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"Mio fratello Stefano, morto a 32 anni contro un guard rail non a norma: vogliamo giustizia" - BergamoNews
Due anni fa a treviglio

“Mio fratello Stefano, morto a 32 anni contro un guard rail non a norma: vogliamo giustizia”

Dopo pochi mesi, per il dolore, se ne è andata anche la madre. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio stradale, con 4 indagati tutti legati al Comune trevigliese

La mamma Valeria non ha retto al dolore ed è morta a 55 anni qualche mese dopo l’incidente costato la vita al figlio. Il fratello e il papà di Stefano Iacobone, invece, si stanno ancora battendo per ottenere giustizia per la morte, a soli 32 anni, dell’ex campione di nuoto in un sinistro dalle conseguenze drammatiche evitabili.

Era la notte del 21 marzo 2019. Stefano, originario di Cornaredo (Milano) ma da una decina d’anni residente in Bergamasca, intorno alle 2 stava tornando a casa dopo aver concluso il turno di lavoro al ristorante Bacco Matto di Bergamo. Faceva il cameriere per arrotondare, mentre di giorno allenava i Master di nuoto nella piscina comunale, forte della sua esperienza in vasca che l’aveva portato anche a indossare la cuffia della Nazionale.

Lungo l’ex Statale 42 a Treviglio, proprio a pochi minuti dal suo appartamento, fu vittima di un colpo di sonno che fece sbandare la sua Peugeot 207.

L’auto uscì di strada e colpì un guard rail che trafisse il veicolo. La struttura in ferro si conficcò nell’abitacolo attraversandolo fino al vano posteriore, amputando il braccio sinistro del 32enne, che spirò nel giro di pochi minuti.

Iacobone

Oltre ai mezzi di soccorso, sul posto arrivò la polizia stradale che in seguito alle analisi accertò che la vittima non aveva bevuto o fatto uso di sostanze stupefacenti.

“Ricordo bene quelle ore – racconta il fratello Davide, 29 anni – , in piena notte fummo contattati dai carabinieri di Cornaredo e con mio padre Antonio mi precipitai sul luogo della tragedia. Gli stessi agenti di polizia ci consigliarono di indagare perchè a loro sembrava palese l’irregolarità di quel tratto di strada, tra l’altro appena realizzato”.

La famiglia Iacobone si rivolse così all’avvocato Giovanni Lipiani. “Il nostro legale affidò la perizia di parte al tecnico Salvatore Minnella, il quale riscontrò innanzitutto l’irregolarità della struttura del guard rail in quanto dritto e non curvo”.

“In secondo luogo – prosegue Davide – emerse la mancata redazione da parte del Comune di Treviglio di una relazione specialistica relativa alla progettazione della barriera stradale. Questo studio avrebbe con ogni probabilità consentito all’ente proprietario della strada e ai suoi tecnici di scegliere in modo più ragionato la barriera stradale da installare, con particolare riferimento al tratto terminale.

Ma soprattutto fu appurato che procedendo a una velocità di 46 chilometri orari come ha stimato il perito, mio fratello ne sarebbe uscito illeso se l’elemento protettivo avesse svolto il suo corretto ruolo”.

Nel frattempo, su segnalazione della Stradale, in Procura a Bergamo fu aperto un fascicolo contro ignoti. Il pubblico ministero Antonio Pansa nominò come consulente tecnico l’ingegner Paolo Panzeri, che dopo una perizia confermò le irregolarità della struttura stradale e il nesso causale con il decesso, escludendo errori nella guida.

“Sul registro degli indagati sono finite quattro persone – spiega l’avvocato Lipiani – tutte riconducibili al Comune di Treviglio. L’ipotesi di reato è quella di omicidio stradale per presunte omissioni in sede di progettazione e di realizzazione del guard rail. In pratica, essendo privo del corretto sistema di ritenuta, ha perforato con effetto lancia la parte anteriore dell’autovettura, trapassando il vano motore, irrompendo nell’abitacolo e colpendo a morte il conducente”.

Iacobone

Ma il dramma per la famiglia Iacobone non si ferma alla morte di Stefano. “Nei mesi successivi – continua il fratello – mia madre non ha retto il colpo ed è venuta a mancare. Oltre alla sofferenza del lutto che non è riuscita mai ad affrontare, nonostante l’aiuto di professionisti e associazioni di ascolto, lei, come io e mio padre, ci siamo trovati di fronte a un gruppo di persone, a nostro parere colpevoli, totalmente indifferenti. A quasi due anni dall’accaduto, infatti, il silenzio dell’ente è assordante”.

“Ormai ciò che possiamo fare io e mio padre è lottare perché la giustizia faccia il suo corso, sia in sede penale che civile. Troviamo assurdo morire per un qualcosa che avrebbe dovuto avere la funzione di proteggerci e rendere più sicura la circolazione stradale. Ma riteniamo ancora più anomalo -conclude il ragazzo – che gli enti coinvolti abbiano peccato di una tale negligenza”.

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