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L’impegno per contrastare il riscaldamento globale

Il professor Pezzini spiega la differenza tra i cambiamenti climatici naturali, avvenuti nella storia dell'uomo, e i cambiamenti attuali, provocati in modo repentino dalle azioni umane. Per cambiare queste azioni, è necessario utilizzare, al meglio i finanziamenti europei.

Come è noto il Next  GenerationUE si attua attraverso le numerose raccomandazioni, emesse dal Parlamento e dalla Commissione europea, nel Programma Green Deal europeo. Si tratta di circa 25 documenti (Regolamenti, Direttive Decisioni, Risoluzioni, Comunicazioni..) emanati a partire da gennaio 2020 ad oggi. Il filo conduttore è lo sviluppo sostenibile, all’interno del quale il contrasto ai cambiamenti climatici acquista un’importanza enorme. In queste note ho cercato di spiegare la differenza tra i cambiamenti climatici naturali, avvenuti nella storia dell’uomo, e i cambiamenti attuali, provocati in modo repentino dalle azioni umane. Per cambiare queste azioni, è necessario utilizzare, al meglio i finanziamenti europei. 

Per capire cosa sta avvenendo nel mondo, nei rapporti con i cambiamenti climatici, e perché, il Green Deal europeo, che attua i valori contenuti nel Next Generation EU, suggerisce un’ampia serie di interventi per ripristinare la biodiversità nella “casa comune” in cui viviamo, e pone le premesse per cambiare il modo di produrre, di consumare e spostarci, dobbiamo fare un passo indietro nella storia della civiltà e dobbiamo fare una seria riflessione sulle diverse evoluzioni del clima, durante la presenza dell’uomo nel nostro pianeta. Oltre dieci mila anni fa cominciò a stemperarsi il clima dell’ultima grande era glaciale e consentì ai campi di dare i frutti alle poche persone che abitavano la terra.

Secondo Carlo M. Cipolla (Docente Storia economica alla Sorbona e alla London School of Economics, morto nel 2000) in quel tempo, alla vigilia della rivoluzione neolitica, che segna il passaggio dalla caccia all’agricoltura, nelle zone abitabili, potevano esserci dai 2 ai 20 milioni di persone. Secondo gli antropologi, ci sono voluti 8.000 anni perché la popolazione mondiale raggiungesse, nel 2.000 Avanti Cristo, i 300 milioni.

Va sotto il nome di Olocene (del tutto recente) tutto il periodo della storia del mondo, che ha avuto inizio circa diecimila anni fa. Però, il premio Nobel per il clima, Paul Crutzen, ha preferito definire Antropocene l’era moderna del XXI secolo, per sottolineare che il nuovo (cene) viene modificato dall’uomo (antropo). Paul Crutzen, già direttore dell’Istituto Max-Planck a Magonza, noto per le sue scoperte negli anni settanta del secolo scorso, sul buco dell’ozono e sui componenti chimici nell’atmosfera, ha sostenuto che il clima è stato così fortemente influenzato dall’uomo, negli ultimi decenni, che non è più possibile parlare di periodo climatici “naturali”.

Dall’inizio della rivoluzione industriale, e Crutzen la identifica con l’invenzione della macchina a vapore del 1784, l’uomo, producendo gas ad effetto serra, e CO2 in particolare, avrebbe modificato la composizione dell’atmosfera terrestre, a tal punto, che ha dato inizio a una nuova era: l’Antropocene. L’utilizzo massiccio del petrolio (petrae oleum, olio di pietra) e dei derivati, nei motori a combustione interna, necessari per produrre l’energia necessaria allo sviluppo e al benessere, ha generato un aumento costante di anidride carbonica nell’atmosfera, con il risultato di trattenere sempre più il calore dei raggi del sole, favorendo il manifestarsi dell’effetto serra.

I dati dell’Osservatorio internazionale, posizionato nelle Hawaii, ci avvertono che abbiamo superato i 400 ppm (parti per milione, cioè per ogni milione di particelle presenti nell’atmosfera, 400 sono di anidride carbonica, ovvero 0,04%, che equivale a 1 mg ogni Kg) e gli scienziati ci ricordano, costantemente, il pericolo che possiamo correre, se superiamo la soglia dei 450 ppm. Molti studiosi reputano che l’intervento dell’uomo, teso a modificare il corso naturale del clima, sia avvenuto molto prima del diciottesimo secolo. Indubbiamente con la rivoluzione neolitica l’umanità ha modificato l’ambiente come mai era avvenuto prima, ma solo dalla metà del diciottesimo secolo essa ha modificato, globalmente, il sistema terra in tutte le sue componenti: atmosfera, terra, mari, oceani.

L’agricoltura intensiva, l’utilizzo di concimi azotati, la combustione di energie fossili hanno liberato nell’atmosfera enormi quantità di gas che ne hanno modificato la composizione. Su questo interessante argomento Wolfgang Berhinger, specialista della storia culturale del clima, suggerisce di dividere l’Antropocene in quattro livelli.

Il primo inizierebbe con la rivoluzione neolitica, un secondo con la rivoluzione industriale, un terzo con l’accelerazione intensa, agricola e industriale, avvenuta dopo gli anni 50 del secolo scorso, un quarto, in questo ventunesimo secolo, che potrebbe essere caratterizzato: da un atteggiamento più responsabile verso il sistema terra; da un controllo della crescita demografica; e da una gestione responsabile dell’ambiente.

Il primo Rapporto sul clima venne redatto dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climatic Change) nel 1990 e descrive la presunta variazione del clima nell’ultimo milione di anni.

Dal Rapporto era facile osservare una continua alternanza di periodi caldi e di periodi freddi. Gli scienziati sono stati in grado di presumere le variazioni del clima in epoche così lontane, grazie anche al carotaggio effettuato negli strati di ghiaccio analizzati al Polo. Negli anni sessanta, dopo i primi carotaggi, il geofisico danese Willi Dansgaard affermò che i ghiacci rappresentano una vera e propria macchina del tempo, in grado di fornire informazioni sull’evoluzione climatica. Le sedimentazioni che si formano, anno dopo anno, appaiono in strati chiari e scuri. A questi strati è possibile applicare il metodo degli isotopi dell’ossigeno, che consente di avere informazioni sulla temperatura nei periodi in cui si è creata la sedimentazione.

Per gli scienziati, molte sono le cause del mutamento climatico, ma la più evidente è rappresentata dall’influsso dell’atmosfera terrestre. L’involucro d’aria che circonda il nostro pianeta ha il compito di regolare gli effetti dell’irradiazione solare. L’aria è composta per circa l’80% da azoto, per circa il 20% da ossigeno e da alcuni gas, tra cui l’anidride carbonica, che ha rappresentato una percentuale variabile nel tempo. Nel 1991 le ricerche sulle carote di ghiaccio condotte a Vostok, in Antartide, hanno mostrato che, negli ultimi 420.00 anni, la percentuale di anidride carbonica presente nell’aria è direttamente proporzionale al livello della temperatura media del pianeta. L’aumento corrisponde a un riscaldamento, la riduzione a un raffreddamento. I climatologi sono concordi nel ritenere che la causa più importante del mutamento climatico siano i gas serra prodotti dall’uomo, al primo posto la CO2, poi il metano.

E proprio la CO2 è aumentata notevolmente negli ultimi 200 anni, con un’impennata negli ultimi 40 anni. Oggi sono stati superati i 400 ppm. Di pari passo è aumentata la temperatura media terrestre di circa 1,8°C, dall’inizio della rivoluzione industriale. A causa dell’aumento della temperatura il livello del mare si sta alzando di circa 3,1 mm/anno, si assiste allo scioglimento dei ghiacciai, sale il limite della vegetazione arborea, cambia il periodo di germoglio degli alberi, aumentano le inondazioni. Alla luce di queste considerazioni, il Parlamento e la Commissione europea hanno varato una larga serie di provvedimenti, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e raggiungere una parità climatica entro il 2050. Cioè pareggiare la quantità di emissioni con la capacità di assorbimento, che può avvenire, in via privilegiata, con la vegetazione, ma anche con nuove, interessanti, tecnologie scoperta dall’uomo. Fra queste, acquista sempre più importanza il sistema di cattura, trasporto e stoccaggio della CO2, previsto dalla Direttiva 2009/31/UE.

I cambiamenti climatici hanno un impatto sempre più forte sugli ecosistemi e sulla biodiversità del nostro pianeta, oltre che sui nostri sistemi sanitari e alimentari. Le relazioni speciale del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) conferma che, l’impatto dei cambiamenti climatici aumenta rapidamente con l’aumento della temperatura media globale e sottolinea che, se si superassero i 2 °C, rispetto ai livelli del 1990, il mondo subirebbe ripercussioni gravi, dovute ai cambiamenti climatici. Il problema del cambiamento climatico non riguarda certo la sopravvivenza del pianeta, che ha sempre registrato nella sua storia oscillazioni climatiche, ma quella delle specie attualmente viventi, compresa la nostra.

I cambiamenti climatici, quando sono troppo repentini, non consentono alle specie di adattarsi alla nuova situazione, e si verificano estinzioni di molte fra queste. Queste considerazioni sono molto importanti, perché ci fanno capire la differenza, fra ciò che l’uomo sta provocando oggi, in tempi molto rapidi, con le sue azioni, e ciò che abbiamo potuto studiare, nel passato, in tempi molto lunghi, di variazione climatica. L’innalzamento dei mari, inoltre, farebbe sparire sotto l’acqua intere aree abitate, costringendo a migrazioni di massa.

L’unico modo, per frenare il verificarsi di questi eventi, è ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra, ma al momento solo una parte dell’umanità sembra preoccuparsi di questo. Secondo le stime, per procedere lungo la direzione che consentirà di limitare l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 °C, occorre conseguire l’azzeramento, entro il 2050 delle emissioni nette di CO2, a livello mondiale. Grazie alle politiche proposte dall’Unione, tra il 1990 e il 2018 sono state ridotte del 23 % le emissioni di gas a effetto serra, pur in presenza di una crescita economica del 61 %, ma non basta, con le politiche vigenti, si prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra solo del 60 % entro il 2050. Resta, pertanto, ancora molto da fare per conseguire la neutralità climatica.

Per questo motivo, il Parlamento e la Commissione europea hanno varato il nuovo programma Green Deal europeo, che raggruppa diverse iniziative, tra cui: il piano di investimenti e la proposta di regolamento che istituisce il Fondo per una transizione giusta; e altre iniziative, tra queste si annoverano la nuova e più ambiziosa strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici; il varo del patto europeo per il clima; la strategia industriale dell’UE per affrontare la duplice sfida della trasformazione verde e della trasformazione digitale; un nuovo piano d’azione a favore dell’economia circolare; una strategia in materia di finanza sostenibile, anche per integrare in modo più sistematico la sostenibilità nella governance societaria; una Direttiva sul controllo delle emissioni di metano nell’atmosfera. L’accordo di Parigi ribadisce l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura mondiale ben al di sotto di 2 °C, e sottolinea quanto sia importante: rafforzare la capacità di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici; rendere i finanziamenti coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra; rafforzare la capacità di resilienza ai cambiamenti climatici. Nell’adottare, a livello nazionale, le misure per conseguire l’obiettivo della neutralità climatica, gli Stati membri dovrebbero trovare un equilibrio tra una serie di esigenze:

  • la necessità di tutelare il benessere dei cittadini;
  • la prosperità della società;
  • la competitività dell’economia;
  • la sicurezza e l’accessibilità economica dell’energia e dei prodotti alimentari;
  • la capacità di rendere la transizione giusta e equa sul piano sociale;
  • la necessità di integrare i rischi legati ai cambiamenti climatici nelle decisioni di investimento e di pianificazione
  • il rafforzamento della resilienza.

La sensibilità verso questi valori, che vanno tenuti presenti nella lunga fase della transizione verso una produzione e un consumo sostenibile, impongono un cambio di paradigma nell’azione politica. Di questa rivoluzione si è fatta carico l’Europa che, in un forte slancio di solidarietà, ha approvato il Next Generation UE, per sostenere, attraverso un cospicuo piano finanziario, il necessario percorso di cambiamento, per consentire alle nuove generazioni di utilizzare, al meglio, le risorse, non più distrutte del pianeta. Ora, l’impegno per un futuro migliore, che sappia mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, diventa una forte responsabilità, sia culturale, sia politica, per tutti gli Stati.

Si tratta di realizzare, con grande determinazione, un progetto necessario e sempre più condiviso.

Antonello Pezzini nasce in provincia di Novara nel 1941. Si laurea in filosofia e consegue due master, ha un trascorso da preside di liceo, da consigliere comunale della Dc a Bergamo, da presidenza della locale Associazione Artigiani a membro del CDA dell’Istituto Tagliacarne. Sviluppa uno spirito imprenditoriale nel settore dell’ abbigliamento e ha insegnato economia all’Università degli Studi di Bergamo. La passione per l’energia sostenibile è più recente, ma in breve ne diventa un esperto in campo europeo: oltre alla carica al Cese, è membro del CDA di un’azienda che si occupa di innovazione tecnologica e collabora con società di consulenza energetica.  Dal 1994 è membro del Comitato Economico e Sociale Europeo in rappresentanza di Confindustria.

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