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Preoccupante la situazione in Bergamasca: più 96% di contagi in 14 giorni

Il rapporto tra contagiati e popolazione è al 3% in provincia e al 3,3% in città. nell'ultima settimana più 11 decessi

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Si fa sempre più preoccupante la situazione in Bergamasca: si sta andando verso un evidente peggioramento che riguarda anche altre province lombarde e molte regioni d’Italia.

Vediamo innanzitutto i dati riguardanti la nostra provincia: 1.245 i contagi settimanali, in rialzo del 96% in soli 14 giorni. In aumento i ricoveri in Area Covid (262 contro 252) e quelli in Terapia intensiva (33 contro 29). Il rapporto tra contagiati e popolazione è al 3% in provincia e al 3,3% in città. Crescono anche i decessi (+11).

Da segnalare che in soli 15 giorni abbiamo il 100% in più di persone in isolamento obbligatorio o fiduciario (circa 2500 le prime e 5.000 le seconde), segno evidente che la circolazione del virus sta aumentando parecchio. Particolarmente colpita è la zona della provincia vicino a Brescia, dove si riscontra una situazione ancor più complessa della nostra: 3.924 i nuovi casi settimanali in aumento di 548 sul dato precedente (3376).

La situazione in Lombardia

Passiamo alla Lombardia e analizziamo la dinamica dei numeri: l’ultima settimana epidemiologica si è chiusa con 16.369 nuovi casi, segnando +20% sui 13.643 del periodo precedente (a sua volta chiuso con una crescita del 19,3%). I tamponi molecolari effettuati nel periodo sono stati 189.081, contro 168.551 del periodo precedente (+12%). I test rapidi (68.494) sono leggermente aumentati dal periodo precedente (63.172). Bene quindi, contrariamente al dato nazionale, che segna solo un +1,2%, l’espansione, che ci si augura possa ulteriormente aumentare, dei tamponi molecolari. In rialzo, nel periodo, il numero dei posti occupati in terapia intensiva, da 366 a 391, e il numero dei nuovi ingressi in terapia intensiva: 162 nell’ultima settimana epidemiologica contro i 134 del periodo precedente. L’Rt della Lombardia, calcolato alla sera del 22 febbraio è 1.32. La dinamica del contagio nella Regione, considerando gli ultimi giorni (incluso il dato odierno) mal si concilia con le modeste restrizioni collegate alla fascia di rischio di colore giallo, che dovrebbero portare a un ulteriore rialzo già nel corso della prossima settimana.

A questo proposito, la rapidità con cui si diffonde in Italia la variante inglese del Sars-CoV-2, che rappresentava il 17,8% dei casi a inizio febbraio e che le proiezioni stimano come forma prevalente già nella prima settimana di marzo, impone un rapido ripensamento delle iniziative di contrasto: sia per l’entità delle misure di mitigazione, sia soprattutto per la tempestività della risposta. Nel primo caso è difficile credere che le zone gialle, largamente inefficaci contro la forma originaria del virus, possano reggere l’urto di un virus dotato di una contagiosità superiore del 50% circa, portando quindi a pensare alle misure da zona arancione come le minime indispensabili per ottenere una qualche forma di contenimento del contagio. Nel secondo caso, ovvero la tempestività delle risposte, non è possibile affidarsi a interventi che riflettano come è accaduto finora la situazione di 10-15 giorni prima: in quell’arco di tempo il numero dei nuovi casi potrebbe crescere fino a diventare difficilmente controllabile.

In aumento i contagi nazionali

La ripresa è quindi iniziata anche a livello nazionale: la chiusura della settimana epidemiologica 16-22 febbraio, ci mostra che i casi sono stati 89.714, in rialzo (+6%) rispetto agli 84.591 della settimana precedente. I tamponi molecolari effettuati nel periodo sono stati 1.014.027, contro i 968.526 della settimana precedente. Riportiamo come puro dato statistico i numeri dei test rapidi, che sono inadeguati per il tracciamento della popolazione generale (dovrebbero essere riservati all’analisi rapida di gruppi chiusi, come in presenza di focolai in scuole, aziende o Rsa) e del tutto inutili ai fini del sequenziamento del virus per l’individuazione di possibili varianti: il numero totale dei test eseguiti è 867.725, e segna un -0,5% sugli 872.337 precedenti. In sintesi, abbiamo leggermente aumentato il numero dei tamponi molecolari, che dovremmo invece fortemente incrementare fino ad almeno 250.000 al giorno (picco raggiunto lo scorso 19 novembre 2020) e abbiamo mantenuto quello dei test meno utili, che dovremmo considerare come un accessorio nella campagna di testing destinata a fotografare la diffusione dell’epidemia sul territorio nazionale.

Ulteriore considerazione: il tasso di positività che giornalmente ci viene comunicato (intorno al 5%) è la media fra il 9% dei molecolari e l’1% dei rapidi.

Sostanzialmente stabile il numero dei posti letto occupati in terapia intensiva, che nel periodo sale di 29 unità: da 2.089 del 15 febbraio a 2.118 del 22 febbraio. Per quanto riguarda i nuovi ingressi in terapia intensiva, la settimana epidemiologica si chiude con 1.019 ricoveri, in rialzo sui 971 della settimana precedente

Un anno fa

In questi giorni si ricorda il primo anniversario dall’inizio della pandemia in Italia. Come sappiamo essa si è abbattuta con una prima ondata primaverile, seguita da una breve pausa nel corso dell’estate. L’illusione di esserne usciti è però durata poco e già all’inizio di settembre il virus ha ripreso la sua marcia, pur non essendo ancora fuori controllo. Il primo Dpcm della seconda ondata, che viene firmato il 13 ottobre, certificava invece che la seconda ondata era in corso. Essa si rivelerà più nefasta della prima. A cominciare dai decessi: dal 24 febbraio al 1° settembre i morti furono 35.491. Da allora a oggi li abbiamo ampiamente superati, con altri 60.501. In totale si contano quindi 95.992 vittime “ufficiali”, alle quali dobbiamo aggiungere i decessi non addebitati al Covid (specialmente nella prima fase e fortemente sospettati invece di esserlo) e quelli di chi, a causa dell’eccessiva pressione sul sistema ospedaliero, non ha trovato cure adeguate nei tempi previsti: a tutte queste persone, e alle loro famiglie, rivolgiamo un pensiero. Se ancora dobbiamo trovare una motivazione per accettare le misure di mitigazione, e la riduzione temporanea delle nostre libertà personali, quell’abnorme numero che troppo spesso guardiamo come se fosse scontato e inevitabile ci dà una risposta fin troppo chiara.

L’Europa

Vediamo ora come viene affrontata l’epidemia nei principali Paesi europei. L’Inghilterra (che consideriamo Europa nonostante la Brexit) è il Paese dove è stata individuata per la prima volta la variante nel settembre del 2020, e costituisce un esempio molto chiaro di quali effetti si ottengano contrastando la forma mutata del Sars-CoV-2 con misure progressive a intensità crescente: dapprima con chiusure localizzate nelle aree a maggiore circolazione della variante; poi con chiusure più estese e impatti progressivamente crescenti sulle attività produttive e commerciali in base ai dati rilevati sul territorio; fino ad arrivare a un lockdown con il blocco delle attività non essenziali e l’obbligo di restare a casa. Strategie che rispondono alle mosse del virus, invece di anticiparle. L’ultima settimana ha segnato un’importante inversione di tendenza, con nuovi casi, ricoveri e decessi che si sono ridotti di circa il 25%, riportandosi per la prima volta sui livelli di inizio novembre: effetti direttamente collegabili all’introduzione delle restrizioni più dure e al fatto di avere già vaccinato (con prima dose) il 27% degli abitanti.

In Germania il lockdown, anche se più “morbido” rispetto alla scorsa primavera, è scattato il 16 dicembre: quindi prima della diffusione su larga scala della variante inglese che attualmente rappresenta il 18% dei nuovi casi. Le misure sono ancora in vigore, con l’intento di arginare un’ulteriore diffusione della forma mutata, e sono state prorogate fino al 7 marzo nonostante una situazione epidemiologica largamente migliore rispetto a quella italiana: se prendiamo a riferimento la settimana 6-12 febbraio l’incidenza a livello nazionale è stata di 92 nuovi casi per 100.000 abitanti (143 in Italia); l’occupazione dei posti letto in area critica è scesa del 13% ; i casi attivi (attualmente positivi) sono stati 200 per 100.000 abitanti (700 in Italia) con un Rt medio di 0.87 contro 1.03 del nostro Paese.

Passiamo alla Francia, dove il governo non ha ancora deciso un lockdown vero e proprio e la variante inglese mostra una diffusione vicina al 25%. Il numero dei nuovi casi è sostanzialmente stabile negli ultimi 30 giorni, con valori medi quotidiani superiori a quota 20.000. Oltre alla variante inglese sono stati segnalati casi da variante sudafricana in Alsazia e da varianti sudafricana e brasiliana nella Mosella, entrambe nel Nord-Est del Paese ai confini con Lussemburgo, Germania e Svizzera. Sia per il paese transalpino che per la Germania il numero dei vaccinati è intorno al 6% ( come in Italia).

Nel mondo

I primi dati in arrivo da Israele mostrano per il vaccino Pfizer-BioNTech un’efficacia “sul campo” del 93% nella riduzione della malattia, in linea con il 95% registrato nella fase 3 che ha preceduto l’approvazione. Secondo i dati preliminari del Maccabi Healthcare Services su 523.000 soggetti trattati con una doppia dose solo 544 (lo 0,1%) sono state infettate: di queste 15 sono state ricoverate, 4 con una forma severa della malattia (nessun decesso). Alcuni dati preliminari indicano anche una forte riduzione della carica virale nei soggetti over 60 (l’80% è già stato sottoposto a doppia inoculazione, il 90% alla prima dose) con valori del 60% inferiori a quelli rilevati della popolazione tra i 40 e 59 anni. Prima della metà di gennaio, quando è stata raggiunta la copertura di una quota maggioritaria degli over 60, la carica virale non mostrava differenze sostanziali tra i due gruppi. A ulteriore conferma della validità del vaccino i ricoveri degli over 60, già lo scorso 10 febbraio, sono scesi al di sotto di quelli della popolazione più giovane (16-59 anni): dove il numero dei vaccinati è al momento più contenuto (37% solo prima dose, 21% copertura completa con richiamo). In totale è stato vaccinato l’85% della popolazione (prima dose).

Infine segnaliamo il triste primato degli Stati Uniti: da inizio pandemia ha raggiunto le 500.000 vittime, quasi il 20% dell’intero pianeta che, a oggi, ne conta 2.460.000. Quasi 111 milioni sono in totale i casi rilevati da gennaio 2020.

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