Papa Francesco va in Iraq: primo viaggio di un pontefice in un Paese sciita - BergamoNews
Dal 5 all'8 marzo

Papa Francesco va in Iraq: primo viaggio di un pontefice in un Paese sciita

Il 33° viaggio internazionale prevede 4 discorsi, 2 omelie, un Angelus (in italiano) e una preghiera di suffragio per le vittime della guerra.

Baghdad; la Piana di Ur legata alla memoria del patriarca Abramo; Erbil; Mosul e Qaraqosh nella Piana di Ninive.

Sono i principali appuntamenti di Papa Francesco nel viaggio (5-8 marzo 2021) in Iraq.

Venerdì 5 a Baghdad incontra presidente, autorità, corpo diplomatico; nella Cattedrale siro cattolica Nostra Signora della salvezza incontra vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, seminaristi e catechisti.

Sabato 6 a Najaf incontra il Grande Ayatollah Sayyid Ali al-Husaymi al-Sistani e nella Piana di Ur ha un incontro interreligioso; nella capitale Messa nella Cattedrale caldea San Giuseppe.

Domenica 7 a Mosul prega per le vittime della guerra; a Qaraqosh incontra la comunità nella chiesa Immacolata Concezione; a Erbil Messa nello stadio “Franso Hariri”.

Lunedì 8 rientro.

Il 33° viaggio internazionale prevede 4 discorsi, 2 omelie, un Angelus (in italiano) e una preghiera di suffragio per le vittime della guerra. È il primo viaggio di un Papa in un Paese sciita. Una visita difficile: per lottare contro la pandemia il ministero della Salute ha imposto la chiusura totale. Il Vescovo di Roma si muove dopo 15 mesi di blocco delle visite e dei viaggi nazionali e internazionali. E ha scelto un Paese martoriato da guerre, terrorismo, conflitti. Nessun bagno di folla ma il Papa vuol far sapere che «sono vicino agli iracheni», in un Paese chiave del rebus mediorientale.

TERRA CONTESA DA MILLENNI – Vuole esprimere vicinanza a una terra contesa da millenni e attraversata da conflitti insanabili: le ultime guerre sono le due del Golfo (1990 e 2003) e quella scatenata dallo Stato Islamico (2014-2017). Poi conflitti causati da rivalità etniche alimentate dall’esterno. Il Paese è scosso da un terrorismo devastante e dalla guerriglia di eserciti e milizie: vittime soprattutto le popolazioni civili. A fine gennaio un doppio attentato suicida a Baghdad, rivendicato da terroristi islamici, ha provocato più di 35 vittime. L’itinerario prevede una sosta a Nassirya, sulle rive dell’Eufrate, nella Piana di Ur, dove dal 2003 al 2006 ci furono attentati contro le forze armate italiane impegnate nell’«Operazione Antica Babilonia»: il più grave il 12 novembre 2003 provocò 28 morti. Anche Mosul è una città martire, fu capitale dello Stato islamico ed è la seconda città, capoluogo del governatorato di Ninive: mostra i segni e le ferite della dominazione del Califfato: le macerie ricoprono ancora cadaveri di miliziani. I terroristi hanno distrutto trenta chiese: nessuna è stata ricostruita, e neppure le moschee e i mausolei. Con il Papa pregheranno cristiani delle varie Chiese, musulmani, yazidi e altre fedi.

CHIESA DI MARTIRI – Papa Francesco vuole esprimere vicinanza e solidarietà alla minoranza cristiana di antichissime origini: il Cristianesimo vi fu predicato da due discepoli dell’apostolo Tommaso. Undici anni fa nella Cattedrale siro cattolica Nostra Signora della salvezza in centro a Baghdad, il 31 ottobre 2010, durante la Messa, cinque terroristi islamici massacrano 48 cristiani, tra cui due sacerdoti: Thaer Abdal e Wassim Kas. Per questi martiri è in corso la causa di beatificazione. Anche bambini: Adam 3 anni, un neonato di 3 mesi e un bimbo nel grembo della mamma. Una settimana prima in Vaticano si era chiuso il Sinodo speciale per il Medio Oriente (10-24 ottobre 2010) convocato da Benedetto XVI. I vescovi avevano denunciato l’orribile situazione dei cristiani sottoposti a persecuzioni e attacchi. Quella irachena è una Chiesa di martiri: suor Cecilia Moshi Hanna uccisa a Baghdad nel 2002; il sacerdote caldeo Ragheed Ganni e tre diaconi massacrati a Mosul nel 2007; l’arcivescovo caldeo di Mossul, Paulos Faraj Rahho nel 2008. Benedetto XVI invocò: «Basta stragi, basta violenze, basta odio. Siano la riconciliazione, il perdono, la giustizia e la convivenza fra tribù, etnie e gruppi religiosi la via alla pace». La presenza del Papa sarà una significativa testimonianza nel ricordo dei martiri passati dalla mensa terrestre a quella del cielo nel giorno del Signore. Fu un attentato contro la fede della gente comune. Un particolare agghiacciante: Adam, 3 anni, mentre i terroristi sparavano all’impazzata con i mitra, urlava “Basta, basta, basta”.

DIALOGO, TOLLERANZA, DIRITTI UMANI – Nella tappa di Najaf, roccaforte sciita, il Papa incontra il Grande Ayatollah Sayyid Ali al-Husaymi al-Sistani, autorità religiosa di riferimento, che si oppone al terrorismo. Ancora non si sa se Francesco sottoscriverà, con la massima autorità sciita, la dichiarazione sulla “Fraternità umana” come fecero Francesco e il Grande Imam dei sunniti ad Abu Dhabi. Sarebbe un bel colpo poiché, oltre all’impegno per la pace e la fratellanza, vi si afferma il primato dei diritti umani e del principio di cittadinanza. Amnesty international ricorda che l’Iraq è il quarto Paese per numero di esecuzioni capitali dopo Cina, Iran e Arabia Saudita. Perché il dialogo con al-Sistani è cruciale? Rispondono gli esperti: perché egli porta avanti da tempo l’interpretazione “quietista”, in cui religione e politica sono divise. Nato in Iran nel 1930, non ha mai appoggiato lo Stato teocratico iraniano. Mentre il Grande Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, autore della rivoluzione del 1979 da cui nacque lo Stato teocratico, riteneva che “solo una buona società può creare buoni credenti”, al-Sistani pensa che “solo i buoni cittadini possono creare una buona società”.

SUNNITI E SCIITTI, CONVERGENZE E DIFFERENZE – Sunniti: è la corrente maggioritaria (80 per cento dei musulmani) formata dopo la morte di Maometto. Sono i seguaci della “sunna, tradizione”, detti e fatti di Maometto e si considerano il ramo ortodosso. Non c’è un vero e proprio clero: chiunque, preparato islamicamente, può guidare la preghiera (“imam”), stare davanti ai fedeli e condurre il culto. I veri potenti sono i saggi e gli studiosi (“ulema, mufti, mullah”) con le loro prediche infiammano gli animi in televisione e su Internet. Sciiti: è il secondo gruppo (10-15 per cento) diviso in varie correnti. È diffuso in Iran (maggioranza della popolazione), Iraq (un terzo), Pakistan (20 per cento), Arabia Saudita (15%), Bahrein (70), Libano (27), Azerbaigian (85), Yemen (50), Siria, Turchia e Occidente. Ha un clero organizzato e preparato in Scienze islamiche. Per salire nella gerarchia occorre studiare e si diventa “mullah” e poi “ayatollah”.
Pier Giuseppe Accornero

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