarlo in televisione poi ci gioco, anche se non ad altissimi livelli.

Il pubblico è in subbuglio, viene annunciata la canzone di Emma e devi salire sul palco di XFactor: come ti senti?

Sicuramente ero molto emozionato e felice, ma una delle mie fortune è sempre stata quella di restare calmo dall’inizio alla fine dell’esibizione. Non ti saprei spiegare il perché. Probabilmente il motivo è che lì mi sento davvero a casa e non lo cambierei con niente al mondo.

Anche con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo non dev’essere stato semplice: cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

Ti direi che il prestigio e l’esperienza sono stati due aspetti fondamentali. Probabilmente la “fama”, permettimi il termine, derivante da XFactor è stata più importante, però avere la possibilità di prendere parte ad un’orchestra così professionale è stato bellissimo. Con loro ho suonato per due anni e insieme abbiamo fatto varie tournée in Italia e all’estero che mi hanno fatto crescere tanto, sia come persona che come musicista.

Quali sono i musicisti a cui t’ispiri?

I primi due sono sicuramente i maestri di cui ti ho detto prima, Stefano e Maurizio. Dopodiché ti parlerei di batteristi come Steve Gadd, Vinnie Colaiuta e gruppi come i Toto, i Black Sabbath e i Green Day. Ovviamente l’influenza del cantautorato e del pop italiano è una delle colonne portanti della mia cultura musicale.

Se fare musica è difficile, di certo nell’ultimo anno la situazione si è ancor più aggravata. Cosa ti manca di più dei live?

Banalmente tutto, il pubblico ed il suonare con i miei colleghi più di ogni altra cosa. È vero che si suona per sé stessi, prima di tutto, però anche avere persone che ti sentono dal vivo penso sia parte integrante della carica emotiva che un’esibizione live può dare. Mi è anche capitato di fare qualcosa in streaming ma devo dire che rispetto al passato è una cosa abbastanza triste. Quest’anno ho suonato a XFactor davanti a circa 180 persone (limitate per le restrizioni dovute al COVID) e ti assicuro che è stato davvero stranissimo.

Cosa pensano i tuoi amici del tuo lavoro atipico?

Beh, gli amici stretti ormai la vivono come una cosa normale essendo che mi conoscono dagli albori della mia carriera. Per gli altri che magari incontro in modo più sporadico purtroppo la reazione istintiva è quella di dirmi “ah ma è un lavoro?”, senza rendersi conto che probabilmente l’esibizione di 4 minuti che hanno visto ha richiesto mesi e mesi di prove. Sulla mia carta d’identità c’è scritto che di professione faccio il musicista e quando mi capita di doverla consegnare le persone mi guardano un po’ stranite perché non lo vedono come una cosa seria, e per me è davvero molto triste, anche perchè all’estero non va cos

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