La peste manzoniana del 1630, negata da troppi - BergamoNews
Storia delle epidemie - 15

La peste manzoniana del 1630, negata da troppi

Illuminanti le parole del Manzoni nel XXXI capitolo dei ”Promessi Sposi”: “Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva"

Dopo l’epidemia di peste detta di “San Carlo”, che aveva colpito il territorio milanese tra il 1575 e il 1577, nel XVII secolo osserviamo un andamento diverso del contagio che, dalla presenza semi-endemica dell’età precedente, passò ad una serie più breve di scoppi violenti, maggiormente distanziati nel tempo, culminanti nelle due epidemie del 1630 e del 1656.

Dopo che nel 1603 anche Londra era stata interessata da una forma di peste che provocò circa 2.000 vittime per settimana e dopo quella che colpì Palermo nel 1624 e Lione del 1628, qui con la morte di 70.000 abitanti, particolarmente grave per la sua estensione ed intensità del morbo fu proprio quella degli anni 1630-1633, che fece seguito ad una grande carestia, aggravata dal passaggio e le stragi operate dai vari eserciti in lotta allora nella guerra fra Austria e Francia. Molte città persero anche il 50-60 per cento della popolazione e, secondo lo storico Alfonso Corradi, nella sola Italia settentrionale perirono allora non meno di un milione di persone.

Oltre al calo demografico delle città e lo spopolamento delle campagne, queste epidemie si ripercossero negativamente sulla economia delle zone colpite. Infatti, quando in una città o in una zona dalle autorità preposte veniva dichiarato lo stato di morbo contagioso, ne seguiva che immediatamente venivano a cessare ogni scambio e ogni contatto esterno. A seguito del blocco delle attività commerciali e produttive, derivava la disoccupazione del popolo minuto, degli artigiani e dei mercanti e, anche per la grave carestia presente, la morte per fame.

Nel 1630 la peste iniziò nel nord dell’Italia, in Piemonte e in Lombardia, e di qui rapidamente si diffuse ovunque. Come cause di questo flagello, furono ritenute, come già avvenuto in passato, le offese arrecate a Dio dai tanti peccati di cui si era macchiato il genere umano; per altri invece erano incolpati molteplici fenomeni celesti, come le congiunzioni astrali sfavorevoli di Saturno e di Giove nel segno dei Pesci, le eclissi e le comete; altri ancora ritenevano che fossero gli animali immondi (come serpenti e rospi) e le esalazioni putride provenienti dal suolo, ad ammorbare l’aria, rendendola così nociva.

In realtà era stata la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) il motore che ha diffuso la pandemia di peste in Europa. Lo indica l’analisi del Dna delle vittime di quel periodo, estratto da scheletri risalenti a diverse epoche successive alla pandemia effettuato da biologi molecolari e microbiologi del gruppo dell’Università di Ferrara, che ha evidenziato alcune linee di Yersinia pestis, il batterio che causa la peste.

Spiegano i ricercatori: “Abbiamo analizzato con le metodiche del Dna antico sette ceppi isolati da individui morti nel XIV e XVII secolo in Italia, due da individui morti nel XVIII secolo, uno in Scandinavia e uno nella regione del Caucaso. Abbiamo quindi confrontato i nuovi genomi con quelli ricostruiti in precedenza e abbiamo interpretato la loro relazione filogenetica sullo sfondo dei dati storici che riguardano la peste nei periodi considerati”, in base a tale analisi, proseguono, “i risultati genomici e storici suggeriscono che, anche dopo la peste nera del 1348, il ceppo responsabile delle infezioni approdò ripetutamente in Europa a partire da un serbatoio comune al confine con l’Europa Occidentale, situato in una zona vicino alla Cecenia”. Quindi, “in questo contesto, anche il cosiddetto “ceppo alpino” del Seicento, presente anche in sei campioni del Nord Italia sequenziati dal gruppo di scienziati, sembra essere stato diffuso dai frequenti spostamenti di truppe durante la Guerra dei Trent’anni”.

Ad accelerare il contagio, soprattutto a Milano, contribuì anche la guerra di successione scoppiata dopo la morte di Vincenzo II Gonzaga nel 1628. Diverse truppe con i loro saccheggi e violenze tra il Monferrato e Mantova, si spostavano in continuazione tra le zone infette. Inoltre un successivo passaggio di eserciti di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova, attraversarono parte dello Stato di Milano, diffondendo enormemente la peste, che entrò nel capoluogo lombardo nell’autunno del 1629. All’inizio sottovalutata, l’epidemia si diffuse lentamente nei primi mesi del 1630 per poi scoppiare con una virulenza mai vista prima, tanto da passare alla storia come una fra le più tremende.

All’inizio dei primi casi del male, sorsero accese discussioni se si trattava di vera peste oppure no; fu proibito addirittura di proferire il vocabolo, poi, di fronte all’aumentare dei casi, si parlò di febbri pestilenziali, ma non di vera peste. Medici anche famosi, per preconcetta opinione, negarono che “peste fossero i mali presenti”, ma poi anche i più increduli dovettero ammettere la presenza del morbo e alla fine ci si arrese all’evidenza dei fatti. Illuminanti le parole del Manzoni nel XXXI capitolo dei ”Promessi Sposi”: “Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute”.

Manzoni e la negazione della realtà

Manzoni rileva qui il punto centrale della questione: la gente, la politica e i magistrati negano bellamente e senza ragioni la realtà della peste, tanto che “chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo”, rilevandoci così che anche allora vi erano coloro che, senza ragione, negavano la realtà.

Anche il governatore, Ambrogio Spinola, informato sullo stato della pestilenza, non prese subito atto della gravità della situazione e della necessità di una sua azione tempestiva; preferì dedicarsi alle azioni militari che riteneva più pressanti avendo un mandato preciso: “Raddrizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo”, suo predecessore . Sempre dai “Promessi sposi”: “La storia ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa”.

La guida che doveva dare indicazioni ai gabellieri su come bloccare gli ingressi alla città “risoluta il 30 d’ottobre, non fu stessa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano”. L’intervento tardivo del governatore, quindi, fu del tutto insufficiente a proteggere la popolazione milanese dalla diffusione del morbo e fu dettato alla sua incapacità di vedere la realtà e di individuare i problemi realmente urgenti. Quando le autorità si arresero all’evidenza, fu ormai tardi e i radicali interventi preventivi furono superati dagli eventi: “I delegati presero in fretta e in furia quella misure che parver loro migliori, e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso”.

L’interesse a non vedere la realtà accomuna, tuttavia, le autorità e la cittadinanza. “L’imperfezion degli editti” si sommò alla “trascuranza nell’eseguirli” e alla “destrezza nell’eluderli”. Abiti e masserizie probabilmente contaminati, che avrebbero dovuto esser bruciati, furono oggetto di furto e di scambio. E se “di quando in quando, ora in questo ora in quel quartiere” qualcuno moriva “la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità”. Il desiderio di non contraddire le posizioni già assunte e la paura di una realtà che si preferirebbe non vedere spinsero a cercare caparbiamente, “contro la ragione e l’evidenza”, spiegazioni che contraddicessero i dati reali.

Di fronte al diffondersi del male, le autorità delle varie città colpite emisero infine tutta una serie di provvedimenti, simili dappertutto: mettere guardie ai confini dello stato affinché nessuno potesse passare senza la “bolletta di sanità” attestante il proprio stato di salute; proibizione di fiere e mercati; attenta vigilanza alle porte della città; nomina di commissari con incarichi vari di igiene pubblica; istituzione di lazzaretti ove isolare i colpiti; sepoltura dei morti in fosse comuni, coperte poi di calce; bruciatura delle robe infette (sia vestiti, che panni qualsiasi ed anche mobilio); nomina di appositi medici cui affidare la cura dei malati; bando di quarantene per cercare di debellare l’epidemia. Fu disposta anche l’uccisione di tutti i cani e di tenere profumate le stanze.

Il Tribunale di Sanità

Venne inoltre istituito il Tribunale di Sanità per condannare coloro ritenuti responsabili, in quei terribili momenti, di gravi colpe come non aver obbedito alle disposizioni impartite specie riguardanti la denuncia dei casi di malattia, il commercio di robe infette, il viaggiare senza le necessarie bollette. Sorse allora in diversi luoghi anche la diceria degli untori, “persone queste scellerate che, al servizio del demonio, andavano ungendo le porte delle case con misteriosi preparati, al fine crudele di diffondere la peste”. Di qui processi, condanne ed orrendi supplizi.
Sul Tribunale della Sanità, che pur dopo resistenze comprese la situazione, caddero strali da ogni parte poiché la popolazione non comprese la necessità delle norme da esso fissate e le percepì come “vassazioni senza motivo, e senza costrutto”.

Anche i pochi medici che agirono con energia e con coraggio furono oggetto di vero odio perché in contrasto con la comoda difensiva pubblica opinione. Di fronte all’atteggiamento concorde di quest’ultima e del Governo, la stragrande maggioranza dei medici infatti si adattò, confermando “scientificamente” l’assenza di pericolo: “Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in quel caso, voce di Dio?), deridevan gli aùguri sinistri, gli avvertimenti minacciosi dei pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso”.

Sintomi e terapia

Sintomi di peste erano l’insorgenza di una febbre elevata, delirio, sete ardente, acuti dolori di testa e al torace, vomito, emorragie, polso debole e frequente e poi, segni indubbi, il presentarsi di bubboni all’inguine e alle ascelle, carbonchi e macule; alta era la contagiosità e la morte sopravveniva in genere dopo 5-7 giorni. Pochissimi quelli che guarivano.

La terapia era la più varia e parecchio discutibile, quantomeno ai nostri occhi: medicamenti principi erano la teriaca, gli alessifarmaci, la pietra Belzoar, il mitridate, l’orvietano, vari tipi di pillole portentose, l’ingestione di preparati a base di pietre preziose, l’olio contro veleni, la terra sigillata, alcune erbe medicinali (come la tormentilla, la borragine, l’angelica, il cardo mariano); i bubboni poi si dovevano incidere ed anche bruciare. Fra le tante specialità miracolose, vi era quella di pestare insieme arsenico, garofani, zafferano, zenzero e ruta, metterli in un sacchetto da portare sopra la camicia dalla parte del cuore.

Curiosi ma inefficaci rimedi, malauguratamente, così come curioso era l’abito consigliato ai medici in questi tragici momenti nel visitare gli infermi; esso consisteva in un grande vestito incerato, con in testa un cappello, una maschera con un lungo becco al volto munita di occhiali, con una piccola verga in mano con la quale toccare, a debita distanza, i contagiati; era consigliato inoltre portare dei contravveleni per protezione, come ad esempio delle palle odorose da annusare di volta in volta.

Un cenno anche al ricorso della protezione di santi taumaturghi. Nel terrore della morte, oltre ad invocare la Madonna, particolare culto popolare in tempo di peste lo ebbero il già citato San Sebastiano e San Rocco, vissuto all’inizio del XIV secolo, che si mise al servizio della comunità malata per assistere gli infettati, che guariva dai segni di contagio con le imposizioni delle mani.

Accanto alla peste, indubbiamente la manifestazione più importante, ricordiamo che in questo secolo si presentarono, anche in modo acuto ed epidemico, altre malattie infettive come la malaria, ben indagata allora dal medico romano Giovanni Maria Lancisi, che richiamò l’attenzione sulle tante zanzare che abbondano nelle paludi ed in queste vide la causa della malattia, pensando che con le loro punture fossero capaci di inoculare nel sangue un “veleno” atto a produrre il male. Inoltre si manifestarono altre epidemie come, ad esempio, di tifo petecchiale, specie in Germania e in Francia ed in Italia, negli anni 1628-32, di vaiolo, di scarlattina e di difterite.

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