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A Bergamo il minor numero di casi lombardi ogni centomila abitanti: 210 - BergamoNews
Report 9-15 marzo

A Bergamo il minor numero di casi lombardi ogni centomila abitanti: 210

Nella nostra provincia nell'ultima settimana i decessi però sono stati 29: un numero che non si riscontrava da fine novembre scorso.

A conclusione del periodo da noi osservato, dal 9 al 15 marzo, notiamo un rallentamento nella crescita dei contagi, che purtroppo, però, si mantengono su valori ancora alti e che confermano la fase di terza ondata della epidemia.

Vediamo alcune cifre:

I nuovi casi salgono da 143.176 a 157.299 (+9,9%).

Gli attualmente positivi salgono a 530.357 dal precedente valore di 472.533 (+12,2%).

Le persone in isolamento domiciliare passano da 448.002 a 501.862 (+12%).

I decessi sono stati 2.396 rispetto a 2.158 (+11%).

I ricoveri in Terapia Intensiva crescono da 2.700 a 3.157 (+16,9%).

I pazienti ricoverati con sintomi sono 25.338 in crescita del 16% dai 21.831 precedenti.

La situazione in Lombardia

Per quanto riguarda la Lombardia abbiamo:

Nuovi casi 32.945;

Casi totali 669.233;

Ricoverati con sintomi 6.198;

Ricoveri in Terapia Intensiva 728;

Isolamento domiciliare 86.237;

Totale attualmente positivi 93.163;

Dimessi e guariti 546.761;

Decessi 29.299;

Casi ogni 100.000 abitanti 330.

La sola provincia che non ha più casi rispetto alla settimana precedente è Brescia, che ne aveva già molti e dove le restrizioni sono scattate prima. Per quanto riguarda le altre province, nell’ultima settimana hanno visto tutte un aumento. Tra i più significativi ci sono quelli di Milano (+9%), Bergamo (+8%) ma soprattutto Mantova (+24%) e Cremona (+26%). Il sud della Lombardia è ancora in una situazione critica, qui il carico sulle strutture sanitarie è più importante.

A Bergamo e provincia

La provincia di Bergamo, pur avendo anch’essa numeri importanti, risulta essere quella con il minor numero di casi ogni 100.000 abitanti: 210; tutte le altre hanno livelli superiori che vanno dai 230 di Lodi fino ai 500 di Brescia.

I nuovi casi sono 2.266 rispetto ai 2.099 della settimana scorsa (+8%).

Crescono ancora i ricoveri in Area Covid, 662 in totale (+196) e quelli in Terapia Intensiva (74).

I decessi sono stati 29: un numero che non si riscontrava da fine novembre scorso.

Le terapie intensive

Torna a superare la soglia critica del 30% sul totale dei posti letto disponibili il numero dei pazienti Covid-19 ricoverati in terapia intensiva. Il valore attuale è del 34 %, con differenze significative che si riscontrano, come vedremo più avanti, tra le singole Regioni.

Per ora di poco sottosoglia a livello nazionale medio (37% contro un massimo fissato al 40%) l’occupazione dei posti letto in area medica. Verificando le differenze su base territoriale si nota come ben 7 Regioni siano già oltre soglia con entrambi i valori: Marche (61% in area medica; 57% in area critica); Emilia-Romagna (53%; 49%); Piemonte (53%; 44%). Umbria (51%; 57%); Lombardia (49%; 51%); Molise (46%; 67%); Abruzzo (46%; 40%). A queste se ne aggiungono altre 4 oltre soglia per l’occupazione dei posti letto in area critica: Provincia autonoma di Trento (54%); Toscana (40%); Provincia autonoma di Bolzano (36%); e Friuli-Venezia Giulia (34%).

Un’altra Regione tra le più popolose d’Italia, la Puglia, è ormai vicina al superamento della soglia in area medica con il 34%, mentre l’ha superata per le terapie intensive con il 42%. I numeri dimostrano come il principale problema di questa nuova recrudescenza epidemica sia la pressione sul sistema sanitario che, andando in affanno, non solo fatica a prestare assistenza ai malati Covid-19, ma è parallelamente costretto a rinviare il trattamento di altre patologie incluse quelle cosiddette “tempo dipendenti” (per esempio infarto, ictus, traumi gravi). Che in oltre il 50% dei casi ricevono una prima risposta in Pronto soccorso, ma che trovandolo intasato da pazienti Covid-19 possono vedere pericolosamente dilatati i tempi ideali per un intervento salva vita. Anche in questo modo si spiega l’eccesso di mortalità rilevato dall’Istat e dall’Iss nel corso del 2020:108.178 decessi in più, nei 10 mesi di pandemia (marzo-dicembre), rispetto alla media dello stesso periodo negli anni 2015-2019; con 34.019 di questi non attribuiti alla Covid-19. Di fatto un’epidemia parallela, e non immediatamente percepita, che aggrava il già pesantissimo bilancio delle vittime causate direttamente o indirettamente dal Sars-CoV-2 in quest’ultimo anno.

L’incremento suddetto crea quindi una pressione sempre più insostenibile sul sistema sanitario: che non è la nostra prima linea di difesa, bensì l’ultima, quella estrema che entra in gioco quando tutte le altre sono state travolte. Farla saltare significa solo arrendersi in modo definitivo. Le crescenti difficoltà che si incontrano nella somministrazione del vaccino dipendono anche dalla maggiore pressione che i nuovi casi, più numerosi, esercitano sugli ospedali. Il personale sanitario che dovrebbe dedicarsi alla campagna vaccinale è lo stesso che viene impegnato nelle attività dei tempi “normali”: alle quali oggi si sommano l’emergenza della patologia Covid-19, le attività di screening e di testing sulla popolazione, l’elaborazione dei test stessi e il sequenziamento del materiale virale per l’individuazione delle varianti. Per questo motivo è indifferibile ottenere non un rallentamento della crescita, ma un drastico abbattimento del numero dei casi rispetto ai livelli attuali. I due rischi concreti che stiamo correndo sono quelli di una campagna vaccinale frenata dalla bassa disponibilità di personale sanitario ad essa dedicato, oltre che di un numero di decessi destinato a salire di molto rispetto ai numeri attuali: il tasso di letalità degli ultimi 30 giorni (1,61%, fonte Iss) proietta già oggi 8538 ulteriori decessi sulla base dei 530.357 positivi “in corso” alla data del 15 marzo.

Focus Strategia Vaccinale

È ormai noto che il Covid-19 è una patologia con manifestazioni progressivamente più gravi in base all’età, ma la strategia vaccinale italiana ondeggia ancora tra fasce di età e categorie professionali. Fanno ovviamente eccezione alcuni soggetti a rischio (per esempio cardiopatici gravi, immunodepressi, grandi obesi, eccetera) il cui numero è peraltro crescente proprio in base all’età. Utilizziamo i dati dell’Iss (Sorveglianza integrata Covid-19, aggiornamento del 12 marzo 2021) osservando per prima cosa la letalità (decessi in rapporto ai casi certificati) che esprime i seguenti valori: 0-9 anni: 0,01%; 10-19 anni: 0,0%; 20-29 anni: 0,01%; 30-39 anni: 0,05%; 40-49 anni: 0,17%; 50-59 anni: 0,59%; 60-69 anni: 2,71%; 70-79 anni: 9,4%; 80-89 anni: 19,73%; oltre i 90 anni 26,74%. Una sequenza così chiara da non richiedere commento, se non la segnalazione di un punto di svolta a partire dai 60 anni, quando la letalità inizia a presentare un’incidenza particolarmente elevata.

Troviamo una situazione analoga esaminando il numero dei decessi in valori assoluti, sempre da inizio epidemia (Iss, 1° marzo 2021, “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti”): 0-9 anni: 10 decessi; 10-19 anni: 11; 20-29 anni: 50; 30-39 anni: 183; 40-49 anni: 801; 50-59 anni: 3.115; 60-69 anni: 9.079; 70-79 anni: 23.311; 80-89 anni: 39.948; oltre i 90 anni 19.641 (in questo caso il valore assoluto più basso è conseguenza di una popolazione oltre i 90 anni ovviamente poco numerosa).

Alla luce di questi dati è logico pensare dopo aver messo in sicurezza il personale sanitario (che è destinato a curare tutto il resto della popolazione) e le forze dell’ordine (che devono garantire la sicurezza) occorre procedere per fasce di età progressivamente decrescenti. Salvaguardando parallelamente i soggetti ad alto rischio per particolari condizioni patologiche, come abbiamo visto prima, anche in modo indipendente dall’età. Se osserviamo i dati ufficiali relativi alla somministrazione dei vaccini in Italia (fonte Ministero della Salute) vediamo che non è stata seguita questa linea: perché dopo gli operatori sanitari e gli over 80, scelta del tutto condivisibile sulla base dei dati di letalità, l’attenzione si è spostata sulle categorie professionali. E infatti la categoria 70-79 anni, quella più a rischio di decesso in caso di infezione dopo gli over 80, risulta la seconda meno vaccinata in assoluto: appena 79.221 le persone trattate con almeno una dose. Solo la fascia di età 16-19 anni, che abbiamo visto essere praticamente a rischio zero, ha meno soggetti ai quali è stata inoculata almeno una dose di vaccino (2.255). Tutte le altre fasce di età esprimono numeri più che doppi rispetto a quella 70-79 anni (per la fascia 80-89 sono 268.176).Vaccinare per categorie professionali (operatori sanitari e forze dell’ordine a parte) significa ignorare il rischio reale legato alla Covid-19: che non è essere infettati, ma sviluppare la malattia in forma grave e soprattutto arrivare al decesso. Condizione direttamente correlata all’età, come lo stesso Iss certifica, e non alla professione esercitata.

Il caso AstraZeneca

Il percorso del vaccino di AstraZeneca è apparso travagliato sin dall’inizio: con problemi poco chiariti sui trial clinici, l’azienda ha tenuto una serie di comportamenti che hanno attirato le critiche e la perplessità di gran parte della comunità scientifica e dell’opinione pubblica.

Anche dopo l’autorizzazione, il continuo aggiornamento sulle classi d’età a cui somministrare il vaccino ha aggiunto nuova insicurezza. Infine i possibili gravi effetti collaterali. Ora il timore è l’effetto di tutto questo sulla campagna vaccinale, paradossalmente proprio nel momento in cui i numeri sono dalla parte di questo vaccino: i dati di Gran Bretagna e Scozia, dove il farmaco è stato ampiamente somministrato, confermano che il prodotto di AstraZeneca è estremamente efficace.

Nonostante ciò, l’Italia ha deciso di fermare temporaneamente la somministrazione del vaccino prodotto AstraZeneca, a titolo precauzionale, dopo i casi di trombosi intervenuti su soggetti vaccinati. Si aggiunge così a Islanda, Norvegia, Estonia, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo, Austria, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Olanda, Germania, Spagna e Francia che hanno già provveduto in tal senso.

Nel frattempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso noto che sta esaminando le segnalazioni relative al vaccino sottolineando allo stesso tempo che al momento non vi sono prove di un legame tra gli incidenti che si sono verificati e la somministrazione del siero.

L’ultima notizia riguardante il vaccino dell’azienda anglo-svedese, riguarda le rassicurazioni dell’Ema sull’efficacia dei vaccini rispetto alle varianti: dai primi studi fatti, quelli con Rna messaggero (Moderna e Pfizer-Biontech) hanno un’ottima efficacia contro le nuove varianti del Covid. Allo stesso modo, anche il vaccino Johnson&Johnson di recente approvato dall’Ema è risultato efficace. Prudenza invece su AstraZeneca: “Secondo un piccolo studio su duemila casi, il vaccino è risultato invece non efficace” contro la variante sudafricana, sarà quindi necessario attendere “studi più ampi” per verificarne la reale efficacia.

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