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Remuzzi: “Uno studio ci aveva messo in guardia dal virus, nessuno lo ha preso sul serio”

Il 24 gennaio 2020, pubblicato sulla rivista Lancet, conteneva molte informazioni sul nuovo Coronavirus: "Abbiamo buttato via un mese"

La domanda è quella che molte, moltissime persone ancora oggi si pongono. “Un anno fa, potevamo accorgerci che la Cina era già arrivata a Bergamo?”. Difficile rispondere. Ma secondo lo scienziato Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, si poteva quantomeno essere preparati.

“Già il 24 gennaio 2020, grazie ad uno studio cinese pubblicato sulla rivista Lancet, potevamo conoscere molte caratteristiche del Covid-19 – ha risposto in videocollegamento durante la presentazione del libro ‘Preghiera per Nembro, ad un anno esatto dai primi casi di contagio registrati in Bergamasca -. Purtroppo la comunità scientifica occidentale non ha dato sufficiente credito a quel lavoro”.

Lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica (“europea”, fa notare Remuzzi) metteva in guardia dalla malattia che aveva aggredito la città di Wuhan. “Descriveva le caratteristiche dei pazienti Covid, i sintomi e le possibili misurazioni di laboratorio da effettuare”. Quattro settimane dopo le notizie dei primi focolai a Codogno, Alzano Lombardo e Nembro rimbalzavano sui media locali e non. Il resto è storia.

“Forse quello studio lo hanno letto in pochi, forse nessuno si è fidato delle informazioni che arrivavano dalla Cina – aggiunge Remuzzi -. Sta di fatto che c’era un mese di tempo in cui si sarebbe potuto fare moltissimo. Nel giro di 48 ore avremmo dovuto interrogarci sui dispositivi di protezione a disposizione, su come gestire il distanziamento e tutti quei temi che lo studio prendeva in considerazione. Di questo – conclude lo scienziato bergamasco – siamo tutti colpevoli, me compreso”.

Che l’esplosione del Covid in Bergamasca fosse percepita come un qualcosa di “inimmaginabile” lo testimoniano le parole del presidente dell’Ordine dei Medici Guido Marinoni, a sua volta presente all’evento. Una delle voci più autorevoli e apprezzate durante i mesi più bui della pandemia. “Ma all’epoca anch’io parlavo del Covid come se fosse qualcosa che riguardava un altro mondo, una realtà lontana – confessa -. Mi ricordo che il 21 febbraio in Ats ci fu una riunione con più di cento medici in presenza, tutti senza mascherina nonostante dicevamo fosse lo strumento fondamentale per proteggerci. Oggi non ci crederebbe nessuno”.

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