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Nuove varianti Covid, Roberta Villa: "Contagiano di più, giusti lockdown locali" - BergamoNews
L'intervista

Nuove varianti Covid, Roberta Villa: “Contagiano di più, giusti lockdown locali”

Abbiamo chiesto alla giornalista e divulgatrice scientifica bergamasca Roberta Villa, laureata in medicina e chirurgia, di tracciare il punto della situazione

In questi giorni si sta parlando molto della diffusione delle varianti di Coronavirus. In modo particolare al centro dell’attenzione ce ne sono tre tipologie: quella inglese, quella sudafricana e quella brasiliana, che sarebbero più contagiose rispetto alla versione precedente del virus e fanno temere per l’evoluzione della pandemia.

Per saperne di più abbiamo intervistato la giornalista e divulgatrice scientifica bergamasca Roberta Villa, laureata in medicina e chirurgia, chiedendole di tracciare il punto della situazione.

Come si sta evolvendo la pandemia?

Sono molto preoccupata per la diffusione delle varianti di Coronavirus e perchè mi sembra che, in termini di preparazione, in un anno non abbiamo compiuto passi avanti per affrontare l’epidemia. Tutto quello che si sapeva che si sarebbe dovuto fare sin dall’inizio, alla fine, non è stato fatto: si è chiaramente visto subito cos’era successo in Bergamasca, che si era trattato di un problema soprattutto di mancanza di assistenza sul territorio, e proprio oggi (ieri, martedì 16 febbraio) ho parlato con un medico che nell’area di Milano e Hinterland – per 3,5 milioni di abitanti – sono disponibili 300 bombole di ossigeno… Resta il riferimento solo all’ospedale e questo è terribile. E c’è un’altra cosa che non abbiamo imparato dopo un anno dall’inizio dell’epidemia.

Quale?

Che questo virus va anticipato, non possiamo aspettare di vedere tanti casi gravi e le terapie intensive piene prima di intervenire. Quando si vede che i numeri cominciano a salire non si fermano da soli: anche se la media nazionale è rassicurante non dobbiamo farci trarre in inganno perchè alla fine i focolai finiscono col diffondere i contagi. Anche l’anno scorso se avessimo distribuito i numeri della Bergamasca e del Bresciano su tutto il territorio nazionale non avremmo notato una grande diffusione del virus ma il problema è quello che abbiamo vissuto in questi territori. E se si verificassero focolai come questi in tante parti d’Italia non so cosa potrebbe accadere, anche perchè i medici non ce la fanno più.

Quali sono le lacune più gravi?

Innanzitutto in molte zone dell’Italia, per esempio a Milano, non è stata potenziata la medicina del territorio. In altre regioni sono state organizzate le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), squadre di medici e infermieri che si recano a casa dei pazienti e possono prescrivere l’ossigeno, effettuare il tampone ecc mentre in Lombardia, nella zona di Milano per esempio, sono pochissime e di fatto intervengono in maniera eccezionale per cui alla fine le persone aspettano a casa, si aggravano, vanno in ospedale e spariscono dai loro cari come è già successo nei mesi scorsi durante la pandemia.

Anche la scuola non è esente dai contagi: sono aumentate le classi in quarantena

Per la riapertura della scuola si è partiti da questioni ideologiche sostenendo che fosse sicura a tutti i costi. Sono stata fra coloro che hanno sostenuto che fosse importantissima e andasse privilegiata però bisognava effettuare interventi strutturali, che non significa tanto sanificare gli ambienti quanto pensare agli spazi e per esempio utilizzare teatri, auditorium e altri luoghi per svolgere le lezioni in sicurezza. Penso che al di là della cattiva volontà si sia verificato il solito scontro con la burocrazia italiana per cui magari non c’erano le autorizzazioni, le assicurazioni e tutto ciò che occorreva per procedere… e ritengo che in una situazione del genere si debba inserire un’altra marcia. Sono un po’ demoralizzata perchè ci avviciniamo a un anno dalla pandemia ma mi sembra che non abbiamo imparato la lezione e questa ondata che sta per arrivare con le nuove varianti è veramente preoccupante.

Concentriamoci su questo tema: cosa sono le varianti di Coronavirus? E da dove nascono?

I virus mutano continuamente e quelli a Rna più degli altri perchè l’Rna è un materiale fragile che va facilmente incontro a errori e si può modificare. Rispetto ad altri virus a Rna questo muta meno perchè dentro di sè ha un enzima che in parte corregge gli errori, quindi non si modifica tantissimo però è normale che cambi di continuo.

E cosa accade?

Si creano continuamente delle varianti, cioè dei virus con caratteristiche diverse rispetto a quello di origine e possono coesistere oppure soccombere. Quando una ha un vantaggio rispetto alle altre, per esempio perchè è più contagiosa o perchè si replica più rapidamente, può prendere il sopravvento ed è ciò che sta succedendo con quelle isolate in Inghilterra, in Sudafrica e in Brasile. Queste ultime hanno acquisito una modifica di una proteina chiamata Spike – che serve ad attaccarsi alle cellule – e risultano più contagiose. Non sappiamo ancora se comportino anche forme più gravi di malattia: c’è qualche sospetto su questo punto così come sulla possibilità che colpiscano maggiormente i più giovani e i bambini rispetto alla variante precedente che è circolata in tutti questi mesi e a sua volta era già una tipologia differente del virus originale isolato a Wuhan.

Quindi le mutazioni non hanno una connotazione prettamente geografica

Quando si parla di variante inglese significa che è stata isolata in Inghilterra ma non è detto che sia nata lì. Può darsi che sia così ma non è automatico: potrebbe essersi originata in un altro Paese per esempio l’Olanda, poi un olandese si è recato in Inghilterra, l’ha diffusa Oltremanica ed è stata riconosciuta là. L’Inghilterra è il Paese al mondo in cui si esegue il maggior numero di queste sequenze, non soltanto per ragioni di studio ma per sorvegliare l’insorgenza di queste varianti, quindi cercandole hanno più probabilità di riscontrarle rispetto ad altre realtà.

Ma le varianti causano forme più gravi di malattia?

Non lo sappiamo ancora però dobbiamo tenere conto di un dato: in termini di mortalità, cioè il numero assoluto di morti, questa malattia in media comporta che l’1-2% di persone che si ammalano poi muoiano, anche in relazione all’età e alle malattie pregresse. Con un semplice calcolo matematico possiamo capire che se si ammalassero 100 pazienti avremmo un morto, mentre se a contrarre il virus fossero 100mila il numero dei decessi sarebbe proporzionalmente superiore. Significa che una maggior diffusione della malattia porta ad avere più persone con forme gravi, gli ospedali faticheranno ad assisterle al meglio e aumenterà il numero assoluto dei morti. La situazione, quindi, è veramente molto preoccupante.

Tracciando una panoramica complessiva, quante sono le mutazioni del virus diffuse in questo momento?

Sono migliaia, ma in questo momento ne interessano tre a cominciare da quella inglese, che si chiama B117: è la prima a essere stata individuata fra queste varianti più infettive perchè si è osservato che la sua diffusione nel sud dell’Inghilterra è coincisa con un’esplosione del numero di casi. E poi sono emerse le mutazioni in Sudafrica e in Brasile. Tutte sembrano più contagiose rispetto a quella che si è diffusa precedentemente in Europa. Si sta ancora cercando di capire quanto l’immunità ottenuta con la malattia o la vaccinazione protegga da queste tipologie: secondo le informazioni disponibili finora pare che quella inglese risponda abbastanza bene ai vaccini, per quella sudafricana c’è qualche dubbio mentre quella brasiliana – su cui al momento abbiamo meno dati – potrebbe essere la più pericolosa. Il problema grosso è che in Inghilterra quella che era considerata la variante inglese ha già acquisito un’ulteriore mutazione: si è innescato un meccanismo per cui continuano a formarsi nuove varianti.

Si è parlato anche di una variante giapponese e di una milanese

Potenzialmente le mutazioni possono essere migliaia, il punto è capire quelle che hanno rilevanza clinica, cioè quali siano più contagiose, resistenti al vaccino o possano attaccare più facilmente persone già guarite dalla malattia (al momento non sappiamo quanto siano protette). Sono domande ancora senza risposta ma in ogni caso sappiamo che per aver preso il sopravvento sono più contagiose. Ad ora si sono diffuse in modo importante solo in alcune zone ma c’è il rischio che si propaghino altrove. I numeri assoluti dell’andamento della pandemia sembrano stabili e la gente non capisce perchè gli esperti siano così preoccupati, ma il timore è che la situazione ci sfugga di mano nel giro di pochi giorni come è successo l’anno scorso dal 21 febbraio nell’arco di una settimana.

Per concludere, cosa pensa dell’ipotesi di un nuovo lockdown?

A livello nazionale credo che sia inaccettabile in questo momento, anche per tutta la comunicazione che è stata fatta, ma ritengo che possa essere utile a livello locale, nelle province dove si denota una crescita dell’incidenza dei casi e si registra una maggior percentuale di varianti. Il problema, però, come accennavo all’inizio dell’intervista, è che il lockdown serva per metterci in condizione di riprendere il controllo ma non basta.

In che senso?

Quest’estate avevamo 100 casi al giorno perchè dopo il lockdown abbiamo abbattuto la circolazione del virus, ma eliminarlo totalmente è impossibile: senza avere tracciamento, controllo e test va meglio per un breve periodo ma poi si torna daccapo. Bisogna intervenire su tutto il resto: a un anno dallo scoppio della pandemia avremmo dovuto attrezzarci, imparare e formare le persone per svolgere il tracciamento, ma ci sono ancora numerose lacune. E bisognerebbe evitare anche gli sprechi di risorse, come avviene chiedendo ai medici di inserire i dati relativi ai pazienti nel portale della Regione: è un lavoro che potrebbe svolgere qualsiasi impiegata senza avere competenze cliniche. Questo compito gli è stato assegnato senza nemmeno consultarli mentre avremmo bisogno dei medici per tutto il resto: dopo un anno non vorrei più vedere queste cose.

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