Lauree e non

Suicidi fra studenti: quando il fallimento diventa un peso insuperabile

Universitari che vivono ansie, momenti di depressione o addirittura pensieri suicidi all’idea di essere un fallimento, perché spesso l’insuccesso diventa insopportabile

“Oggi mi laureo”. È la frase su cui ogni studente universitario inizia a sognare già dal primo giorno di immatricolazione. Si immaginano i festeggiamenti con gli amici, le facce orgogliose di mamma e papà, il vestito da mettere, le foto con la corona e anche cosa ci sarà dopo.

Per alcuni universitari però questa frase non segna un nuovo inizio, ma anzi una tappa irraggiungibile o addirittura una fine. “Oggi mi laureo” è la frase che Giada, 26 anni, ha detto a famiglia e fidanzato prima di gettarsi dal tetto di una delle sedi dell’Università Federico II di Napoli. Nella sua caduta il peso di aver mentito per anni sulla sua carriera universitaria e la paura di rivelare ai suoi affetti che quel giorno nessuno l’avrebbe proclamata dottoressa.

Quella di Giada è solo una delle storie che hanno decretato l’ingresso del suicidio giovanile, seconda causa di morte tra gli under 30 in Italia, nelle aule universitarie. Sono passati due anni dalla sua vicenda, ma la pandemia non ha certamente contribuito al contenimento di questa emergenza sociale. Tra gli effetti psicologici del lockdown rilevati in questa fascia di popolazione, vi è l’aumento di disturbi di ansia e sintomi depressivi che potrebbero rappresentare importanti fattori di rischio per lo sviluppo di ideazioni suicidarie.

Le motivazioni per le quali un giovane arriva a compiere questo gesto sono state rintracciate grazie all’analisi dei biglietti e delle lettere lasciate ai parenti ed esse sono: aver scelto una facoltà sbagliata lontana dalle inclinazioni personali, la credenza sociale che una laurea sia necessaria e determini una superiorità intellettuale, l’ansia di doversi laureare secondo i tempi prestabiliti senza potersi permettere il lusso di prendersi qualche mese in più per preparare un esame, l’ossessione di dover prendere 110 e lode perché la laurea valga di più.

Secondo la psicologa Alice Miller, una spiegazione a tutto questo risiede nel forte senso di responsabilità che caratterizza gli studenti universitari nei confronti dei loro genitori. In alcuni casi si è riscontrata, a partire dalla scelta universitaria, la presenza di una subordinazione genitoriale dove i figli per conformarsi alle aspettative dei genitori rimuovono inconsciamente i loro desideri lasciando così spazio ad un circolo vizioso caratterizzato da paura del fallimento e di deludere padri e madri.

Il tema della delusione è fondamentale per comprendere questo fenomeno. Gli universitari di oggi non temono più che il loro fallimento si traduca in una punizione, ma in un tradimento delle promesse, delle aspettative e dei sacrifici fatti dalla propria famiglia per permettere il loro successo.

Un successo che i giovani sono abituati a misurare attraverso like, followers e consenso riflesso. In un mondo così non c’è spazio per il fallimento, ma solo per la competizione. In quest’ottica l’Università è vissuta come una gara dove lo spirito competitivo spinge mente e corpo oltre i propri limiti. Bisognerebbe dedicare una lezione universitaria a questo: riconoscere i limiti forse sarebbe il primo passo perché la corsa al traguardo non rappresenti un’autodistruzione.

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