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Scaglia: "Il lockdown ha colpito le piccole imprese bergamasche, la moda più di tutte" - BergamoNews
Un anno dopo

Scaglia: “Il lockdown ha colpito le piccole imprese bergamasche, la moda più di tutte”

Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo, ci aiuta a leggere la radiografia dell'economia bergamasca al tempo del Covid e in attesa del vaccino che dovrebbe traghettare tutto verso una ripresa alla normalità.  

Dodici mesi che sembrano un decennio. L’economia della bergamasca è stata la prima ad essere colpita dalle conseguenze della pandemia Covid 19. In questo periodo drammatico e difficile, Confindustria Bergamo ha intrapreso un percorso per unirsi con Confindustria Lecco e Sondrio e Bergamo ha perso la sua banca del territorio: Ubi Banca è stata assorbita da Intesa Sanpaolo.

Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo, ci aiuta a leggere la radiografia dell’economia bergamasca al tempo del Covid e in attesa del vaccino che dovrebbe traghettare tutto verso una ripresa alla normalità.

Come è cambiata l’economia in questi dodici mesi?

Sicuramente le imprese escono provate da questa situazione, anche se il tessuto di partenza era un tessuto robusto e quindi come consuntivo si può dire che le cose sono
andate e stanno andando per l’industria forse meglio di quanto si potesse immaginare un anno fa. Perché i risultati del 2020 sono la media di un primo semestre che risente di un prolungato periodo di fermo delle attività e di un secondo semestre, in particolare gli ultimi mesi dell’anno, in cui abbiamo assistito ad una buona ripresa degli ordinativi e della produzione. Quindi sicuramente il 2020 chiude con un segno negativo per la maggior delle imprese, ma la prospettiva di questa prima parte dell’anno ci fa ben sperare.

Le imprese riescono a resistere?

I problemi non sono ancora emersi. Il centro studi di Cassa Depositi e Prestiti prevede un aumento delle probabilità di fallimento delle imprese dal 4,5% del 2020 al 6%
per l’anno 2021, con impatto diversificato sui settori e per area geografica. Infatti, la manifattura vede crescere la probabilità di insolvenza dal 4,4% al 5,4% mentre il settore dei servizi passerà dal 5,8% al 7,3%, pari a circa 115,000 imprese che rischiano il fallimento; soffriranno di più le imprese più piccole e quelle situate nel Sud del Paese. Queste sono situazioni che dovranno essere affrontati nel 2021 o nella seconda parte dell’anno. Il punto critico è come accompagnare questa ristrutturazione, da una parte dando alle aziende che hanno le capacità di uscire con successo dalla crisi la possibilità di ristrutturare il debito senza passare da procedure complesse oltre ad attivare convenienti strumenti di ricapitalizzazione per renderle più solide. Dall’altra occorre consentire alle imprese che non riescono a superare le conseguenze della crisi sanitaria di uscire dal mercato attraverso procedura semplificate, gestendo una eventuale riqualificazione e una veloce reimmissione sul mercato degli addetti. Per ora, grazie a sussidi e alle moratorie sui mutui si è riusciti a garantire la tenuta del sistema, ma a breve bisognerà accompagnare la ristrutturazione inevitabile del sistema delle imprese.

Quale è il settore che ha sofferto di più?

Dall’Osservatorio di Confindustria Bergamo che abbiamo promosso per comprendere meglio la posizione delle nostre imprese associate, abbiamo visto che il 50% delle imprese chiuderà con risultati inferiori, rispetto all’anno scorso, fino a un 20%. E un 25% con risultati inferiori al 2019 in misura addirittura superiore al 20%. I settori più colpiti sono quelli legati alla moda e abbigliamento, la meccanica e l’automotive sono in situazione mediana e quelli che hanno meno risentito sono quelli della gomma plastica, farmaceutico e alimentare.

In questo momento di crisi Confindustria Bergamo ha deciso di legarsi a Confindustria Lecco-Sondrio. Un chiaro segnale che l’unione fa la forza? Da una crisi si esce uniti, se si fa squadra?

Credo che questo sia un po’ una dimostrazione, una rappresentazione del fatto che le imprese, sia singolarmente sia in forma associata, comunque guardano oltre, cercano di costruire un’organizzazione più adatta alle sfide future e cercano di avere una visione per i prossimi anni. Secondo me è una rappresentazione che il mondo dell’impresa, e della manifattura in particolare, ha saputo reagire. La manifattura è stato il settore che, dai dati e  dalle statistiche ha retto meglio come output ed export e ha retto e sta reggendo l’economia del Paese.

Il sindacalista Ferdinando Uliano in un’intervista ha affermato: “Il paradosso? Abbiamo reso più sicure le fabbriche degli ospedali”. Condivide questo giudizio?

“Non vorrei seguire questo ragionamento perché gli ospedali hanno dovuto affrontare una situazione ben diversa: noi come imprese abbiamo dovuto attrezzarci per continuare a svolgere in sicurezza il nostro mestiere. Gli ospedali oltre a effettuare la loro attività ordinaria hanno dovuto attrezzarsi per gestire un evento straordinario di dimensioni che nessuno poteva prevedere, quindi non mi sento di essere d’accordo con il paragone. Sono certamente d’accordo nel dire che le imprese hanno saputo organizzarsi e mettere in sicurezza le proprie operazioni per poter continuare. Mi fa piacere che questo venga riconosciuto perché già un anno fa, appena realizzato ciò che stava succedendo, ci siamo organizzati e avevamo cominciato a ragionare con ATS e i sindacati per prepararci ad affrontare questa situazione. Mi fa piacere che alla prova dei fatti le imprese che erano state viste come luogo pericoloso di contagio si sono rivelate come luoghi controllati e sicuri”.

Ha debuttato un nuovo Governo alla guida di Mario Draghi. Che cosa si aspetta dal nuovo esecutivo?

“Le riforme annunciate e cioè la riforma della burocrazia e la semplificazione, la riforma della giustizia e la riforma fiscale sono le tre riforme che come imprese da tempo
chiediamo e auspichiamo perché si possa finalmente avere un Paese più semplice, competitivo e vicino alle imprese e ai cittadini. Ci auguriamo che sia la volta buona.
Queste riforme sono sicuramente un’azione essenziale per riportare competitività, efficienza e sviluppo per il nostro Paese”.

Un’ultima domanda. Quest’anno Bergamo ha perso anche Ubi Banca che è stata assorbita da Intesa Sanpaolo. A Bergamo è necessaria e manca una banca del territorio?

“Il tema non è che un’impresa avesse bisogno di una banca di riferimento, di una banca di territorio: ha bisogno di una banca vicina, che ne capisca le esigenze, il business, il territorio e la comunità in cui è inserita. Il fatto che UBI fosse una banca la cui direzione e il cuore strategico fossero localizzati a Bergamo, aveva indubbiamente impatto sui livelli occupazionali, sui livelli di attrattività della nostra città. Il fatto di avere la direzione di una grande banca nazionale per la città aveva tutta una serie di effetti positivi. Dal punto di vista territoriale era certamente importante”.

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