“L’altra metà del pop”: in un libro l’emancipazione femminile sulle copertine dei dischi - BergamoNews
L’intervista

“L’altra metà del pop”: in un libro l’emancipazione femminile sulle copertine dei dischi fotogallery

L’autore Paolo Mazzucchelli: “Ho voluto dare spazio alle artiste rimaste sconosciute per ragioni che non comprendo".

Potreste rimanere stupefatti dal sapere quante informazioni sulla storia, sulla nostra cultura e sulla società possiamo ricavare dalle copertine dei dischi.

Moda, costumi, religione, politica, tutto passa attraverso la sensibilità dei musicisti e, poi, degli illustratori che danno un’immagine degli album. La figura della donna è un altro esempio di storia rimasta scritta sulle copertine dei vinili e cd.

Paolo Mazzucchelli, bergamasco che da più di quarant’anni si occupa di musica, ha deciso di scrivere un libro su questo argomento. È nato così “L’altra metà del pop: l’emancipazione femminile rappresentata nelle più belle copertine dei dischi”, edito da Stampa alternativa. Con prefazione di Grazia Di Michele.

Oltre a raccontare il percorso dell’emancipazione femminile dal secondo dopoguerra in poi, Mazzucchelli riscatta le grafiche illustratrici rimaste ingiustamente nell’ombra. Nessuno aveva mai trattato l’argomento in questo modo e nessuno si è mai preoccupato di chiamare in causa le creative. C’è la famosissima Annie Leibovitz – “la ragazzaccia rock”, diventata famosa durante i suoi tredici anni da giornalista di Rolling Stone – ma tutte le altre sono rimaste sconosciute. “Con questo libro ho voluto dare spazio alle artiste rimaste sconosciute per ragioni che non comprendo”.

Come nasce “L’altra metà del pop?”

Già con il precedente libro (“I vestiti della musica”) sulla storia delle copertine dei dischi avevo iniziato un lavoro di analisi delle copertine nell’ambito dell’illustrazione discografica, come elemento di marketing e come rappresentazione dell’evoluzione degli artisti e delle società. Raccontavo questo in uno show costruito appositamente. Lo spettacolo fa centocinquanta repliche in tutta Italia. Poi arriva la proposta da parte dell’assessorato alla Pari Opportunità del Comune di Brescia: realizzare una serata ad hoc sul percorso dell’emancipazione femminile in rapporto con le copertine dei dischi. Mi sono tuffato in questa avventura: così conosco un mondo che non mi sarei mai aspettato. Ho cominciato a capire come il percorso di emancipazione fosse strettamente legato all’immagine che veniva data della donna nei vari decenni. Tutto va di pari passo con i cambiamenti della società. È stato un lavoro affascinante, grazie al quale ho scoperto forse l’aspetto più interessante di questo settore dell’industria musicale.

Quale?

Il grandissimo apporto di donne creative nella realizzazione di copertine di dischi. Mi occupo di musica da quarant’anni, come tutti gli appassionati, conosco il nome di grafici e di fotografi passati alla storia. Ma nessuno mi aveva mai raccontato quante donne avessero creato copertine diventate iconiche. In questo vedo una discriminazione di genere: perché si parla solo dei professionisti e non delle professioniste? Allora ho iniziato un lavoro di ricerca sulle creative, due delle quali sono riuscito a rintracciare e intervistare: la tedesca Gil Funciuss e l’italiana Vanda Spinello.

Che cosa ci dicono le copertine sulla società e sul mondo della musica?

Ci dicono che il mondo pop-rock è un mondo a viraggio maschile. Quindi tutto ciò che viene riferito alla donna è posto dal punto di vista maschile, sia dal punto di vista delle copertine, sia da quello dello scopo finale: vendere. Ecco perché negli anni ’70 si arriva a scambiare i centimetri di pelle nuda mostrata come emancipazione femminile, ma in realtà – secondo me- se ne fa merce di pessimo gusto. Nel libro uso un parallelo esemplificativo. La grafica degli anni Settanta tratta la donna allo stesso livello del peggio delle pubblicazioni per soli uomini. Con molta umiltà – perché sono uomo – mi permetto di dire che questa non è emancipazione.

Da dove parte il viaggio di “L’altra metà del Pop”?

Siamo tra gli anni ’40 e gli anni ’50, quando si comincia a lavorare alla grafica applicata alle copertine dei dischi. In questo periodo emerge una donna, coperta, tratteggiata come casta, ma con degli elementi di seduzione.

Cosa succede poi negli anni ’60?

La donna comincia a diventare protagonista delle copertine in una maniera diversa. Ad esempio, nel libro riporto la copertina di un trio folk, Peter, Paul and Mary, quindi un tipo di musica che inizia a diventare impegnata. Nel retro vediamo Mary per quello che è, una artista, donna lavoratrice, che partecipate alle manifestazioni. Una donna protagonista del suo tempo che inizia ad avere un ruolo preciso nel mondo che sta cambiando. Poi arriviamo agli anni ’70 in cui troviamo la copertina dell’album “Workin’ togheter” di Ike e Tina Turner. Viene venduta l’immagine di una coppia felice, nel lavoro e nella vita, in realtà dietro si nasconde una tremenda storia di violenza domestica a cui lei era sottoposta. Tina Turner riuscì a sfuggire da tutto questo solo nel decennio successivo. Un dramma ancora adesso non risolto.

Cosa vediamo ancora negli anni Settanta?

Vediamo un passo indietro, anche nel mondo della musica, rispetto al percorso dell’emancipazione femminile. Certo, stavano cambiando i gusti sessuali, il senso comune del pudore. Ma in questo periodo il corpo della donna viene usato per vendere. Ma poi arriva il punk e cambiarono molte cose…

Cosa accade?

C’è un aneddoto che amo raccontare. È la prima volta in cui alcuni musicisti, tra cui i Clash, vedono in concerto Patty Smith. Londra, 1976. Tutti ricordano l’annuncio che lei fece, invitando le ragazze presenti in sala a non vergognarsi a mostrare il proprio viso. Un messaggio rivoluzionario! Come il punk, che dà la possibilità alle donne e alle grafiche di proporre la propria arte. Le donne dei gruppi punk sono considerate parte del gruppo a tutti gli effetti. Finalmente c’è un rapporto paritario, grazie alla musica meno mainstream.

E nel decennio successivo?

Qui accade qualcosa di davvero importante. Si inizia a parlare della questione di genere: persone come Grace Jones (cantante, attrice e modella jamaicana ndr) danno un’immagine di una sessualità completamente diversa. Però emerge un’altra discriminazione nei confronti delle donne, quella dell’omosessualità femminile. Un tabù di cui non si era mai parlato. Una serie di cantautrice, come Tracy Champan e Sinéad O’Connor, raggiungono la vetta delle classifiche, vendendo milioni di dischi. E alcune di loro fanno coming out. Quello che fece David Bowie all’inizio degli anni ’70. Sono donne che hanno avuto coraggio immenso.

Un’altra coraggiosa rivoluzionaria è stata Joni Mitchell.

Lei gioca un ruolo importantissimo. Lei è stata una di quelle che ha deciso di gestore in proprio la parte grafica dei propri lavori, utilizzando degli autoritratti. Lei se ne frega del passare del tempo, nelle varie copertine vedi lei che invecchia, in un mondo in cui invecchiare sembra quasi un peccato mortale. Lei rifiuta tutto questo.

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